Occupanti e terroristi

Una volta è la striscia di Gaza, un’altra Jenin, Hebron o Nablus. Quando le violenze accadono a Gerusalemme, pur se non così sanguinose come altrove in Palestina, fanno comunque da innesco a una nuova piccola guerra a Gaza o a Jenin: anche se in quei luoghi non stava accadendo nulla. E’ il playbook, il manuale del secolare conflitto fra israeliani e palestinesi. Non cambia mai.

Sta accadendo anche in questi giorni fra Jenin e Nablus, nel Nord della Cisgiordania che gli occupanti israeliani chiamano Samària. L’esercito israeliano entra ed esce quando vuole dalle città palestinesi: gabbie circondate da insediamenti ebraici, posti di blocco, strade solo per i coloni. Per un tragitto di venti chilometri a un israeliano bastano meno di 15 minuti, a un palestinese più di un’ora: quando gli è permesso di viaggiare.

Come in questi ultimi giorni a Jenin, l’esercito israeliano entra nelle città per arrestare o uccidere palestinesi responsabili di atti terroristici. In questi anni le sue regole d’ingaggio si sono molto abbassate: quasi sempre accade che con il terrorista muoiano donne, bambini, anziani. Nel 2022, considerato l’anno più sanguinoso da un ventennio, sono stati uccisi circa 250 palestinesi. A metà di quest’anno sono già più di 170.

E’ diventata labile anche la definizione di terrorista: lanciare un sasso contro una camionetta blindata è ormai un atto di terrorismo. Una volta si riconosceva in qualche modo ai palestinesi il diritto di difendersi dall’occupazione, ora non più: gli occupanti entrano armati quando vogliono in una città palestinese e gli occupati che si difendono sono automaticamente terroristi.

l terrorismo è immorale ma, ovunque, è sempre stato uno strumento a volte perverso, altre disperato della politica. Anche gli ebrei lo hanno praticato prima che venissero difesi da uno stato e dalle sue istituzioni.

Su insistenza dei suoi ministri più reazionari ma con l’opposizione dei militari, il governo israeliano sta decidendo se lanciare una vasta operazione a Jenin: non per colpire e ritirarsi ma per rioccupare questa e altre città come nel 2002, ai tempi della seconda Intifada. Il più attivo è il nazional-religioso Bezalel Smotrich, inadeguato ministro delle Finanze con un curioso ruolo alla Difesa, come responsabile delle colonie. All’inizio della settimana il governo gli aveva attribuito la libertà di allargare gli insediamenti, ignorando le vecchie leggi e le proteste internazionali.

Anche prima che entrasse in carica questo pericoloso esecutivo, Israele non ha quasi mai cercato di dare una risposta politica alle violenze palestinesi. Il problema è sempre stato visto in una dimensione militare: a volte necessaria, mai risolutiva. La sicurezza è la priorità e il collante di Israele: sintetizza e supera le diversità politiche, etniche e religiose del paese.

I palestinesi e la volontà del governo di piegare il sistema giudiziario al potere della maggioranza politica, sono questioni separate. Ora, con il pericolo di un nuovo aumento delle violenze nei territori occupati, in qualche modo i due problemi si stanno sovrapponendo.

Le minacce alla sicurezza nazionale mettono in secondo piano lo scontro interno sull’indipendenza del giudiziario e la qualità della democrazia israeliana. Benny Ganz, uno dei due principali leader dell’opposizione, è stato capo di stato maggiore e ministro della Difesa: è uomo dell’apparato della sicurezza, di solito la testa più pensante di quella politica, del sistema israeliano.

Il mantra che giustifica la risposta militare alla resistenza palestinese all’occupazione, è l’assenza di un interlocutore. Anche se ci fosse e mostrasse grande pragmatismo, la più rara delle qualità politiche palestinesi, non servirebbe a nulla: nel programma di questo governo israeliano non è prevista la diplomazia ma la conquista, il pieno controllo della Cisgiordania.

Tuttavia è vero che un interlocutore palestinese non ci sia. Jenin, ma non solo, è una città nel caos, piena di armi. Migliaia di giovani sono pronti a una inutile battaglia con le preponderanti forze israeliane. Hamas ha imparato a non rivendicare le azioni militari ma ad appropriarsi dei martiri: un modo di esserci senza assumersi responsabilità. In effetti, le milizie della città sono un frutto spontaneo dell’occupazione e dell’assenza di un’alternativa, non degli ordini di Hamas, della Jihad o di Fatah.

La Cisgiordania, Jenin compresa, in teoria è sotto il controllo dell’Autorità Palestinese di Ramallah, guidata da Abu Mazen, 87 anni. Attorno a lui c’è un gruppo eterogeneo troppo impegnato nella lotta di successione già aperta, per tentare di ridurre i termini del dramma di Jenin e l’occupazione. Come i morti dei prossimi giorni, è tutto parte del manuale di questo conflitto senza fine.

Allego un commento sull’ammutinamento di Prigozhin, uscito sabato mattina sull’online del Sole.Gli avvenimenti lo hanno superato ma alcune cifre restano attuali

Ugo Tramballi

E’ facile paragonare ciò che sta accadendo oggi in Russia al tentativo di golpe del 1991: quando la vecchia guardia del Pcus tentò di fermare le riforme di Mikhail Gorbaciov. Tuttavia il confronto più simile è forse il 1917: quando i bolscevichi presero il potere con un putsch passato alla storia per rivoluzione, e in Russia iniziarono cinque anni di sanguinosa guerra civile: comunisti contro russi bianchi.

Nell’agosto del ’91 i difensori della tenue democrazia erano disarmati. Oggi nessuno è democratico e sono tutti armati fino ai denti: come nel ’17. Peggio, c’è un arsenale nucleare: 4.489 testate la gran parte delle quali sparse per la Russia europea. Secondo il Bulletin of the Atomic Scientists dell’Università di Chicago, sono circa 500 le basi terrestri con 834 bombe operative, cioè pronte a un uso immediato, montate su missili balistici intercontinentali. Poi ci sono le basi navali dei sommergibili con 640 testate, e 200 negli aeroporti militari degli squadroni di bombardieri a lungo raggio.

Nel caso in cui la rivolta di Evgenij Prìgozyn si trasformasse in scontro civile – lui continua a sostenere di non voler fare un colpo di stato – quelle testate atomiche sarebbero un ovvio obiettivo di tutti i partecipanti al caos. Perché come nel 1917/1922, le milizie in Russia sono più di una: c’è la Wagner di Evgenij Prìgozhin, ci sono i ceceni che vanno e vengono dal campo di battaglia ucraino a loro piacimento. Le milizie separatiste di Donetsk e Luhansk sono filo-russe ma non necessariamente filo-Putin: hanno una loro agenda politica e sono pronte a seguire chiunque a Mosca la sostenga.

C’è anche Potok, la milizia di Gazprom, la multinazionale russa dell’energia. Un numero crescente di oligarchi ha deciso d’investire parte delle loro ricchezze creando una milizia privata. Ed è difficile immaginare che dentro l’Fsb, l’erede del Kgb, e in tutte le altre organizzazioni della sicurezza nazionale, non esistano fazioni con obiettivi diversi ma tutte con l’intenzione di mantenere e rafforzare il loro potere.

E’ difficile stabilire la reale forza militare sul campo di questo arcipelago di nomi e interessi. Wagner da sola, e solo in Ucraina, ha 25mila uomini, oltre a quelli dispiegati in Africa e Siria. Molte di queste organizzazioni si definiscono “battaglione”, in realtà hanno gli organici di una brigata e di una divisione.

Ad eccezione della milizia di Prìgozhin che è anche uno strumento degli interessi e dell’espansionismo russo in Africa e Medio Oriente, tutte le altre combattono in Ucraina. Non c’è campo di battaglia nell’Est dell’Ucraina dove sia chiaro quali russi stanno combattendo: se i soldati del generale Valery Vasiliyevich Gerasimov, il capo di stato maggiore delle forze armate, o le milizie.

Ora però stanno tutti cercando di capire chi può vincere, chi perdere e con chi stare, principalmente per preservare il loro potere o la loro ricchezza. Ma cosa accadrebbe se con uomini e arsenali si trasferissero dentro le frontiere russe, seguendo l’esempio di Wagner?

Il breve discorso di Putin alla nazione è stato molto duro. Prìgozhin è stato accusato di “tradimento”. Lo scontro sembra frontale e forse il presidente riuscirà a fermare Wagner, a isolarlo.

Ma anche se accadesse, l’indebolimento di Vladimir Putin è evidente. Anche Prìgozhin deve aver valutato l’impatto e la gravità della sua rivolta proprio nel momento in cui gli ucraini stanno dispiegando la loro controffensiva, la pressione militare è più forte e in gioco per Mosca c’è la vittoria o la sconfitta.

Se questi davvero fossero gli ultimi giorni di Putin, in Russia non vedremmo un cambio di regime ma solo di uomini. Non è Alexey Navalny che prenderebbe il potere, non una versione democratica alla Boris Eltsin, ma un altro Vladimir Vladimirovich Putin. L’unica speranza è che il successore, se ce ne sarò uno, decida di fermare l’aggressione ucraina.

  • carl |

    Stavolta non resisto alla tentazione di lasciare un secondo commento riguardante colui che è diventato, diciamo, “The man of the week”.. Mi riferisco a colui che ha cominciato il suo “cursus honorum” introducendo e sviluppando i consumi di “hot dogs” in Russia, che ha denominato “Wagner” un’organizzazione di mercenari russi, ecc…
    E vorrei dire che non sarei affatto sorpreso se il suddetto personaggio rifacesse capolino in questo o quel paese occidentale, dopo essere stato “estratto” (così nelle spy stories definiscono un espatrio organizzato dai servizi) dal territorio russo o ucraino dalla CIA, dal MI 6 ecc. che si farebbero in 4 per riuscire a farlo, per vantarsene e strumentalizzare il fatto…

  • carl |

    Lei tratteggia senza fronzoli e con franchezza la situazione che si sussegue da decenni e senza che si intraveda una possibile miglioria, sopratutto per coloro che devono sottostare alle decisioni e ai “giramenti” (ma definiamoli pure arbitrarietà) dei gabinetti che continuano a succedersi nel tempo e nella Knesset..
    Ma chissà ? Infatti se, in via del tutto ipotetica, si rivelassero fondate le analisi concernenti delle altre possibili iniziative di questa o quella milizia privata e mercenaria fondata in Russia (ove si è emulata una prassi – quella dei cosiddetti “contractors” ecc. – che, se la memoria non mi inganna, ha visto in primo luogo “la luce” in occidente già parecchi decenni orsono, ed in particolare in UK e USA..) vien da chiedersi che cosa potrebbe succedere se una “Wagner” la quale, oltre che presente in Russia ed Ucraina, lo è anche in altri teatri operativi (Siria, Africa, ecc), finisse per mettere le mani su uno o più ordigni nucleari e mirasse a monetizzarli..?
    Infatti sia i mercenari che gli speculatori hanno in comune la ricerca del profitto in qualunque circostanza e in qualunque modo sia possibile ottenerlo. E, se i mercenari monetizzano anche sè stessi, a maggior ragione sarebbero pronti a monetizzare anche le ogive nucleari sulle quali riuscissero a mettere le mani. Ed è risaputo che in M.O. ci sarebbero compratori solvibili e disposti a pagare qualunque prezzo per una o più di una.. Ma qui mi fermo. In effetti non vorrei essere preso per uno sceneggiatore hollywoodiano..
    Ah, dimenticavo. Perfino un personaggio assai poco scrupoloso come Machiavelli era contrario al “mercenariato”… No?

  • habsb |

    DISSONANZA COGNITIVA
    “Se questi davvero fossero gli ultimi giorni di Putin”

    Da una parte abbiamo un presidente con 85% di opinioni favorevoli, e un’economia prospera con basso debito
    Dall’altra un presidente con 30% di opinioni favorevoli, implicato in innumerevoli scandali di corruzione che cominciano lentamente ad apparire alla luce del sole (come appaiono anche i tentativi fatti di nasconderli), e un’economia affetta da un debito impossibile da onorare.
    Quale presidente tra i due sta vivendo i suoi ultimi giorni ?

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