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Medio Oriente, primo produttore mondiale di profughi

syria
Il Medio Oriente arabo è abitato dal 5% della popolazione mondiale. Ma più del 53% dei rifugiati del mondo viene da quella regione.

 

Sheikh Sabah al-Ahmad al-Jaber al Sabah, l’emiro del Kuwait, si sarà chiesto perché adesso. Perché la Lega araba ha approvato solo ora la creazione di una forza militare comune, utilizzata per riportare l’ordine in Medio Oriente, ovunque qualcuno lo violi. Qui a Kuwait City tutti si ricordano quando Saddam Hussein invase il loro paese, il  2 agosto 1990, e nessuno mosse un dito. Poi il Kuwait fu liberato. Ma senza gli Stati Uniti che mobilitarono una coalizione mai vista prima (c’erano perfino i siriani), le cose sarebbero andate diversamente.

L’Olp di Arafat si schierò dalla parte di Saddam, re Hussein di Giordania non condannò il dittatore iracheno. Gli altri arabi fecero un po’ di polverone. Ma nessuno sarebbe stato capace né avrebbe avuto la voglia di mettere insieme e guidare un’armata per liberare il piccolo Kuwait. L’Arabia Saudita di allora era un Paese tanto ricco quanto debole e irresoluto, pronto a pagare con petroldollari qualsiasi paese, movimento o milizia araba lo minacciasse.

Oggi invece è nata una Forza Armata Araba Comune: 40mila soldati delle forze speciali per il pronto intervento, aerei per attaccare dal cielo e una flotta per colpire dal mare. Così è stato deciso al vertice della Lega araba di Sharm el-Sheikh, sotto la pressione delle vicende yemenite. L’ex generale al-Sisi, ora presidente egiziano dal quale è venuta l’idea, ha dato l’impressione di una grande guerra alle porte: la regione è minacciata da forze “distruttive” che mettono in pericolo “la diversità etnica e religiosa” del Medio Oriente.

Il fronte della possibile minaccia è piuttosto ampio e volutamente al-Sisi non ha voluto essere preciso: gli Houthi, gli iraniani, gli sciiti, Bashar Assad, l’Isis, al-Qaeda, i Fratelli musulmani, i curdi, Israele, Hezbollah.

Occupati, trasformati in campo di battaglia, destabilizzati per esserne i vicini, impegnati a mandare soldati e bombardieri, 14 dei 22 Paesi della Lega araba sono convolti in un conflitto mediorientale. Nonostante questa emergenza, i ministri della Difesa dei Paesi arabi si riuniranno solo fra un mese. E solo fra quattro verranno presentati i dettagli della forza multinazionale araba (meglio chiamarla arabo-sunnita) che poi dovranno essere approvati da tutti. Qualche esperto già dice che un comando integrato necessario per far funzionare la forza, non ci sarà mai.

Ed è come una legge del contrappasso se a Sharm si tenta di creare lo strumento per affrontare militarmente le guerre mediorientali, e qui a Kuwait City si cercano le risorse per lenire le conseguenze di questi conflitti. Alla Conferenza internazionale umanitaria per la Siria, per la terza volta consecutiva in Kuwait, partecipano 68 Paesi: alcuni dei quali finanziano i combattenti di quella guerra e contemporaneamente raccolgono il denaro per soccorrerne le vittime.

Potremmo chiamarlo realismo politico-umanitario: il Kuwait, per esempio, è una delle 10 nazioni che bombardano lo Yemen ma è anche una delle più munifiche a favore della tragedia dei profughi siriani. Lo sceicco al-Sabah è stato proclamato dai giornali locali “Leader Umanitario”. E’ la grande confusione nella quale è coinvolto chiunque tocchi la regione, come gli americani. L’altro ieri Ha’aretz, il giornale della sinistra israeliana, sintetizzava così il ruolo attuate degli Stati Uniti: “Combattendo l’Iran in Siria, aiutando l’Iran in Iraq, negoziando con l’Iran in Svizzera”.

I profughi siriani sono l’epitome del caos del mondo arabo. In un Paese di 23 milioni di abitanti, 12 sono profughi: 7 e mezzo sfollati interni, quattro e mezzo fuggiti all’estero: Libano, Giordania, Egitto, Libia e da lì pericolosamente verso l’Europa per chi ha i mezzi per pagare gli scafisti.  Per non far morire di fame, di stenti e di malattie i siriani, servono 8,7 miliardi di dollari l’anno per tutti gli anni che mancano a una invisibile soluzione politica.

“Ma non dimenticatevi degli altri, i profughi storici”, dice quasi sottovoce come fosse un portoghese entrato senza pagare il biglietto nella sala della Conferenza siriana, un rappresentante dell’Unrwa. E’ l’agenzia Onu per i palestinesi, fuggiaschi da un tempo così lontano da essere stati travolti fino all’oblio dalle vittime di conflitti più freschi. I palestinesi, che non rientrano nelle schiere dell’Unhcr – l’agenzia di tutti i profughi del mondo – ma sono gli unici della categoria ad avere un’agenzia Onu tutta per loro, appunto l’Unrwa, sono gli sfortunati fra gli sfortunati.

Contro la loro volontà, sono profughi seriali. Ovunque siano fuggiti dalla Palestina – in Libano, Giordania, Siria, Egitto – sono stati coinvolti dai conflitti di quei Paesi, diventando anche profughi di quelle crisi. Se l’Olp condanna Assad, il regime perseguita i palestinesi sotto il suo controllo; se non lo condanna, i Paesi del Golfo negano gli aiuti. Il caso più tragicamente straordinario è il ragazzo palestinese andato a combattere per il califfato, al quale l’Isis ha tagliato la gola, accusandolo di essere una spia d’Israele.

 

 

Allego un articolo uscito domenica sulle pagine del Sole

 

Arabia, la potenza «riluttante»

Riad guida gli attacchi aerei nello Yemen, ma ha bisogno della forza militare dell’Egitto

Quattro volte i sicari di Ansar al-Sharia sono saliti dallo Yemen per assassinare Mohammed bin Nayef. Per quattro volte hanno fallito ma la scelta del nemico che i terroristi volevano eliminare, rende onore all’autorevolezza del loro bersaglio. Mohammed è stato il capo dei servizi segreti sauditi, dal 2012 è ministro degli Interni e da due mesi, dopo la morte di re Abdullah, è anche vice principe ereditario e vice premier.

A 55 anni Mohammed bin Nayef è l’uomo più potente del regno dopo il monarca, Salman. È stato educato nella West Coast americana e addestrato dall’Fbi, nessuno può vantare gli stessi contatti con i capi dell’intelligence degli Stati Uniti. È il responsabile della lotta al terrorismo qaidista e alle infiltrazioni dell’Isis. Ma, ancora più importante, è lui ad avere in mano il dossier siriano e tutto lascia credere che sia anche al vertice di quello più importante e definitivo per l’Arabia Saudita: l’Iran. Per quanto abbiano ripetutamente tentato di assassinarlo, la minaccia che Mohammed ha il compito di contenere non sono gli islamisti radicali sunniti, ma le mire egemoniche degli iraniani sciiti. La scorsa settimana è stato lui a convocare a Riad un vertice straordinario del Consiglio di cooperazione del Golfo (Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati, Oman e Arabia Saudita), dedicato allo Yemen e nel quale è stato deciso l’intervento militare. E ora, mentre gli Houthi avanzano verso Aden, sta organizzando l’evacuazione dalla città delle forze alleate dell’Arabia Saudita. Anche le agenzie Onu hanno deciso di ritirare tutto il personale.

Mohammed bin Nayef rappresenta il nuovo corso saudita che nei contenuti essenziali non è diverso da quello precedente: la continuità è il pilastro della stabilità monarchica. Ma in alcuni dettagli importanti il regno di Salman differisce da quello di Abdullah. È dall’invasione americana in Iraq, nel 2003, che l’Arabia Saudita ha iniziato a costruire la sua autonomia militare, politica e strategica dagli Stati Uniti, lavorando alla costruzione di un asse sunnita regionale. Le Primavere arabe, il fallimento di diversi Paesi della regione che ne è seguito, e il disimpegno dell’amministrazione Obama, hanno accelerato la creazione saudita di un’architettura sunnita moderata.

L’architettura o “Pax Saudiana”, come spesso è chiamata, parte dal Golfo normalizzato dal Patto di sicurezza interna fra i sei Paesi del Consiglio di cooperazione, entrato in vigore dopo un trentennio di trattative. Nessun regno o emirato potrà essere il rifugio dei dissidenti di un altro. Esprimendo giudizi o posizioni politiche, nessun giornale, intellettuale, partito o movimento negli altri Paesi del Golfo, dovrà mancare di rispetto verso la monarchia saudita. E nessuno potrà avanzare riforme politiche che non siano compatibili con il sistema saudita.

Per tradizione e massa critica – meno di 30 milioni di abitanti- l’Arabia Saudita fatica ad assumere il ruolo di gendarme della regione. Ha l’autorevolezza politica, religiosa e il denaro, ma non la forza militare. Pensando di ristabilire la divisione sunnita dei compiti che c’era ai tempi di Hosni Mubarak, Riad aveva favorito il golpe militare in Egitto contro i Fratelli musulmani, e sostenuto economicamente il generale al Sisi. In una dimostrazione di riconoscenza più che di forza, ieri al vertice della Lega araba di Sharm el-Sheikh, al Sisi si è offerto di assumere l’onere principale in uomini e mezzi di una forza militare inter-araba da inviare nello Yemen.

Ma dovranno passare anni perché l’Egitto si stabilizzi e torni a essere protagonista. I sauditi, che stanno finanziando l’economia del Cairo, lo sanno. Per questo nel 2015 spenderanno quasi 10 miliardi di dollari in armamenti, raddoppiando le spese per la difesa dell’anno precedente. L’obiettivo fondamentale, tuttavia, resta politico, non militare: l’asse sunnita, un’alleanza strategica che inizia in Marocco e arriva al Pakistan, l’unica potenza nucleare islamica (e sunnita) con un arsenale in espansione e finanziato dai sauditi.

Ma per realizzare il grande disegno c’è un ostacolo: i Fratelli musulmani. La questione ha lacerato l’Egitto, devasta la Libia, divide i palestinesi e gli oppositori al regime siriano. Soprattutto sottrae al fronte sunnita due protagonisti: il Qatar che ha il denaro e, ancora più importante, la Turchia che ha la geopolitica. Sono i due grandi sostenitori della fratellanza. Per l’Arabia saudita di Abdullah il movimento islamico era un’ «organizzazione terroristica». Per l’Arabia Saudita di Salman, non più. È questa la discontinuità più importante della nuova monarchia.

È stato Mohammed bin Nayef a incontrare per primo qatarini e turchi per anticipare il cambiamento, poi ufficializzato dal re Salman davanti all’emiro del Qatar e Recep Erdogan, e infine riassunto da Saud al Faisal, il più longevo ministro degli Esteri al mondo: «Non abbiamo problemi con i Fratelli musulmani».

Il Qatar è tornato all’ordine stabilito del Consiglio del Golfo; Erdogan fatica di più a riappacificarsi con l’Egitto e a contrapporsi all’Iran come vorrebbero i sauditi: è dal 1693 che turchi e iraniani non hanno dispute di frontiera. Anche il riconoscente Pakistan vorrebbe mantenere rapporti civili con l’Iran, pensando all’Afghanistan. Ma sono stati gli Houthi yemeniti a dare sostanza alla mobilitazione sunnita deliberata dall’Arabia Saudita. Dopo lo Yemen, sono convinti Mohammed e il suo re, l’espansione sciita iraniana destabilizzerà il Bahrein.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ugo Tramballi

 

  • carl |

    Il 98,5 degli italiani, in grado di leggere, dovrebbero metabolizzare i Suoi due pezzi..:o)e così facendo potrebbero, sia pure soggettivamente, chiarirsi unn pò meglio le idee su cosa stia bollendo in pentola in M.O. e Asia minore.
    Tuttavia, almeno per quanto riguarda l’invasione del Kuwait,ricordo che al fu Saddam pare che sia stata l’ambasciatrice usa dell’epoca a fargli tacitamente/indirettamente capire (o fraintendere..) che non ci sarebbero state obiezioni da parte usa in caso di un’eventuale invasione del Kuwait.. (e anche S.Romano vi ha accennato dalla Sua stanza..:O)
    Quanto all’armata interaraba:
    a)dubito assai che possa “vincere” una guerra asimmetrica, quand’anche finisse per ricorrere massicciamente (come hanno finito per fare inutilemente gli usa)a dei mercenari/contractors..Potranno causare molte vittime,questo si, e sopratutto civili in tutto e per tutto come gli usa nel corso dei loro vari “fatti compiuti”..E anche gli “interarabi”alimenteranno(metaforicamente con flebo e/o sondino) le già esistenti e/o altre minoranze attive, private, patogene o terroristiche che dir si voglia..Che fare allora? Lasciamo perdere. cosa vuole che dica io, un insignificante ed ignoto cittadino, quando perfino i papi continuano ad ipotizzare o cmque a non escludere tassativamente un inevitabile ricorso ad “iniziative belliche giuste o giustificate”..?
    b) mi lasci infine dire che dubito assai che l’al-Sisi di turno possa aver avuto (da sè)l’idea dell’armata interaraba..:o)
    c)Quanto a M.bin Nayef emblematicamente “..educato nella West Coast e corsi di formazione continua” c/o fbi..” potrebbe perfettamente corrispondere a questo o quel personaggio attualizzato di una delle serie TV che vanno per la maggiore (“House of cards”, “Il trono di spade”, ecc.)e mi ricorda pure un pezzetto letto di recente all’interno di un quotidiano locale, ove si parla di tutt’ora esistenti (dopo decenni e decenni) “Current U.S.Social,Political and Economic Issues for Young European Leaders”…
    Programmi interamente a carico dello US State Dept. Insomma di fondi pare che ce ne possano essere per svariate iniziative:
    fondi compassionavoli per i bombardati e profughisizzati” ma anche per giovani amministratori (anche locali) rampanti che puntano sul cosiddetto “cavallo vincente”.. Ma se finisca per esserlo(“vincente”) solo il mago Merlino potrebbe dircelo per certo.:O)

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