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La porta della misericordia che non vogliono tenere aperta

Misna
Quando fra i botti e i tric-trac di mezzanotte getteremo dalla finestra le cose vecchie (spero che la crisi e la crescente consapevolezza ecologica della gente abbiano eliminato una tradizione così sciocca), fra queste “cose” ce ne sarà una che non doveva essere buttata. Il 31 dicembre chiude l’agenzia di stampa Misna.

Non per colpa di un editore che non è editore perché l’Italia è probabilmente l’unico paese occidentale, democratico e capitalista nel quale non esistono imprenditori che facciano solo gli editori. Non perché il loro amministratore delegato Trangugia&Divora ha avuto il mandato di guardare i conti, tagliare, ridurre, ristrutturare e chiudere per preservare il core business del gruppo, che non sono mai una testata giornalistica e la qualità dei suoi giornalisti.

No, a decidere di chiudere Misna sono i missionari: la prima linea della pietà cristiana ai confini più duri dell’umanità, i soldati disarmati della Chiesa, i salvatori delle nostre coscienze ingrassate. Se anche loro chiudono imprese editoriali, vuol dire che la stampa non ha speranze. Oltre alle pensioni, ci stanno precludendo anche il Paradiso.

Misna, la Missionary International Service News Agency è l’agenzia stampa online fondata nel 1997 dal mitico padre Giulio Albanese, comboniano con la passione per il nostro mestiere. Per anni ha informato su paesi, conflitti e tragedie, dove la grande stampa riteneva superfluo mandare inviati. Editore di Misna sono gli Istituti Missionari.

I giornalisti sono stati informati della chiusura del 31 dicembre “con meno di un mese di preavviso”, dice il loro comunicato. Nel quale si legge anche del “rifiuto” dell’editore – i santi missionari, non Trangugia&Divora – “alla manifestata disponibilità della redazione di considerare soluzioni in grado di affrontare la crisi aziendale, che facciano leva sugli ammortizzatori sociali disponibili”. Crisi aziendale? Quanto costerà mai un’agenzia online con quattro giornalisti, due collaboratori fissi e una rete mondiale di collaboratori volontari, cioè gli stessi missionari sul campo?

Ora, non voglio fare il teorico del complotto: ho imparato questo mestiere all’ombra di Montanelli che odiava il giornalismo complottistico. Non voglio pensare che anche il destino di Misna, una vera controinformazione rispetto alle versioni ufficiali, faccia parte della guerra della grassa Curia contro Francesco.

Vorrei evitare la facile retorica tipo: quanto andrebbe avanti Misna se il cardinal Bertone si fosse fatto un attico meno lussuoso e un po’ più piccolo? No, sarebbe banale. Però, ammetterete che la tentazione è forte. Ieri ho letto la notizia che il cardinal Bertone, accusato di aver sottratto 250mila euro all’ospedale pediatrico Bambin Gesù per sistemarsi l’attico, ne ha “donati” o restituiti 150mila. Ma perché un cardinale possiede 150mila euro in contanti?

Non conosco la reale condizione economica dell’Editore di Misna; né so se i quattro giornalisti percepissero stipendi da calciatori; e nemmeno se i loro missionari-informatori nello slum di Kibera, nella siccità del Sud Sudan, sulle montagne della Bolivia e nelle foreste del Bihar presentassero note spese gonfiate e ricevute false di taxi. Missionari-editori, permettetemi di dubitarne.

Oltre i suoi costi e i ricavi probabilmente inesistenti, Misna è un simbolo della componente etica del nostro lavoro. Nell’Anno Santo che, fra le altre, dovrebbe avere la misericordia di occuparsi di ciò che accade fra i popoli più poveri, si aprono tante porte ma chiude l’agenzia stampa che dava voce agli ultimi della Terra.

A parte l’Ansa, non c’è giornale né televisione italiana che abbia un ufficio nei paesi più poveri dell’America Latina, nell’ Africa sub-sahariana, in India. La Rai ha un corrispondente a Nairobi, ancora al suo posto probabilmente per le pressioni delle organizzazioni missionarie cattoliche (non pagano loro, paga la Rai). Ma chi l’ha visto? Quanti servizi dall’Africa chiedono i telegiornali al corrispondente?

L’informazione è un’industria: per funzionare e dare posti di lavoro deve garantire un reddito. Deve vendere il suo prodotto e raccogliere pubblicità. Ma quel coefficiente etico del giornalismo è ugualmente essenziale. Il suo costo è nella serietà, nel coraggio e nella preparazione di chi lo pratica: non richiede aumenti di bilancio né investimenti straordinari. Se non lo capiscono i missionari, allora siamo perduti.

 

Allego l’articolo uscito qualche giorno fa sulle pagine del Sole-24 Ore

 

  • carl |

    Vedo 0 (zero)commenti..E allora eccone 1.Su di un blog scientifico di”Le Monde”un paio di commentatori si chiedevano oggi o ieri come i fisici trascorrano le giornate, ad es.sotto il Gran Sasso, in attesa di neutrini ed altre particelle..Di sicuro non operando taylormente, o come gli operai di Ford..:o)Un’analoga domanda potrebbe sorgere anche per le gironate del corripondente RAI di Nairobi..:o)
    Apprendo della chiusura della Misna, il che è sorprendente per una Chiesa statutariamente Missionaria, oltre che sedicente Universale..No?Ma è la stessa solfa per quanto riguarda una TV..Ne sono passati di lustri prima che il papato (o vaticano) si decidesse a crearne una (e con quali addetti..Un aspetto altrettanto sostanziale,perchè non basta che gli addetti siano dei parrocchiani di fiducia…:o) Ma devono anche essere competenti..). Beh,il ritardo in questione è prob dovuto alla stessa ragione )che ha indicato Lei dott Tramballi(l’esistenza di un corrispondnte factotum RAI a Nairobi..) così come prima c’era la RAI TV in mani di ispirazione vaticano/diccì…E dunque perchè mai investire soldoni per crearne una di propriamente vaticana?
    Apprendo en passant che l’ANSA è una cooperativa i cui soci sono i principali editori della stampa italica..Il che mi fa venire in mente la Banca d’Italia (ed altre cosiddette Banche Centrali),i cui “soci” sono le banche private italiane.. Mentre nel cosiddetto “immaginario collettivo”..:o) molti la immaginano pubblica. No?
    Ma lasciamo perdere.
    Infine anche un pensiero su Adel al Jubeir che come Lei nota è il primo ministro a non essere membro di casa reale..Casa reale che per un certo verso(inglobando cioè nel suo territorio La Mecca e Medina)può essere vista -almeno sul mero piano statale- come una sorta di vaticano islamico..Infine che sia voluta l’estensione raggiunta dalla casa reale saudita? Che sia cioè dovuta a uno di quei famosi due fattori di J.Monod “Il caso e la necessità” oppure a tutti e due…? Si racconta che la prima guerra mondiale scoppiò per l’uccisione di un membro della monarchia..Orbene in Arabia Saudita i membri della monarchia sono ormai centinaia e centinaia…Lo ripeto? Che sia un accorgimento oppure solo frutto del caso e/o della cosiddetta serendipity..

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