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Da Beirut a Bagdad, road map del chaos

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Al blog qui sotto sul Libano allego il commento uscito oggi sulle pagine del Sole 24 Ore dedicato all’Iraq, all’instabilità regionale, agli Usa e all’Iran.

 

DOTTOR JEKYLL E MR. HYDE. CIOE’ Il LIBANO

Il presidente della repubblica che doveva essere eletto il 25 marzo non c’è ancora. Un anno fa si doveva tornare alle urne per il nuovo parlamento e questo luglio scadono anche i 12 mesi supplementari che i deputati si erano dati: ma al voto non si può tornare perché manca una legge elettorale. L’esecutivo c’è, nominato dopo un lungo periodo di crisi e interinati. Ma la sua prerogativa – essere di unità nazionale – è la sua paralisi: difficile decidere qualcosa.

Tuttavia questo Mr. Hyde politico, questa mostruosità istituzionale, è il Libano: il dottor Jackill del Medio Oriente, cioè l’unica democrazia della regione. L’omicidio politico è radicato nella sua tradizione come nell’Italia dei Borgia, ma è l’unico Paese arabo dove c’è la libertà di stampa. Il diritto alla rappresentanza civile di questa democrazia settaria è garantito attraverso la chiesa di appartenenza, ma alla fine è completo. Potremmo dire che quella libanese è una democrazia arcaica: si fonda su fede e appartenenza familiare.

La mostruosità e la decenza del Libano sono sintetizzate da Beirut: un amalgama edilizio brutale incastonato fra il mare, la grande baia, il Monte Libano e il cielo.

Il Libano Dottor Jekill non è stato coinvolto dalle Primavere arabe perché non ne aveva bisogno: già praticava quasi tutti quei valoro personali e collettivi rivendicati dalle piazze arabe. Il Libano Mr. Hyde si è fatto infettare dalla peggiore evoluzione delle cosiddette Primavere, quella siriana, diventando a sua volta untore della malattia.

Con l’autonomia e la determinazione di un esercito nazionale – che non è – Hezbollah combatte dentro la Siria a difesa del regime di Bashar Assad. Un milione di profughi siriani, l’equivalente di quasi un quarto della popolazione libanese, rischia di stravolgere l’equilibrio settario: come già fecero i 300mila profughi palestinesi venuti dopo la guerra con Israele nel 1967 e il Settembre Nero giordano del ’70. L’instabilità che provocarono, contribuì a precipitare il Libano in una guerra civile dalla quale sarebbe riemerso dopo 15 anni. Il qaidismo sunnita che ha stravolto la composizione e gli obiettivi degli oppositori al regime di Assad e destabilizzato l’Iraq, ora minaccia anche i libanesi.

Insomma, il Libano non si è fatto mancare niente. Eppure anche quel governo paralizzato nella sua unità nazionale, quel parlamento incapace di eleggere un presidente, hanno saputo restare uniti almeno contro la minaccia qadista: che è un problema per gli sciiti Hezbollah ma anche per i sunniti moderati di Sa’ad Hariri.

Il fronte 8 Marzo guidato dagli sciiti e il 14 Marzo di Hariri non sono d’accordo su nulla ma hanno trovato un interesse comune nel fermare quel fenomeno radicale che aveva messo a ferro e fuoco Tripoli e Sidone. Da qualche mese non ci sono battaglie né attentati con auto bomba (erano stati 16 nel 2013). Ieri l’ex premier Fouad Siniora, sunnita moderato, invitava a considerare Tripoli come un luogo ideale per gli investimenti.

Gelosi della loro curiosa e a volte pericolosa unicità, i libanesi vivono lungo una sottile linea grigia che divide dal caos la loro quotidianità. Come sempre si affidano “alle forze della regione”. Ogni partito ha un padrino fUori dai confini libanesi: Hezbollah è il braccio armato iraniano ai confini d’Israele, Hariri è il commercialista dei sauditi. Se a Teheran e a Riyadh litigano, i libanesi si sparano; se dialogano, trattano anche loro. Avendo perso i loro referenti internazionali, i cristiani si dividono fra 8 e 14 Marzo nel solo tentativo di sopravvivere.

 

USA E IRAN ALLEATI NELLA PACIFICAZIONE IRACHENA

“Il disimpegno americano non ha prodotto un Medio Oriente più stabile o sicuro”, scrivono due autorevoli studiosi, Kenneth Pollak e Ray Takeyh, sulla ancor più autorevole rivista Foreign Affairs. “Al contrario, la regione è peggiorata: lasciati ai loro affari, è difficile sostenere che i leader locali abbiano governato con più efficienza”.

La considerazione è innegabilmente corretta: gli avvenimenti iracheni ne sono la prova plastica. Ma rivela anche un tentativo di dismissione di responsabilità. Che ne è dell’invasione americana del 2003, dell’evidente incapacità di governarne le conseguenze e del disimpegno finale: scusate, abbiamo sbagliato? Fra l’altro, l’Iraq lo avevano inventato gli inglesi dal nulla dopo la caduta dell’impero ottomano. Gran Bretagna e Francia avevano disegnato le frontiere di almeno altri due Paesi nella regione (la Giordania e il Libano ritagliato dalla Siria) e creato le premesse per un quarto (Israele). Citando i nomi di questi luoghi diventati nazioni imperfette, descriviamo le dimensioni di una fabbrica di guerre attiva quasi ininterrottamente da 70 anni.

Tuttavia quasi tre quarti di secolo sono un arco di tempo sufficiente perché nascano classi dirigenti capaci di attenuare l’influenza delle potenze post-coloniali, di arricchire la loro nazione anziché i loro clan, di consolidare società civili, di attenuare le differenze religiose ed etniche del Medio Oriente. Invece è stato un fallimento. Mai come in questi ultimi tre anni di primavere arabe, americani, russi ed europei hanno inciso così poco sugli avvenimenti. Protagonisti sono stati gli attori regionali: Turchia, Arabia Saudita, Iran, Qatar, Emirati, manifestanti, fratellanze islamiche e militari.

Il bilancio, fin ora, è deprimente. Nella generale assenza di un buon governo dello Stato, hanno trovato spazio i movimenti religiosi sovra-nazionali: l’Islam politico moderato nel migliore dei casi, quello militante nei peggiori e più ripetitivi casi. Di fronte all’evidente volontà dell’amministrazione americana di rinunciare all’intervento armato e anche al controllo politico diretto degli avvenimenti, è sconfortante notare il generale disorientamento delle classi dirigenti arabe. L’estate scorsa, quando Obama non ha bombardato la Siria, alcuni non sono stati capaci di nascondere il panico di essere “finalmente” più liberi di disegnare il loro futuro.

In qualche modo la presunzione dell’Isis di voler creare il primo Stato islamico sovra-nazionale, ignorando le vecchie frontiere artificiali fra Iraq e Siria, potrebbe essere salutare per la regione. Offrono un’occasione ai grandi avversari emersi dalle Primavere, di lottare insieme contro un avversario comune: sciiti e sunniti, sauditi e iraniani. Anche americani e russi, per i margini d’influenza che ancora conservano.

Non è casuale se ieri Barack Obama e il presidente iraniano Hassan Rouhani, dicevano le stesse cose: entrambi pronti a dare assistenza al governo ma senza intervenire direttamente. E’ utile notare che per l’americano e l’iraniano il soggetto da aiutare era lo stesso, il governo di Bagdad. Perché sono loro la chiave di volta per stabilizzare la regione, per governare il caos iracheno, cercare una soluzione alla guerra civile siriana, impedire che Giordania e Libano pieni di profughi, ne siano infettati. Un accordo fra Washington e Teheran sul nucleare iraniano ora è fondamentale. Le condizioni per un compromesso pragmatico e non ideologico ci sono.

  • GIovanni |

    Una cosa mi domando sull’ISIS: ma chi e’ che li finanzia? Se non si sa questo, non si puo’ capire fino in fondo la situazione.

  • carl |

    A me non è dato di sapere con certezza se in questi ultimi anni americani, russi , europei (e quant’altri..:O) abbiano inciso nelle cosiddette “primavere arabe” così poco, e/o in quale misura..???
    Sta di fatto che saltellando da Le Monde a The Guardian ho trovato un piccolo giacimento giornalistico, magari un tantino metaforicamente denso, viscoso, racchiuso in rocce sedimentarie, come i combustibili fossili non convenzionali di cui si parlicchia e/o favoleggia..E dunque da trattare con precauzione, cura ed equipaggiamento adeguato..:O)
    E guarda, guarda nel giacimento in questione ho trovato anche la notizia che parla dell’esistenza di un “Minerva Initiative o Programme”, finanziato dall’amministrazione USA per analizzare, studiare, ecc. sia le “primavere arabe” che, più in generale, le ONG pacifiste al fine, tra l’altro ed in sinergia con le varie e note agenzie per la sicurezza, di distinguere i “problem solvers” dai “problem causers” e di identificarli, specie questi ultimi o, diciamo, quelli considerati tali..
    E qui mi fermo, anche se ci sarebbe dell’altro cui pensare e/o su cui meditare..

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