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Medio Oriente – La Primavera dei Trent’Anni

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Coloro che sono attratti dalle vicende mediorientali si possono dividere in due grandi categorie: quelli convinti che dopo i disastri del 2011/12, le “così dette” Primavere arabe siano fallite, morte e sepolte; quelli che esultano per il loro ritorno e l’imminente successo, ogni volta che qualche migliaio di arabi occupa una piazza.

I primi, cioè i realisti, come i secondi, gli illusi, sbagliano: il desiderio di cambiamento non è venuto meno ma quel cambiamento accadrà nel migliore dei casi fra una generazione, fra trent’anni, forse di più. Sbagliano entrambi perché continuano a pensare che le Primavere arabe siano un evento. Invece no: sono una dinamica politica, una tendenza di lungo termine che sfugge alla cronaca quotidiana di una piazza occupata, della tolleranza o della violenza con la quale un regime risponde. In Europa abbiamo avuto la Guerra dei Trent’Anni, in Medio Oriente avranno la Primavera dei Trent’Anni.

Con qualche differenza da paese a paese, la prima ondata di otto anni fa fu causata dalla mancanza di libertà individuali e collettive, e dall’assenza di opportunità economiche. La sintesi di questa doppia istanza fu la richiesta di liberare il sistema dalla presenza asfissiante dei militari e della polizia. Dovevano difendere i cittadini, non reprimerli; garantire la loro sicurezza, non imporre quella arbitraria del regime; uscire dal sistema economico, non dominarlo con sistemi mafiosi e di casta. Partita dalla Tunisia, per reazione simpatica si allargò a molti altri paesi.

Sappiamo come finì. Massacrando la loro stessa gente, alcuni vecchi regimi si sono rafforzati; qualche potenza coloniale europea ha creduto di avere un’altra occasione; l’estremismo islamico ha colto l’opportunità per ristabilire improbabili califfati. Si sono salvati solo i paesi petroliferi, distribuendo a mano bassa denaro e sussidi.

Ma la cosa non finì affatto. Le istanze che avevano fatto esplodere le Primavere sono sempre lì; alle domande della gente non sono state date risposte. Nessun cambiamento per rendere i sistemi più inclusivi; né riforme economiche per sostituire la corruzione dilagante col buon governo o per dare lavoro ai 50 milioni di giovani arabi che ogni anno bussano alla porta del mercato del lavoro.

Come un fiume carsico, le Primavere scompaiono per scorrere in luoghi sotterranei e apparire di nuovo alla luce del sole dove e quando non erano state previste. E’ accaduto di nuovo in Algeria, poi in Sudan e brevemente perfino in piazza Tahrir, al Cairo. Ora in Libano e Iraq.

In questi due paesi la protesta e la qualità della rivendicazione hanno raggiunto livelli più alti. Dopo i militari, lo stato di polizia e i servizi segreti che non difendono i loro cittadini ma li reprimono, i manifestanti hanno incominciato a erodere un altro pilastro dello stato arabo: il predominio dell’etnia o della setta religiosa. Che sia il dominio di un gruppo su tutti gli altri o l’equa spartizione fra tutte le tribù etniche e/o religiose, come in Libano e in Iraq, il modello non funziona più. Garantisce una pace precaria, coopta ma non seleziona i migliori della società civile. Non importa che il ministro delle Finanze sappia cosa fare, conta che sia cristiano, sunnita o sciita. Non serve che il ministro degli Esteri conosca il suo lavoro ma che sia il genero del presidente.

“Oggi la sfida del mondo arabo è che il vecchio ordine fondato sul sostegno del petrolio e la forza bruta, è finito”, scrive Marwan Muhasher, ex premier giordano, uno dei pochi politici ad aver rinunciato al potere: è vicepresidente di Carnegie, un think-tank di Washington. “Ma”, prosegue, “un nuovo ordine arabo fondato sul buon governo, sul merito e sulla produttività, sta avendo dei problemi nella sua creazione”.

Il coraggio dei libanesi è anche contestare l’inaccettabile potenza di Hezbollah sciita, il cui leader Hassan Nasrallah non è meno coinvolto nel potere dell’altro sciita, il corrotto Nabih Berri, del sunnita Sa’ad Hariri, del cristiano Michel Aoun. Il coraggio degli iracheni è mettere in discussione la pesante interferenza dell’Iran negli affari del loro paese. Sia Nasrallah in Libano che il grand ayatollah iracheno Ali al-Sistani e quello iraniano Ali Khamenei denunciano l’intervento di “attori stranieri”, il complotto americano.

Ormai anche loro sono nel mirino delle Primavere. Ricorreranno di nuovo alla repressione, spareranno ancora sulla gente, invocheranno la protezione divina sul loro agire da autocrati, riuscendo a conservare il potere. Nulla cambierà, fino alla prossima piccola o grande eruzione. Così per molti anni ancora.

 

http://www.ispionline.it/it/slownews-ispi/

 

Allego l’articolo sulla Nato e le dichiarazioni di Emmanuel Macron, pubblicato ieri sul sito del Sole 24 Ore.

https://www.ilsole24ore.com/art/nato-crisi-d-identita-trump-ed-erdogan-picconano-quel-che-resta-dell-alleanza-ACvYPfx

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