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Israele – Palestina: una pace senza pace

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Immaginiamo che il Trump Show visto alla Casa Bianca non fosse solo una finzione trasformata nella realtà di un Truman Show. Che effettivamente fosse l’ ”accordo del secolo” e non un’oscenità diplomatica costruita da un enfant gaté al quale il suocero aveva promesso di farne uno statista.

Con pennarello per sottolineare e block notes per prendere appunti ho letto le 181 pagine di “Peace to Prosperity – A Vision to Improve the Palestinian and Israeli People”. Per cosa avrei chiamato Slow News questo blog, se non lo avessi fatto? Del resto seguo il problema più o meno sin da ragazzino: da quando, nel 1975, andai volontario in un kibbutz, e dal 1983 quando incominciai a frequentare Sabra, Shatila e molti altri campi palestinesi del Libano. Mi scuso per la lunghezza eccessiva di questo post ma il tema era complesso.

“Sin dalle prime pagine “Peace to Prosperity” ci ricorda che il problema è annoso e fin ora irrisolvibile: dal 1946 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato 700 risoluzioni e più di 100 il Consiglio di sicurezza. Forse per scaramanzia, il documento del giovane Jared Kushner, genero di Trump, non tiene conto di un’altra ventina di piani di pace inutilmente proposti dalla comunità internazionale. “Peace to Prosperity” ha tante sezioni ma due grandi capitoli: quello politico-territoriale e di sicurezza, e quello economico. Parto dall’ultimo.

Se i palestinesi accetteranno il piano, avranno 50 miliardi di dollari per 10 anni in investimenti internazionali. Non esistono impegni né promesse dall’amministrazione americana, dai munifici sauditi, Banca Mondiale, banche di sviluppo regionali né altro: bisogna credere. Grafici e statistiche garantiscono che alla fine del decennio Gaza e Cisgiordania saranno un Lussemburgo mediorientale. Entro il 2030, supponendo che la pace inizi quest’anno, PIL raddoppiato, un milione di posti di lavoro, riduzione al 50% della povertà; export dall’attuale 17 al 40% del PIL nel quale gli investimenti stranieri passeranno dall’1,4 di oggi all’8%; 75° posto garantito nel ranking di Doing Business  della Banca Mondiale: meglio del Qatar (ora West Bank e Gaza sono al 117°); aspettativa di vita da 74 a 80anni, polizia di frontiera israeliana permettendo.

Sembra la pubblicità che la Malesia faceva sulla CNN (“Malaysia truly Asia”). “Trasformare e migliorare le vite dei palestinesi e dei popoli della regione, liberando e sbloccando il loro potenziale umano”, garantisce il piano Kushner. Ma tutto questo non è gratis. Veniamo dunque alla prima metà del piano, quella politica.

Non si torna alle frontiere del 1967 che prevedevano quasi tutti i piani precedenti e che gli accordi di Oslo avevano cementato. L’intera riviera occidentale del Mar Morto e, per motivi di sicurezza, la valle del Giordano saranno annesse da Israele. Non se ne capisce la ragione: l’esercito israeliano comunque controlla la frontiera con la Giordania che per altro è in pace con Israele e ha le migliori forze armate del Medio Oriente arabo: oltre il Giordano non c’è l’Isis né gli iraniani come sul Golan e al confine libanese.

Ma attraverso scambi territoriali con Israele, le dimensioni dello stato palestinese non saranno ridotte, nemmeno dopo che Israele avrà annesso anche decine di insediamenti ebraici. Ampie fasce di territorio ora israeliano al confine con l’Egitto saranno concesse ai palestinesi: deserto in cambio di terreni fertili e falde acquifere. Con magnanimità, l’Appendice 2A sulla sicurezza, stabilisce che i palestinesi avranno una polizia ma non un esercito: la sua sicurezza nazionale la garantirà Israele. “Per lo stato palestinese è un significativo beneficio economico…che gli altri stati non hanno”.

Oltre a questo, per vedere i soldi, la Palestina dovrà anche dimostrare di essere democratica, di lottare contro il terrorismo interno e non incitare più all’odio. Quest’ultimo punto non è richiesto anche a Israele. Perché nonostante oltre 70 anni di conflitto e 53 di occupazione, la logica del Piano presuppone che solo i palestinesi odino. Non anche i coloni e la polizia di frontiera israeliana.

Chi segue da qualche anno il conflitto e i suoi piani di pace, noterà che non c’è mai nulla di nuovo sotto il sole. “Peace to Prosperity” è solo una Oslo riscritta palesemente a favore d’Israele. Nelle sue varie fasi anche Oslo prevedeva che per un po’ di anni la Palestina non dovesse avere un esercito, e che attraverso postazioni militari avanzate e super-tecnologiche, Israele di fatto controllasse la valle del Giordano. Anche Oslo offriva uno scambio territoriale affinché l’80% delle colonie, quelle vicine alla frontiera israeliana, fossero annesse allo stato ebraico. Anche Oslo negava ai profughi palestinesi il diritto al ritorno all’interno d’Israele ma lo avrebbe consentito nel nuovo stato palestinese per evitare un’ennesima Bosnia. Per i palestinesi il diritto al ritorno è una bandiera della loro lotta. Ma molti studi, anche di parte palestinese, hanno rivelato che ad eccezione del Libano, i profughi preferiscono restare dove vivono.

Kushner stabilisce che Gerusalemme sarà capitale indivisa dello stato d’Israele. Tuttavia anche i palestinesi potranno proclamare Gerusalemme come loro capitale: ma ad Abu Dis, un antico villaggio ormai parte della cintura metropolitana di Gerusalemme. Sarebbe come dire che Sesto San Giovanni è Milano. Anche Oslo prevedeva Abu Dis come capitale palestinese, almeno provvisoria: c’è già anche l’edificio del parlamento.

Quello che Abu Mazen e l’Autorità palestinese avrebbero dovuto notare (Hamas a Gaza è un’altra storia) è che il piano americano parla di “stato-nazione Israele per il popolo ebraico” e di “stato-nazione del popolo palestinese”. E che le 181 pagine sono piene della definizione di “stato palestinese”.

Chi frequenta la zona sa che nella narrativa politica di questo Israele, governato dall’estrema destra razzista e nel quale in campagna elettorale anche l’opposizione di Kahol Lavan ignora il problema, chi parla di stato palestinese è equiparato a un terrorista.

Con questo non voglio dire che l’Autorità palestinese avrebbe dovuto accettare il piano. Ma con coraggio avrebbe dovuto dire “si ma”, esserci per contestare e discutere davanti al mondo intero ognuna delle 181 pagine. “Si ma” avrebbe dovuto dirlo anche Arafat a Camp David nel 2000 e Abu Mazen davanti alle proposte Olmert-Livni e poi al tentativo di John Kerry, quattro anni fa. Al piano di spartizione Onu del 1947 David Ben Gurion disse si e gli arabi no. Il rifiuto aveva delle ragioni ma sono più di 70 anni che quel no continua ad essere un incontestabile pilastro della propaganda israeliana.

Chiunque conosca la storia del conflitto-trattativa israelo-palestinese sa che la maggioranza degli israeliani di oggi, soprattutto coloro che possono dare a Bibi Netanyahu i numeri necessari per governare ancora (coloni, religiosi, partiti a destra del Likud e Likud stesso) non accetteranno mai il piano Kushner. Per loro “stato palestinese” con Gerusalemme capitale quale parte della città essa sia, non è solo anatema: è un ostacolo che sono convinti di aver definitivamente superato. Il si di Netanyahu era una scommessa facile: sapeva che, come sempre, sarebbero stati i palestinesi a risolvergli il problema.

Ieri era venerdì, tradizionale giorno di preghiera e di collera. Al momento non è accaduto quasi nulla, a parte tre colpi di mortaio da Gaza. La spianata del Tempio a Gerusalemme non è diventata un campo di battaglia. Né risulta che le piazze arabe, occupate da altri conflitti, si siano mobilitate. La Ue è impegnata dall’addio di Londra e Putin aspetta di  vedere cosa gli convenga. “Peace to Prosperity” probabilmente finirà qui. Per motivi elettorali Netanyahu potrebbe approfittarne e annettere colonie e valle del Giordano prima delle elezioni del 2 marzo. Ma non è così impulsivo, lui ha già vinto. I perdenti sono le vittime, come sempre i palestinesi.

 

http://www.ispionline.it/it/slownews-ispi/

 

Allego un commento sullo steso tema pubblicato sull’edizione cartacea del Sole 24 Ore.

https://www.facebook.com/ugo.tramballi.1/posts/2417362178367824

 

 

 

  • habsb |

    sig. Carl
    non sono ne’ il corona virus ne’ l’HFT che cambiano il fatto che stiamo scaricando sempre più debito sulle spalle degli stati che poi sono i contribuenti.
    Questi pagano, e i ricchi intascano interessi quando non anche capital gain sui bond comprati a basso prezzo o sui CDS.

    Il debito statale è une redistribuzione all’inverso: dalla collettività ai ricchi.

  • carl |

    @habsb
    La situazione è più complessa, I fattori che entrano in gioco e influenzano la cosiddetta “congiuntura” sono svariati.. Di recente si è fatto largo perfino un virus coronato… Cioè i suoi effetti nel “mercato”… Veda ad es. anche l’ultimo pezzo odierno di S.Bellomo sul prezzo del gas..
    La finanza attuale non è più “spudorata” di quella degli anni 20/30 del secolo scorso, ma è assai più complessa ed in parte è perfino autonoma/algoritmizzata. Ad es. sfrutta e produce guadagni liquidi nell’arco di minisecondi e 24 h su 24 (HFT) che vengono incamerati, contabiliizati e di tanto in tanto materialmente intascati da coloro che incarnano i vari “gradini gerarchici” degli organigrammi delle aziende “danaricole”..: o)
    Sorrido, ma prob non sarebbe il caso…
    Guardi che, se la memoria non mi tradisce, anche Keynes prese una mezza “cantonata” finanziaria.

  • habsb |

    sig. Carl

    è proprio quello che dico.
    L’orgia di indebitamento statale non fa in pratica nient’altro che ridistribuire denaro dalla massa dei contribuenti agli happy few che dispongono di larghe eccedenze investibili.

    Lo stesso Lord Keynes faceva parte di questi happy few, e si è molto arricchito grazie alla speculazione e agli interessi pagati dai mercati finanziari.

    Il solo problema è che il debito statale è diventato talmente abnorme che perfino una tassazione socialista come in Francia o in Italia non riesce a rimborsarlo. Quindi le banche centrali, sottomesse di fatto ai governi, fissano i tassi a livelli prossimi a zero, incoraggiando ulteriori debiti.

    Tassi sempre più negativi ? Arriveremo al punto che i tassi per il debito dei consumatori toccheranno lo zero ?

  • carl |

    @ habsb
    Francamente, non è possibile argomentare seriamente e/o più di tanto sugli insegnamenti di Keynes in un commento psotato sul blog. Per cui mi limito ad una battuta sui famosi miliardi di interessi annuali (peraltro in calo grazie ad interventi definibili più o meno keynesiani) che vanno ai sottoscrittori dei relativi titoli i quali (o alcuni dei quali) se in pubblico magari lanciano strali (e minacciano notazioni “junk”..) sui debiti pubblici e dall’altra, in privato, li intascano allegramente.. Un quesito serio potrebbe essere quello di chiedersi che cosa facciano dei suddetti miliardi di ineteressi che frutta loro il debito pubblico italiano (e così pure quello di altri Stati)? Non è da escludere che grazie a Big Data, algoritmi, A.I, ecc finsica per risultare possibilie appurarlo… :o)
    Le dirò che personalmente credo che con detti miliardi ne facciano altri allo stesso modo, finché dura… Nummus da nummus…: o)

  • habsb |

    sig. Carl

    le proposte keynesiane di stimolare la domanda grazie a un indebitamento della persona giuridica statale, potevano avere un senso e un’efficacia nel mondo degli anni 30, caratterizzato da un estremo protezionismo.
    In questo caso una domanda piu’ forte, e il più forte consumo che ne consegue, potevano in effetti finanziare gli investimenti privati in un dato paese, durante il breve tempo che intercorre fra l’aumentare del debito e la necessità di aumentare le tasse per rimborsarlo.

    Ma con il ritorno al commercio mondiale (dopo la pausa protezionista degli anni 30 e 40), il debito statale italiano finanzia si’ una domanda, ma una domanda di prodotti cinesi o tedeschi o giapponesi. Sono questi i paesi che hanno tratto giovamento dalle ricette keynesiane, tuttora testardamente applicate (basti pensare al reddito di cittadinanza).

    Nel contempo, il necessario rimborso di un indebitamento ingente e crescente, obbliga a intensificare sempre più la pressione fiscale, che in paesi come l’Italia, o la Francia raggiunge livelli insostenibili, che deprimono oramai sia il consumo che l’investimento.

    Dobbiamo avere il coraggio di dire che Keynes era in errore, che le sue ricette potevano essere utili solamente in un quadro ben preciso di protezionismo come negli anni 30, ma che nel quadro in cui sono state applicate a partire dal 1945 non hanno fatto che finanziare lo sviluppo di paesi come Cina, Giappone e Germania grazie al debito statale europeo (e americano) e quindi in definitiva alle tasse che pagheranno i nostri discendenti per rimborsarlo.

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