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Israele verso il voto – La chiave del successo di Netanyahu

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ISRAELE VERSO IL VOTO – LA CHIAVE DEL SUCCESSO DI NETANYAHU

 

Larry King della CNN, un tempo conduttore del talk show più seguito d’America, diceva che “in una scala da 1 a 10, come ospite Bibi vale 8. Se avesse senso dell’humor, sarebbe 10”. Gli israeliani, anche i suoi sostenitori, direbbero che Bibi Netanyahu ha molti altri difetti e di più gravi. Ma lo hanno votato nel 1996 e ininterrottamente per un decennio in quattro elezioni dal 2009 al 9 aprile di quest’anno. Tredici anni al potere: più di David Ben Gurion.

Nel caotico sistema politico israeliano, cinque mesi fa Netanyahu non era riuscito a formare una coalizione di governo. Ma le elezioni le aveva vinte lui, alla guida della destra del Likud. E ora, il 17 settembre, alle nuove consultazioni resesi necessarie, da premier uscente è ancora il principale candidato alla vittoria, assieme a Benny Ganz, l’ex generale alla guida di Kahol Lavan, il partito di centro sinistra: molto più centro che sinistra.

In questo ininterrotto decennio al potere, Netanyahu è stato per molti versi l’antesignano del sovranismo che oggi avanza in ogni continente. I suoi successi politici, il presenzialismo internazionale, l’enfasi su bitakhon, la muscolare sicurezza d’Israele ad ogni costo, hanno fatto dimenticare che il decennio di Bibi è soprattutto segnato dai suoi successi economici.

Quando tornò al potere il 31 marzo del 2009, il mondo aveva già incominciato a sentire il peso della grande crisi finanziaria iniziata negli Stati Uniti. Ma Israele non ha mai fermato la sua marcia verso la prosperità. La crescita annuale del Prodotto Interno Lordo non è mai stata inferiore al 3%, il debito nazionale è sceso sotto il 6%; record dell’occupazione, integrazione nel sistema economico delle comunità più svantaggiate: gli arabi israeliani (il 20% della popolazione) e gli ebrei ultra-ortodossi. Quanto a crescita del Pil, per alcuni anni quella israeliana è stata la più solida dell’Occidente. Perché Israele è in quasi tutto un paese occidentale, anche se geopoliticamente è in Medio Oriente.

Il fenomenale successo delle startup – per numero e quantità d’investimenti a lungo superiori a Francia e Germania messe assieme – non è stato merito di Netanyahu. Ma lui ha saputo cavalcare il fenomeno, agevolandolo. Eliminando gli ostacoli alla crescita dell’Hi-Tech, e contribuendo a fare d’Israele una potenza globale della cyber-security, Bibi ha dato un volto tecnologico alla sua idea fissa: una bitakhon del XXI secolo.

Dal 2003 al 2005, era stato ministro delle Finanze nel governo di Ariel Sharon. E in quell’epoca aveva imposto un taglio delle tasse lineare e una riduzione dell’interventismo statale nell’economia privata. La sua era una politica economica liberista, uguale a quella del Partito repubblicano americano prima di Trump. L’ha perseguita anche da premier fino al 2011. In quell’anno in Israele era scoppiata una specie di primavera politica come nel resto della regione. Migliaia e migliaia di giovani erano scesi in strada a Tel Aviv per protestare contro il caro-vita e l’impossibilità di trovare casa a costi accettabili. L’economia correva ma Israele era diventato uno dei paesi con la più alta disparità nella distribuzione della ricchezza.

Anche in quel momento Netanyahu fu capace di adattarsi alla sfida, rendendo più equa l’imposizione fiscale, aumentando la spesa pubblica e i controlli sulle attività del settore privato. Le macro-statistiche ridimensionano il suo successo: nel 2009 la pressione fiscale era al 22%, un decennio più tardi al 23,4; la spesa pubblica del 31,4% era aumentata solo del 32,2. Ma il guerriero della sicurezza è anche stato capace di ridurre le spese militari dal 6,5 al 5,5%.

La fama internazionale Bibi Netanyahu l’ha conquistata con la sicurezza e il tribalismo ebraico. Da giovane era entrato nelle Sayeret Metkal, l’élite dei reparti speciali, combattendo la guerra del Kippur del 1973 e partecipando a 20 missioni oltre le linee nemiche o per sventare dirottamenti aerei. Il suo comandante – Ehud Barak, poi diventato avversario politico – sosteneva che se avesse intrapreso la carriera militare, avrebbe raggiunto i vertici delle forze armate.

Ma nei suoi primi 40 anni di vita, quasi tutti vissuti in America, c’è soprattutto un corposo curricumum economico. College a Filadelfia, master di Business Management con i voti più alti al MIT di Boston, una lunga esperienza professionale alla Boston Consulting Group. Bibi interrompeva la sua carriera nel mondo dell’economia americana solo per tornare in Israele da riservista a combattere. Fu Colette Avital, console a Boston, a scoprirne le qualità politiche e retoriche, e a usarle sul fronte della propaganda. Possedeva ”quella combinazione di forze speciali, accento americano e aspetto pulito” che piaceva tanto agli americani, scrive Ashen Pfefer, penna di Ha’aretz, nella biografia “Bibi – The Turbulent Life and Times of Benjamin Netanyahu” (Basic Books, New York, 2018). Alle trasmissioni di Larry King, Bibi era un ospite fisso, nonostante la totale assenza di ironia.

Da quel momento la politica e la retorica nazionalista definirono il suo profilo con una carriera folgorante: ambasciatore all’Onu a 35 anni, leader del Likud a 43, primo ministro a 45.

“Hanno vinto gli ebrei e ha perso Israele”, disse il laburista Shimon Peres, inaspettatamente sconfitto alle elezioni del 1996. Per la prima volta aveva vinto Netanyahu, insieme a un paese ostile alla trattativa di pace, desideroso di muri e di colonie, che aveva trasformato i testi sacri in un programma politico. La storia millenaria del popolo ebraico aveva battuto la modernità dello stato d’Israele. Era stato Peres, più di ogni altro, a costruire quella modernità, mutando il volto socialista del paese, facendo le riforme che hanno garantito i successi economici e tecnologici che oggi conosciamo. Per quanto possa sembrare irragionevole, il principale continuatore di quella modernità economica è stato Bibi, il guerriero del popolo ebraico.

 

http://www.ispionline.it/it/slownews-ispi/

 

Allego un commento sulla morte di Robert Mugabe, uscito sul sito del Sole-24 Ore.

https://www.ilsole24ore.com/art/e-morto-robert-mugabe-fu-presidente-zimbabwe-37-anni-ACf3nTi 

  • carl |

    Per quanto riguarda il concetto di “debito pubblico”, più che i “punti di vista” entrano in gioco le prassi, le progettualità, i calcoli, i “condizionamenti ed altri “vincoli”, il ricorso al lume di naso e via dicendo.

  • habsb |

    “Se il debito pubblico non esistesse, bisognerebbe inventarlo…”.”

    sig. Carl

    tutto dipende di punti di vista.

    per chi detiene le leve del potere e puo’ dunque decidere quanto denaro creare dal nulla e a chi offrirlo, e per i fortunati destinatari di questa manna (funzionari, industriali amici dei politici, banche, speculatori al rialzo …) il debito pubblico è certamente una benedizione

    non cosi’ per i contribuenti tartassati dal fisco che pagano in ultima analisi il debito con i suoi interessi, non ricavandone alcun beneficio.

    Il debito pubblico italiano è triplicato negli ultimi 40 anni, la nostra generazione. Forse che i patrimoni delle nostre famiglie sono ugualmente triplicati, escludendo i redditi di lavoro che sarebbero arrivati anche senza debito pubblico ? Non credo.

  • carl |

    Nella fretta ho tralasciato due paroline che vanno da sè…: ” Se il debito pubblico non esistesse, bisognerebbe inventarlo…”.

  • carl |

    @habsb
    riapro e richiudo subito…Mi creda, se il cosiddetto debito pubblico statale (ogni Stato ha il suo) bisognerebbe inventarlo… : o)

  • habsb |

    sig. Carl

    Lei non puo’ dire che

    “Nessun debito pubblico è mai stato rimborsato, bensì continuamente rinnovato, Oppure, a seconda dell’epoca, della moneta & del/dei paese/i coinvolto/i esso si è dissolto ed è diventato carta da macero…”

    perché non è assolutamente vero. La storia è piena di esempi di nazioni serie e affidabili che hanno integralmente rimborsato i debiti contratti. Un esempio abbastanza recente è quello della Finlandia, che nel 1976 ha fatto l’ultimo pagamento del debito contratto con gli USA ai tempi della Prima Guerra Mondiale.

    L’ammontare del debito statale italiano è eccessivo e si tratta di un fatto gravissimo che costa miliardi ai contribuenti e ne costerà ancora tanti finché i politici non si decideranno a affrontare il problema.

    E pensare che questo dissesto delle finanze statali non ha causato altro che consumi eccessivi e eccessive disuguaglianze sociali…

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