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Pandemia di despoti parte seconda – Che fare

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Sta per entrare nei circuiti internazionali ”Mulan”, produzione Disney, versione cinematografica del cartone uscito un ventennio fa. L’eroina in carne ed ossa è interpretata da Liu Yifei, amata dal pubblico cinese e ancor più dai burocrati della censura. Ligia al politicamente corretto del paese, l’attrice twitta un elogio della polizia di Hong Kong che bastona i democratici.

Seconda scoperta, alcune scene sono state girate nello Xinjiang, la regione dove il regime ha chiuso in campi di rieducazione un milione di Uiguri. Le organizzazioni internazionali stanno cercando di capire se sia vero che le donne di quella minoranza musulmana di origine turca, stanno subendo una sterilizzazione di massa. In questi casi il diritto internazionale usa la definizione “genocidio”.

Reazioni dalla Walt Disney Company? Nessuna, the show must go on. Soprattutto quando il box office cinese garantisce a Hollywood 10 miliardi di dollari l’anno in biglietti venduti, dato 2019. E i calciatori, gli allenatori, gli arbitri, i massaggiatori e i magazzinieri del campionato inglese potranno esprimere un’opinione, ora che la Premier League ha venduto per 700 milioni i diritti per trasmettere le partite in Cina? Daryl Morey, general manager degli Houston Rockets, l’anno scorso ci aveva provato e ha dovuto scusarsi. Chi può perdere un mercato da un miliardo di spettatori e miliardi di dollari?

Che fare, dunque? Le democrazie come possono reagire a questa pandemia di despoti sempre più arroganti e impuniti? Autocrati che reprimono, minacciano, avvelenano, rapiscono e a volte macellano i loro oppositori? Che se accusati negano, gridando al complotto; megalomani che si sentono di rappresentare l’Islam o convinti di avere un credito con la Storia. L’ultima è del regime del Cairo. Ma forse è una barzelletta. Ha deciso di perseguire 54 milioni di egiziani, l’86% dell’elettorato che non è andato a votare per il nuovo senato: un’inutile istituzione-megafono del regime.

In quale punto è l’equilibrio fra promozione degli affari e protezione del nostro modello democratico? Parlo di democrazie, non di Occidente perché nella seconda definizione è implicito il colonialismo, lo sfruttamento ai danni di molti fra coloro che oggi pensano di poter sfruttare noi. La spietatezza del mercantilismo cinese è come quella della Compagnia delle Indie del XIX secolo. La Gran Bretagna, “land of hope and glory, mother of the free”, come diceva l’inno composto da Edward Elgar, fece due guerre alla Cina per imporre il mercato dell’oppio. Chi più, chi meno, non c’è paese occidentale che possa dichiararsi innocente davanti alla Storia.

Quello che le democrazie non devono fare è adeguarsi ai comportamenti di Donald Trump: silenzioso e distante verso le azioni dispotiche di Vladimir Putin, pronto a una guerra mondiale per rispondere alle provocazioni di Xi Jinping. “Sono due estremi nessuno dei quali può essere un modello per l’Europa”, aveva chiarito Heiko Maas, ministro degli Esteri tedesco, riferendosi allo scontro Usa-Cina. In effetti ciò che manca nella nostra ricerca di quel che serve per reagire all’arroganza dei despoti, è un punto-chiave del nostro fronte: gli Stati Uniti. In quattro anni Trump ha mostrato il suo disprezzo verso le alleanze del sistema liberal-democratico, la Ue, gli amici d’Oriente come Corea del Sud e Giappone.

Convinta che serva alla campagna elettorale, l’amministrazione Trump sta combattendo la sua guerra fredda con la Cina. “Se c’è qualcosa che ho imparato, è che i comunisti mentono quasi sempre”, garantisce Mike Pompeo, il segretario di Stato. Comunista la Cina con la sua economia capitalista trangugia & divora, compresi i suoi 373 miliardari? La Cina è qualcosa di molto più complesso di un vecchio paese comunista: è un esperimento ammirevole e una minaccia concreta.

Non possiamo non fare affari con un tale protagonista della scena economica ma dobbiamo farlo badando di non diventarne i clientes. Per esempio: Luigi Di Maio da ministro dello Sviluppo economico aveva promosso l’adesione dell’Italia alla Via della seta, unico paese del G7. Gli altri hanno continuato a fare affari con la Cina, alcuni anche più di noi, senza associarsi a un’iniziativa economica con palesi ambizioni geopolitiche. Date le prove del disprezzo cinese per la democrazia e la decisione Ue di considerare Pechino un “rivale sistemico”, la nostra presa di distanza dalla Via della seta è dovuta.

Molti nostalgici continuano a invocare un ritorno al G8, per riaprire il dialogo con la Russia. Posto che sia difficile capire quale dialogo voglia Vladimir Putin, il Gruppo dei 7 (prima ancora dei 5) era stato creato come luogo per uno scambio d’idee fra i paesi più industrializzati e democratici: prima fra i ministri delle Finanze, ora soprattutto fra i capi di governo, in incontri sempre meno informali. Dall’Onu in giù, non mancano i luoghi dove riallacciare il dialogo con la Russia, se Putin davvero lo vuole. Il G7 dovrebbe invece essere allargato a paesi democratici come la Corea del Sud e l’Australia. Ci dovrebbe essere posto anche per l’India, se il nazionalismo religioso di Narendra Modi non sollevasse dubbi sul futuro democratico del paese.

Il business, gli investimenti, gli scambi commerciali che ci impediscono di essere reattivi ai comportamenti illiberali, sono un punto debole anche dei despoti. Quello che temono sono le sanzioni, la cancellazione di un investimento, la riforma delle filiere industriali perché siano meno dipendenti (indipendenti sarebbe ottusa autarchia) dalle produzioni dei paesi illiberali. Queste sono le armi più formidabili del mondo democratico. E’ importante che dopo l’avvelenamento di Alexei Navalny anche la cauta Germania discuta se annullare il Nord Stream 2, che dovrebbe portare gas russo in Europa. L’affare è miliardario. Finalmente Putin ha qualcosa di cui preoccuparsi (fine).

 

 

http://www.ispionline.it/it/slownews-ispi/

 

Allego un articolo dedicato all’anniversario dell’11 Settembre.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/11-settembre-2001-il-giorno-che-cambio-le-relazioni-internazionali-27366

 

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  • habsb |

    sig. Carl

    Lei è decisamente troppo pessimista.

    I diritti umani non sono solo sulla carta : grazie a secoli di dibattito culturale e relativa maturazione, in Italia nessun burocrate o giudice puo’ condannarla alla pena capitale, come avviene invece quotidianamente in Cina. E nessuno puo’ spogliarla dei suoi beni o imprigionarla senza motivo in carcere o campo di concentramento.
    Questa differenza fondamentale è il nerbo della guerra, dello scontro di civiltà che si combatte oggi fra il blocco russo-cinese e l’Occidente, e cerchiamo soprattutto di non perderla!

    La democrazia non è fake, non in tutti i paesi, e non è assolutamente un’utopia. Ad esempio, è realizzata, con tutti i limiti dell’imperfezione terrena, fra i nostri amici elvetici, che hanno il diritto di votare direttamente tutte le leggi più significative, mostrando al mondo che l’intelligenza collettiva conduce alla prosperità e alla sicurezza. Senza alcun bisogno di guerre, colonialismo, o maxi indebitamento statale, tutte cose che aldiqua delle Alpi. non ci hanno portato alcun bene

    I livelli elevati di consumo infine non sono riservati ad una minoranza corrotta nei paesi avanzati. Guardi la Corea, che era nel 1950 a livello economico dell’Egitto (stesso PIL) e oggi è per certi versi più avanzata dell’Italia o della Francia.

    Non posso infine seguirla definendo dei semplici “dettagli” i miei argomenti nel messaggio precedente, che evocano la guerra economica e lo scontro di civiltà.
    Ma forse, data la lunghezza di quel messaggio, Lei si è limitato a leggerne solo le prime righe ….

  • carl |

    caro habsb, anche se Lei non sarà d’accordo il fatto è che i Suoi argomenti sono “dettagli”, mentre io ho fatto piuttosto riferimento ad una visione d’insieme. Quanto ai tanto decantati “diritti”, salvo i primi tempi (ad es.della Rivoluzione francese e altre) dopo hanno finito per rimanere per lo più sulla carta.. Quanto alla democrazia, diciamo che non ci sputo sopra, ma lungi da me il ritenere che abbia valso tutte le vite, la galera e/o le altre sofferenze dei tanti che l’hanno immaginata possibile. E men che meno le varrebbe la sua attuale ( e più che logora e sempre più fake versione) che credo di averlo già detto mi sembra corrisponda di fatto al programma che T.di Lampedusa fa dire nel “Gattopardo” “e cioè: “Bisogna che tutto cambi, affinche nulla…”. Dunque mi dispiace per i tanti che, a parte il tanto analfabetismo basico e di ritorno ovunque esistente, ancora credono nell’utopia democratica – cioè nella possibilità di una sua forma ideale/lizzata- e rischiano questo o quello per essa, quà e là nel mondo.. Quanto al consumismo è in occidente ove va per la maggiore, sia pure grossolanamente, “en vrac”, come un assai inquinante e sprecone motore diesel dell’economia…
    Altrove, in questo o quel Paese emergente non è come è arrivato ad essere quello occidentale mentre in numerosi altri Paesi lo praticano solo i privilegiati, i corrotti, ecc una piccola % della popolazione, quella solvibile.. Le api? Si in CIna già ci sono gli impollinatori umani..Ma anche di quel problema non hanno l’esclusiva…E non mi stupirebbe che anche in occideente uno dei nuovi lavori diventasse quello di impollinatore..e, magari, con il relativo Master.. o, cmque, diploma

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