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Storia di una corona e di molti fratelli (Parte Prima)

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Gli accordi di Oslo stavano naufragando nei dettagli. Oggi non farebbe effetto, quel processo di pace è in stato comatoso. Ma allora, nell’ottobre1998, il mondo era in allarme. Bill Clinton aveva convocato le parti a Wye Plantation, in Maryland. Ma nonostante la diplomazia americana fosse impegnata giorno e notte, Bibi Netanyahu e Yasser Arafat restavano fermi sulle loro inconciliabili posizioni.

Poi, d’improvviso, a Wye Plantation apparve re Hussein di Giordania che dal 1992 era in pace con Israele. Non aveva più capelli, non i famosi baffi né la barba che negli ultimi anni si era fatto crescere, aumentando la sua gravitas. Hussein aveva un cancro in stadio avanzato. Per venire a mediare fra Netanyahu e Arafat, aveva lasciato la sua stanza al Mayo Clinic in Minnesota. Hussein non era alto, era sempre stato chiamato “il piccolo re”. Ma in quei giorni era come se la sua figura stesse lentamente svanendo: la forza morale della sua presenza era inversamente proporzionale alla debolezza del suo fisico. Sapeva che alla sua malattia non c’era più rimedio. Ma sacrificando una parte importante delle sue ultime risorse, convinse i duellanti a firmare il Memorandum di Wye Plantation che a fatica sarebbe entrato fra gli episodi minori del conflitto fra israeliani e palestinesi.

Avvicinandosi la fine, Hussein dovette pensare anche alla sua successione regale. Da molti anni il principe ereditario era il fratello minore Hassan, ma il vero predestinato alla successione era Hamzah: nei tratti simile al re in modo impressionante, primo figlio maschio di Noor, la quarta moglie, la più amata. Tuttavia il ragazzo aveva 19 anni. Troppo giovane per assumere gli oneri di un regno piccolo ma geograficamente collocato in un luogo molto complicato: fra Israele, Arabia Saudita, Siria, Iraq e a un passo dal Libano.

Nel 1952 Hussein era diventato re all’età di 18 anni ma a quell’epoca, anche se formalmente sovrana, la Giordania era di fatto ancora un protettorato inglese. Nel 1921 Londra aveva disegnato nella sabbia del deserto un regno per offrirlo ad Abdullah, il secondo figlio dello Sceriffo Hussein che aveva aiutato T.E. Lawrence a organizzare la rivolta araba contro i turchi.

Tornando alla successione dinastica di Hamzah, il progetto di suo padre Hussein prevedeva che Hassan sarebbe diventato re e avrebbe mantenuto la corona fino a che il giovane non avesse accumulato l’età e l’esperienza necessarie per assumere il trono. Ma durante la sua lunga assenza dovuta alle cure in Minnesota, Hassan che era stato il reggente, aveva dimostrato di avere scarse qualità regali. Cosa ancor più grave, all’insaputa del fratello, Hassan stava preparando suo figlio e non Hamzah alla successione, tentando di modificare la linea dinastica hashemita.

Il tempo stringeva e serviva un re per la Giordania. Scartando per età il prediletto Hamzah e per inettitudine Hassan, l’unica opzione era Abdullah, il primo figlio maschio in assoluto, avuto dall’inglese Antoinette Gardiner, seconda moglie di Hussein. Dal precedente matrimonio con l’egiziana Dina, aveva avuto solo una femmina. Abdullah aveva 36 anni e accumulato il cursus honorum militare – e in parte politico – di un principe Hashemita: pronto se necessario anche al ruolo di re.

Comandante dei reparti speciali giordani, Abdullah non si considerava nella linea di successione dinastica: aveva sposato una ragazza palestinese senza gocce di nobiltà, e passato molto tempo nelle basi americane a perfezionare addestramento e carriera militari. Rania, sua moglie di dieci anni più giovane, era nata in Kuwait da genitori palestinesi di Tulkarem. In un certo senso era anche lei una profuga palestinese: quando Saddam Hussein invase il Kuwait, solo Yasser Arafat lo aveva sostenuto. Qualche mese più tardi, appena l’emirato fu liberato dalla coalizione internazionale, la numerosa comunità palestinese fu espulsa dal Kuwait e accolta in Giordania, rifugio dei profughi di tutte le guerre della regione. Fra quei profughi c’era anche Rania.

Forse non fu solo la primogenitura a condizionare la scelta di Hussein. Sembra che gli americani – Washington aveva preso il posto di Londra nella protezione della fragile Giordania – avessero detto al re di non ritenere Hassan adatto a succedergli. E che avessero consigliato di scegliere Abdullah, preferito anche dai militari giordani. La stabilità del regno e il consenso verso la monarchia hashemita si reggevano e continuano a poggiarsi su due pilastri: i 60 leader tribali di origini beduine e le forze armate.

Malato di cancro dal 1992, dopo la commovente apparizione a Wye Plantation re Hussein decise di tornare a vivere fra la sua gente il tempo che gli restava. Arrivò in Giordania all’inizio di gennaio del 1999, pilotando lui stesso un aereo delle linee aeree nazionali. La folla lo acclamò lungo tutto il percorso dall’aeroporto a palazzo reale. Nonostante fosse gennaio e piovesse, il monarca si sporse a lungo dall’auto per ricevere l’abbraccio del suo popolo. Il 25 gennaio Hussein fu riportato d’urgenza negli Stati Uniti per un improvviso aggravamento delle condizioni.

Quando partì da Amman aveva già fatto tutto quello per cui era tornato: aveva dimesso il fratello Hassan e nominato come successore il figlio Abdullah. Diventato re, fu il desiderio del padre, Abdullah avrebbe nominato Hamzah suo principe ereditario. Dopo un disperato trapianto di midollo osseo, il 4 febbraio il re in coma tornò ancora e per sempre nel suo regno: fra i sudditi che avevano imparato ad amarlo, dopo averlo ripetutamente detestato e a volte combattuto. Sarebbe morto il 7 di febbraio, all’età di 62 anni.

Cinque anni più tardi, nel 2004, Abdullah tolse la carica di principe ereditario al fratello Hamzah per darla al figlio di 10 anni, anche lui Hussein di nome. E’ possibile che in punto di morte re Hussein avesse chiesto anche ad Abdullah di abdicare il giorno in cui Hamzah avesse avuto età ed esperienza necessarie? Se è così, la verità non si saprà mai. In nome della sopravvivenza e per la stabilità della monarchia, anche chi la conosce manterrà il segreto.

(Continua)

 

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