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Mogherini e l’interesse nazionale

mogherini
Come giornalista che si occupa di politica estera spesso mi lamento dello scarso interesse dei politici italiani per la materia. Piegati sulle vicende interne, di questi tempi certamente serie, ignorano quelle esterne comunque importanti anche per un Paese di media importanza come il nostro.  Quando però vi si dedicano, quasi sempre mi pento di aver desiderato che lo facessero.

Approssimazione, ignoranza della materia. Il senatore di Cinque stelle che propone una trattativa politica con i tagliagole medievali dell’Isis. O Matteo Salvini che con la sua felpa di Milano va in Corea del Nord perché – ha dichiarato – bisogna cercare nuovi mercati per le imprese italiane. Qualcuno gli avrà detto, spero, che è andato nella Corea sbagliata: in questo caso geografico è il Sud che ha i soldi; a Nord c’è una oligarchia militar-confuciana che affama il suo popolo. E comunque con Antonio Razzi non andrei nemmeno a mangiare una pizza sotto casa: è un simbolo della politica immorale al quale si dovrebbe ritirare il passaporto per il bene del Paese.

Ma ancora più che superficialità e ignoranza, il difetto della classe politica italiana è lo sfruttamento per uso interno delle grandi questioni internazionali, che spesso sono tragedie: la guerra ucraina, l’Isis, Gaza, la vittoria dei conservatori in Germania o dei socialisti in Francia diventano un’estensione del dibattito interno, ridotte all’umiliante livello del cicaleccio sul perché il presidente del consiglio non va a Cernobbio o alla festa dei ciellini.

Intendiamoci, è giusto che i partiti esprimano giudizi diversi sul mondo: da quando c’è il Tea party, al Congresso americano succede anche di peggio. Quello che manca ai nostri eroi è la sintesi. O per meglio dire, la capacità di definire l’interesse nazionale: sulla politica estera ci si può anche scornare ma poi, per il bene della credibilità e dell’immagine del Paese, si deve essere solidali con le scelte fatte.

Il caso di Federica Mogherini nominata “Alta rappresentante della politica estera e di difesa europea”, è un esempio calzante. Qualche tempo fa su questo blog avevo scritto che era prematuro candidare Mogherini il cui curriculum era piuttosto debole per il posto. Quel ruolo, avevo scritto, è una sintesi fra irrilevanza e autorevolezza: irrilevante perché oltre la roboante dizione della carica, la politica estera la continuano a fare i governi nazionali; ma autorevole perché girando per il mondo posso testimoniare che nonostante tutto la Ue è ovunque tenuta in buona o grande considerazione.

Ora però che Federica Mogherini è “Lady Pesc”, basta. L’Italia ha conquistato una carica che negli equilibri interni della Ue è importante e che ha grande visibilità internazionale. Non ha senso continuare a criticare la scelta di Renzi solo perché è stata la scelta di Renzi. Credo invece che ora dovremmo provare un certo orgoglio per Mogherini, essere certi che saprà gestire magnificamente quell’equilibrio fra irrilevanza e autorevolezza, facendo pendere la bilancia verso la seconda. La ministra ha il diritto di avere gli auguri sinceri e il sostegno di tutti gli italiani. Noi abbiamo il dovere di darli.

Se posso permettermi un’ultima esortazione, per la carica di ministro degli Esteri al posto di Mogherini, voto a favore di Lapo Pistelli: se la competenza e non necessariamente il sesso è ciò che conta, Pistelli alla Farnesina sarebbe la persona giusta al posto giusto.

 

 

P.S. Era da un bel po’ che non lasciavo post su Slow News e mi scuso con quei lettori che, commuovendomi, avevano scritto preoccupati.  Il silenzio è stato principalmente dovuto ai molti articoli, commenti e analisi dedicati alle guerre di Gaza e in Ucraina, scritti durante l’estate sul Sole-24 Ore. Credo che anche le opinioni vadano prodotte con una erta moderazione. Nel mondo delle idee regolato dai social network, l’importante è esserci comunque, apparire, dire la propria ogni dieci minuti. Continuo invece a pensare di doverlo fare solo quando credo di avere qualcosa da dire. Allego comunque gli ultimi due articoli sulla crisi ucraina apparsi in prima pagina sul Sole-24 Ore.

Ne approfitto per informarvi, come peccato di Hubris, che a partire da lunedì 8 fino a domenica 14 settembre, ogni mattina alle 7.15 condurrò “Prima Pagina”, la rassegna stampa di Radio 3 Rai. 

 

 

IL NEMICO ALLEATO

“Non esiste più un partenariato strategico fra Unione Europea e Russia per scelta di Mosca”. Federica Mogherini nella doppia posizione di ministro degli Esteri del semestre italiano e di capo in pectore della diplomazia della Ue, non poteva trovare un modo più tranchant per definire la fine di un’amicizia e il momento europeo. Esercitazioni Nato ai confini orientali da un lato, minaccia di una revisione ancora più aggressiva verso Ovest della dottrina di difesa russa dall’altro. Nemmeno con l’invasione d’Ungheria del 1956 e di Praga del ’68 il continente era stato così vicino a un conflitto.

Ora abbiamo un nemico, una minaccia “chiara e reale”. La cortina di ferro è di un migliaio di chilometri più a Est ma incombe come quella vecchia. Sembra la visione concreta di una nuova Guerra fredda: il termine è piuttosto abusato, da qualche tempo, ed è una volta di più poco appropriato perché il nemico di allora era globale e il muro che divideva l’Europa continuava in ogni angolo del mondo dall’America Latina al Vietnam, passando per il Medio Oriente. Ovunque c’erano governi amici e nemici, e ovunque gli interessi erano contrastanti.

Il paradosso di oggi è che la Russia di Putin è solo un nemico europeo: la guerra in corso in Ucraina orientale e le minacce di allargarla non hanno alcun effetto sulle altre geopolitiche, almeno per il momento. L’invasione sovietica dell’Ungheria era strettamente collegata all’occupazione anglo-francese del canale di Suez: erano parte della stessa grande storia del Novecento. Mosca sosteneva Nasser e l’Occidente Israele. La prima armava Hanoi e il secondo sosteneva Saigon. Oggi non è più così. Fuori dall’Ucraina e dall’Europa, l’Est russo e l’Ovest hanno più interessi comuni che antagonismi.

L’anno scorso la minaccia americana di bombardare la Siria e la pressione russa sul regime di Bashar Assad, in un lavoro di squadra forse non premeditato ma efficace, avevano eliminato l’arsenale chimico siriano. Il comune obiettivo raggiunto fu duplice: impedire che quelle armi letali fossero usate dai governativi e che cadessero nelle mani dei jihadisti. Quando i russi sostengono che in Siria l’alternativa al regime non sono le milizie laiche ma l’estremismo religioso, ufficialmente gli americani non abbracciano l’opinione ma la condividono.

Nel vecchio scenario della Guerra fredda, l’Isis sarebbe diventato uno strumento sovietico contro i declinanti disegni mediorientali americani. A quel tempo gli americani armavano i mujaheddin afghani per contrastare l’occupazione sovietica. Oggi nessuno si può più permettere di usare l’Islam radicale come pedina del proprio grande gioco. Il Califfato è una minaccia totale anche per la Russia: se il governo di Londra ha una lista di 500 giovani inglesi arruolati nell’Isis , quella che hanno a Mosca di russi caucasici e ceceni è molto più lunga.

Nella trattativa sul nucleare iraniano, americani, europei e russi appartengono allo stesso fronte negoziale: pur con alcuni distinguo, alla fine nessuno vuole che Teheran abbia la bomba. E perfino nel Medio Oriente più vicino Stati Uniti e Russia possono ormai definirsi ugualmente filo-israeliani. Lo Stato ebraico è talmente abitato da russi che Putin non armerebbe mai un Paese arabo che volesse dichiarargli guerra. All’inizio della crisi ucraina Bibi Netanyahu era volato a Mosca nel tentativo di mediare. E qualche anno fa il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman il quale scrive in cirillico molto meglio che in caratteri latini, aveva perfino teorizzato la sostituzione dell’America con la Russia come partner strategico d’Israele.

Nemici in Europa al punto da non saper trovare il filo di un dialogo, e alleati altrove, dunque: quale delle due condizioni col tempo influenzerà l’altra, sarà forse la grande questione del nostro futuro. E’ questa la singolarità del nuovo disordine.

 

PUTIN E L’ITALIA

“Si mette in vendita dappertutto, da queste parti ci sono grandi opportunità per chi ha i soldi”, diceva la settimana scorsa l’amministratore di un casale del Cinquecento, trasformato in albergo con piscina, dalle parti di Castellina in Chianti. Il bilancio di un’estate magra, piovosa e al centro della crisi, evidentemente non è esaltante per il turismo. Già, ma i soldi non li ha nessuno per fare l’affare, nemmeno gli inglesi e i tedeschi che da queste parti avevano comprato casali e vigneti. “I russi si, loro comprano”, aveva risposto l’amministratore toscano.

In questa età di mezzo della storia d’Europa, fra il dopo-Guerra fredda e un dopo-dopo Guerra che assomiglia di nuovo alla guerra vera prima della Guerra fredda, conviviamo col nemico. C’è una incomprensibile dicotomia fra il russo del Chianti e quello di Donetsk. Il primo aveva incominciato già negli anni della Perestroika a desiderare l’Italia: il primo ristorante cooperativo di Mosca con partecipazione straniera, si chiamava “Arlecchino”. Poi, un ventennio fa, finalmente libero di possedere un passaporto per l’espatrio (un tempo ne occorreva uno anche per viaggiare dentro l’Urss) il russo incominciò ad atterrare all’aeroporto di Rimini, anche fuori stagione, con voli charter perfino dalla Siberia. Arrivava col mocassino di plastica grigio-topo di produzione sovietica e ripartiva carico di scarpe, dopo aver arricchito i calzaturifici della Romagna. Col tempo e dopo l’aumento vertiginoso dei prezzi energetici, le spese e gli investimenti in Italia si sono fatti più sofisticati: dalla Costa Smeralda al Chianti.

Il russo globalizzato, diventato sinonimo di emiro arabo può essere nostro nemico? In realtà non è così semplice. In questa età di mezzo senza un nuovo ordine globale, anche gli emiri sono più ambigui di quanto pensassimo: mentre i loro fondi sovrani compravano assets in Italia, nel Levante i loro mukabarat – i servizi segreti – regalavano armi ai terroristi islamici.

E’ in questo caos che è maturato il russo di Donetsk, capace di minacciare una guerra vera come ai tempi di Stalin e Hitler e, ancora più indietro, al continente degli imperi nel 1914. Mai la civiltà europea della pace era stata messa in discussione come oggi. A parte i coreani del Nord, mai nessun capo di una potenza nucleare aveva ricordato al mondo, come ha fatto Putin, che non si scherza con chi ha l’arma atomica. La filosofia della “mutua distruzione” aveva funzionato come deterrenza per mezzo secolo perché le potenze nucleari non avevano mai minacciato l’uso dei loro arsenali.

E’ difficile per l’Europa trovare una via di mezzo fra la convivenza e gli enormi affari con la Russia da una parte, e dall’altra queste minacce che ricordano il vecchio continente delle guerre mondiali. In qualche modo la Ue ci ha provato nella scelta del suo nuovo esecutivo: il polacco Donald Tusk alla presidenza del Consiglio e Federica Mogherini come responsabile della politica estera, se è vero che per definizione un polacco è ostile alla Russia e un italiano no.  All’apparenza è un giusto equilibrio di storie europee: la difficile conquista della libertà per i Paesi dell’Est e la lunga storia di dialogo di un Paese come l’Italia. Prima ancora che Willy Brandt avviasse nel 1969 l’Ostpolitik tedesca, nel 1966 la Fiat firmò un accordo per la creazione di Togliattigrad. L’apertura tedesca all’Oriente comunista si concluse nel 1974. Nella città della regione del Volga ora chiamata Tolyatti, fra il 1970 e l’88 furono costruite 17.332.954 Zhigulì, l’equivalente sovietico della Fiat 124.

Se nel 2013 l’agroalimentare italiano ha esportato in Russia per 10,4 miliardi di euro; se per il 2014 era previsto un aumento del 76% rispetto alle cifre del 2011, è per un lungo periodo di dialogo e collaborazione che ogni governo italiano, dal centro-sinistra a Berlusconi, ha mantenuto vivo. Federica Mogherini è nella scia di questa storia: la sua “comprensione” per le ragioni russe, che ha rischiato di costarle il posto, più che un ostacolo è un vantaggio che potrebbe essere utile in questi momenti calamitosi. Il mestiere di Lady Pesc è la gestione di un non facile equilibrio fra irrilevanza e autorevolezza: irrilevante perché la politica estera continuano a farla i singoli Stati europei; e comunque autorevole perché nonostante tutto nel mondo la Ue è un’entità geopolitica ed economica rilevante e prestigiosa.

Come dimostra la vicenda con l’Iran khomeinista, per funzionare le sanzioni economiche hanno bisogno di anni. Prima di avere successo, sono un doloroso prezzo pagato dai Paesi e dalle imprese. In una stagione di crisi come questa, il costo è ancora più alto e altrove nel mondo – dall’America Latina all’Australia – la crisi ucraina è vista come un problema europeo, non globale. Per molti Paesi emergenti è una grande opportunità per sostituirsi a produttori e traders del vecchio continente. Ma c’è un costo pagato anche dalla Russia perché niente può ancora sostituire la qualità dei prodotti occidentali. Anche un grande accordo da 38 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno, fatto da Putin con la Cina, ha un rovescio della medaglia: ieri è stato annunciato l’inizio dei lavori ma il gasdotto incomincerà a funzionare nel 2018, se le cose andranno bene.

 

  • marco |

    BEN TORNATO – CONDIVIDO PIENAMENTE ED IN PRIMA PERSONA LA TUA ANALISI SUL “SOLE” – “REAL POLITIC” PER CHI CONOSCE L’INGLESE.

  • carl |

    Quel che Lei dice sul quotidiano chiacchericcio/cicaleccio di tanti parlamentari (o, parafrasando Orwell, di quelli che sono più parlamentari degli altri…:o) che tanto ha già discreditato la politica. Questo e molto altro ancora sarebbe da rinfacciare alla politica e a quel suo incredibile “indotto”..Secondo un corrispondente italiano a Londra in Italia ci sarebbe 1 milione-1 milione e mezzo di persone che traggono di che vivere (e non poco)dalla e attorno alla politica..!
    Passo alla Mogherini che ha già fatto una gaffe..Oggi ho letto che in un applaudito discorso ufficiale avrebbe detto (che sia chiaroveggente..:o)?)che non ci si deve nascondere che anche nell’Europa del nostro tempo possa aver nuovamente luogo un conflitto una guerra..
    Mah..? “Depende”.. Così come dipende che quell’antagonismo tra l’occidente NATO/OTANIzzato e la Russia (creato o venutosi a creare in Ucraina) non si materializzi anche in altri scenari/teatri geopolitici..
    Infatti non è detto che gli interessi geopolitici tra l’occidente e la Russia (o la Russia+l’Oriente)possano essere e rimanere convergenti sine die..
    Depende. Dipende da quali decisioni prenderanno i “decisori” e le sedicenti”élites” di turno in questa nostra epoca.
    Un’epoca cruciale, anche per i tanti problemi in essere ed in divenire sul tappeto.. oltre che per l’evidente assenza di personalità veramente tali, e cioè indiscusse, intelligenti, competenti,lungimiranti, ecc.
    In ogni caso speriamo che si faccia mostra del senno prima, anzichè di quello (abituale) di poi..

  • carl |

    A volte ritornano…:o) Ben tornato dott. Tramballi..

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