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Kashmir, una Palestina sull’Himalaya

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Nei 72 anni della sua esistenza, è sempre stato difficile contenere le complessità dell’Unione indiana nella sintesi gandhiana dell’ ”Unità nella diversità”. In ognuno dei 29 stati e dei sette territori federati si sono manifestate, spesso con la violenza, differenze religiose, etniche e castali; in molti le spinte centrifughe hanno messo in pericolo la compattezza del paese.

Ma nessuno di questi stati ha un passato e un presente così problematico quanto il Jammu & Kashmir. La regione è stata la causa di tre delle quattro grandi guerre e di un paio di “quasi-guerre” combattute col Pakistan. La decisione del governo centrale – una specie di golpe – di eliminare l’autonomia di cui godeva dal 1948, è la garanzia che il Kashmir continuerà a essere un luogo pericoloso anche nel futuro.

La spartizione del Sub-continente indiano del 1947, in realtà un sanguinoso taglio cesareo, aveva un punto di partenza: India sarebbe stata dove la maggioranza della popolazione era hindu, Pakistan dove il predominio era musulmano. Dalle sacche popolose di fede sbagliata nel luogo sbagliato, si mosse una migrazione di popoli che non aveva avuto uguali nella storia.

C’erano tuttavia due eccezioni nelle eccezioni. Il principato del Jammu & Kasmir aveva un monarca hindu e una popolazione a maggioranza musulmana; quello di Hyderabad, nel cuore dell’India, una situazione contraria. Ai due principati fu lasciata la libertà di scegliere l’annessione a uno dei due stati o l’indipendenza. Il Nizzam di Hyderabad scelse quest’ultima ma nel 1948 l’esercito indiano conquistò il suo principato. Il maharaja del Kashmir, Hari Singh, decise per l’annessione all’India e subito il Pakistan organizzò un golpe (fallito) per rovesciare il maharaja.

Essendo l’unico a maggioranza musulmana, il 60% della popolazione, il governo indiano concesse al Kashmir una larga autonomia che gli altri stati non avevano: fino all’inizio di questa settimana, quando il ministro degli Interni Amit Shah l’ha abrogata. E’ difficile stabilire quanto sia legale tutto questo. L’autonomia del Kashmir è stabilita dalla Costituzione, la più lunga del mondo. L’articolo 370 che la definisce, non è stato eliminato da un voto ma per decreto: entra in vigore quando il presidente della repubblica lo firmerà.

Amit Shah l’uomo che ha organizzato il golpe costituzionale, non è solo l’Home Minister del governo indiano: è l’organizzatore politico che ha fatto vincere a Narendra Modi e al BJP due elezioni consecutive con margini di consenso paragonabili a quelli di Indira Gandhi negli anni Settanta. Presidente del partito nazional-religioso del BJP, Shah è anche un ideologo dell’RSS, il movimento estremista , la rete delle organizzazioni induiste e anti-musulmane del paese, del quale anche il partito di Modi è parte.

Mentre si decideva l’annullamento dell’autonomia, nel Kashmir già presidiato da migliaia di poliziotti e militari, sono arrivati altri 10mila uomini; gli ultimi due chief ministers(i premier degli stati indiani) sono stati posti agli arresti domiciliari; le telecomunicazioni sono state sospese e il coprifuoco imposto a tempo indeterminato.

Il governo centrale nazional-religioso hindu ha già prospettato una nuova ingegneria politico-demografica: il Jammu (la cui popolazione e a maggioranza hindu) e il Kashmir saranno separati e avranno uno statuto speciale. Territorio apparentemente autonomo ma controllato direttamente da Delhi, diventerà il vicino Ladakh. Sarà l’unico a maggioranza buddhista del paese, il 58%. Più o meno come lo stato del Punjab, dove i sikh hanno la stessa maggioranza: per l’estremismo religioso dell’RSS e del BJP il buddhismo e la religione sikh sono parte della stessa famiglia allargata dell’induismo.

“Un passo catastrofico”, sostiene P. Chidambaram, ex ministro delle Finanze e uno dei pochi leader del Congress all’opposizione, ancora credibili. Tuttavia in parlamento il BJP ha una maggioranza assoluta e fa quel che crede. Alle pendici dell’Himalaya l’India sta dando vita a una nuova Palestina. Fatte le debite proporzioni, naturalmente: eccetto Pakistan e Cina, nessuno mette in discussione la sovranità indiana su quella parte del Kashmir. Ma le similitudini con l’insolubile situazione palestinese, sono molte. A partire dallo smembramento territoriale e continuando con il mutamento demografico che l’India ha in mente.

Uno degli elementi fondamentali dell’articolo 370 era il divieto per gli indiani non nati nel Kashmir di trasferirsi in quello stato e di possedere case e terreni. Nel tentativo di preservare l’unità nella diversità della nazione, si voleva garantire l’equilibrio demografico, fondato sulla maggioranza musulmana. Ora, come i coloni israeliani nei Territori occupati, gli hindu potranno trasferirsi nel Kashmir, modificando il profilo religioso della sua popolazione. Come fra israeliani e palestinesi, anche nel Kashmir terrorismo, violenze e repressione sono parte della quotidianità del luogo. Ora ce ne sarà di più, di tutto.

 

http://www.ispionline.it/it/slownews-ispi/

 

Allego un commento sullo stesso tema pubblicato dal sito del Sole 24 Ore.

https://www.ilsole24ore.com/art/kashmir-e-hong-kong-nazionalismi-asiatici-marcia-ACSXMid?fromSearch

  • habsb |

    sig. Tramballi

    “timeo hominem unius libri” diceva il Doctor Angelicus, e se le sue fonti sul conflitto arabo-israeliano, che ben conosco, si limitano ai punti di vista del Morris ormai rigettati da tutti gli storici seri, sarà ben difficile arrivare ad un accordo.

    Limitiamoci dunque ai fatti.

    1° Per tutta la WW2 gli arabi palestinesi sotto la leadership di al-Husseini hanno collaborato con i nazisti e sollecitato a più riprese tedeschi e italiani perché bombardassero Tel Aviv.

    2° Nel novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU adotta la risoluzione 181 che prevede la creazione di 3 stati : Ebreo, Arabo e città stato di Gerusalemme.

    3° Il giorno dopo sono cominciati gli attentati palestinesi contro la popolazione civile ebrea

    4° Poco dopo viene organizzato formalmente l’Esercito Palestinese per la Guerra Santa sotto il comando di al-Husayni, e con il sostegno attivo di vari reggimenti dell’Esercito Volontario di Liberazione Araba.

    5° Già a partire da gennaio 1948 Al Husayni assedia Gerusalemme e uccide centinaia di ebrei che cercavano di portare rifornimenti. Sotto questo assedio, 100mila palestinesi delle classi superiori abbandonano le loro proprietà a Gerusalemme ma anche a Haifa e Jaffa per spostarsi in territorio controllato dagli arabi in attesa della capitolazione di Gerusalemme, giudicata imminente.

    6° Invece Ben Gurion, riorganizza le forze armate ebree, instaura la coscrizione obbligatoire maschile e femminile, riceve ingenti fondi e armi dalla Russia di Stalin, e da simpatizzanti privati americani, e batte nettamente gli Arabi, conquistando territori che saranno ormai acquisiti allo stato di Israele proclamato in maggio 1948, in ottemperanza alla Risoluzione ONU 181

    Quindi è falso quello che Lei scrive, che i “profughi se ne andavano dai territori conquistati”.
    Perché già dal gennaio 1948, 100mila profughi arabi palestinesi se ne andarono da Gerusalemme assediata dall’Esercito Palestinese per la Guerra Santa, abbandonando le loro proprietà giudicando imminente la capitolazione ebrea.

    Proprietà che ora vorrebbero recuperare, come se la Germania volesse recuperare Alsazia e Lorena germanofone ma perse in guerra.

  • Ugo Tramballi |

    Il paragone è più che proponibile perché l’obiettivo del governo indiano in Kashmir e di quelli israeliani nella West Bank è di cambiare il profilo demografico e religioso di quei territori. Di solito non rispondo alle obiezioni dei lettori: penso che avere già lo spazio di scrivere commenti articoli sia più che sufficiente per non farsi prendere da comportamenti hubristici. E’ giusto che la parola sia lasciata al lettore. Ma quando leggo cose tipo “esodo volontario dei musulmani d’Israele” non riesco a tacere: è più forte di me. Al Sig. Habsb vorrei ricordare che, se si riferisce al 1947/48, i profughi erano musulmani e cristiani; che non se ne andavano da Israele ma dai territori che gli israeliani avevano conquistato dopo il fallimentare piano di spartizione Onu. Da ultimo, ed è questo per cui soprattutto rispondo, io “so bene” che solo una parte se ne andò. Ce ne fu un’altra più grande che fuggì o che subì forme di pulizia etnica. Non le chiedo di credere a me, si capisce che mi ritiene un anti-israeliano. In realtà non lo sono, mi sono solo abituato a reggere alle hasbara di chi crede alla narrativa unica di quella tragedia: ma questo non importa. La invito a documentarsi leggendo due testi di Benny Morris: “Vittime (Rizzoli 2001”) e “1948 – The First Arab-Israeli War” (Yale University Press”, 2008), Morris è uno storico che certamente non si può definire di sinistra, fllo-palestinese o “ebreo che odia gli ebrei”. Una definizione che detesto perché c’è puzza di fascismo in chi la usa.

  • habsb |

    sig. Tramballi

    come il sig. Claudio, anch’io penso che il paragone con la regione della Palestina sia improponibile e fuori luogo.

    Se il Kashmir è in India, è perché il suo legittimo sovrano ha scelto di far parte dell’India, siamo quindi in una situazione simile a quella della formazione di nazioni europee come la Germania dove convivono stati a maggioranza cattolica e altri a maggioranza luterana.

    Nel caso della Palestina, come Lei ben sa, il problema è nato invece dall’esodo volontario dei musulmani di Israele, partiti nel 1948 nella convinzione che tale nazione sarebbe stata annientata dai paesi arabi circostanti. E il problema si è accentuato con le ulteriori guerre vinte da Israele che ha occupato nuovi territori.

  • Claudio |

    Due osservazioni.
    Non è fatta menzione, nel background, dell’appoggio dato dal Pakistan a organizzazioni terroristiche che hanno operato in Kashmir e nel resto dell’India (e.g. Jaish-e-Mohammed).

    Il paragone tra quanto successo, al tempo della “partition”, in Hyderabad e Kashmir, a mio parere, non regge. Solo formalmente i casi sono simili, ma era chiaro che uno stato dentro dell’unione non poteva scegliere di andar con il Pakistan. Infatti quando in un primo tempo lo stato del Junagadh (il terzo caso problematico della separazione, non menzionato bell’articolo), a maggioranza hindu, volle unirsi al Pakistan, argomentò che anche se non aveva frontiera con il Pakistan, poteva essere raggiunto via mare. Inoltre la maggioranza hindu nell’Hyderabad era di quasi il 90%, superiore a quella musulmana nel Kashmir.

    Credo che aver voluto paragonare il Kashmir alla Palestina è alla radice di certe forzature e omissis.

  • carl |

    Lei ha spiegato chiaramente l’evoluzione socio-politica dell’enorme e popoloso subcontinente indiano dopo la spartizione (frettolosa? Irrespponsabile? Menefr…pardon, indifferente, blasée.. ?) firmata dal vicerè di turno (Mountbatten, mi sembra) e che come è noto fu molto, ma molto, cruenta per tanti degli hindù ed islamici che furono indotti a spostarsi di qua o di là di quella “neo-raya” tracciata dal designato disegnatore di corte (il succitato Mountbatten) con qualche formale consenso locale, ovviamente)… Ora, come conseguenza della nuova “geniale” decisione, Lei giustamente vede la concreta possibilità che alle pendici dell’Himalaya si materializzi una sorta di Palestina e dintorni 2.0 …Per non parlare della possibilità di una nuova guerra tra Pakistan e India. Che, magari, all’inizio sarebbe soltanto “convenzionale”, ma per poi degenerare in nucleare… A volte mi sono chiesto se da parte dell’occidente democratico non vi sia, da parte di qualcuno, qualcosa di simile ad un inconfessato (ed inconfessabile) anelo che scoppi veramente un conflitto del genere… Come se in tal modo gli infami & vili bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki risultino in qualche modo “diluiti”..”ridimensionati”…E divenga possibile dire, argomentare..: “Vedete che anche altri hanno fatto ricorso all’atomica?”…

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