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Aspettando il miracolo del papa, cosa intanto accade in Israele

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Ci sono molti modi per amare Israele. C’è chi pensa vada sostenuto qualsiasi cosa faccia: a prescindere, fino a ritenere che la sicurezza dello Stato ebraico sia un bene tanto assoluto da dover essere assicurato anche a scapito di quello altrui. E c’è chi pensa che stimare Israele sia anche sottolineare gli errori e criticare quei comportamenti che anziché garantire sicurezza cronicizzano l’isolamento e l’insicurezza d’Israele.

Dovrebbe preoccupare tutti, tranne chi Israele lo detesta, la drammatica miopia che il governo di Gerusalemme sta dimostrando in questi giorni. Dopo vari tentativi, Abu Mazen è riuscito a comporre un governo di unità nazionale assieme ad Hamas. L’esecutivo è formato da tecnici e il suo compito è portare Cisgiordania e Gaza a nuove elezioni fra un anno. Dopo attenta valutazione e molti distinguo, l’amministrazione Obama, gli europei, i russi e i resto del mondo hanno riconosciuto quel governo.

“E’ stato compiuto un passo importante nel processo di riconciliazione palestinese”, ha commentato anche Federica Mogherini, sottolinenado “il pieno appoggio” del governo italiano a quello nuovo di Ramallah.  Serve a tutti, anche a Israele, una Palestina al posto di due, possibilmente con un movimento islamico parte della soluzione e non del problema, finalmente deciso a riconoscere l’esistenza d’Israele e il processo di pace. Non occorre essere dei Kissinger per capirlo.

Bibi non ricorda Kissinger né Metternich neanche lontanamente. Se avesse riconosciuto il governo palestinese, sarebbe caduto quello israeliano, il suo. Ma la logica avrebbe dovuto spingerlo ad avere almeno una posizione di attesa: anche perché è possibile che l’intesa palestinese non duri, che di fronte alle contraddizioni imposte dall’accordo, Hamas decida di restare nell’inutile campo della guerra permanente a Israele.

Ma Netanyahu no: ottuso come un burocrate stalinista, come un generale argentino ai tempi di Videla, come il grottesco dittatore della Corea del Nord, ha deciso di sfidare il mondo, compreso il suo migliore alleato americano, sperando di mobilitare ancora una volta la destra repubblicana. Hamas è un’organizzazione terroristica che non riconosce Israele – ha ripetuto – non sia mai che possa cambiare idea. Ieri sul giornale liberal Ha’aretz, l’editorialista Yoel Marcus ha definito Bibi “un codardo che si atteggia da macho”: la codardia è per l’incapacità di prendere le scelte difficili ma necessarie al futuro d’Israele.

Così prima il nostro ha deciso di aprire la gara d’appalto per la costruzione di 1.500 nuove case negli insediamenti ebraici in Cisgiordania; poi di scongelare i progetti per altri 1.800 alloggi. E oggi, mentre il papa a Roma parlerà di pace con Shimon Peres e Abu Mazen, Netanyahu convocherà i suoi ministri per decidere altre “punizioni” contro l’Autorità palestinese.

Abba Eban, colto ministro degli Esteri di Golda Meir, una volta aveva detto che “i palestinesi non perdono opportunità di perdere opportunità”. Ora al posto dell’Arafat di allora c’è Bibi Netanyahu. In passato i governi d’Israele, anche quelli di destra, avevano sempre mostrato un lato pragmatico: nonostante l’ambizione di una Grande Israele, Menahem Begin aveva restituito il Sinai in cambio di una vantaggiosa pace con l’Egitto; e Ariel Sharon, conquistatore di terre arabe, aveva deciso che per salvaguardare la compattezza demografica d’Israele fosse necessario ritirarsi dalla striscia di Gaza.

Bibi, il Likud di oggi e i suoi alleati nazional-religiosi no: l’ideologia territoriale è più importante di qualsiasi altra necessità di Israele. Per giustificare il suo comportamento, il governo invoca le regole del gioco imposte dal Quartetto (Usa, Eu, Onu, russi): tra le altre, il riconoscimento di ciascuno del diritto nazionale dell’altro e l’accettazione degli accordi di Oslo del 1993.

Se le condizioni sono queste, non è solo Hamas a violarle. La maggioranza del Likud, l’alleato ultra religioso-nazionalista Naftali Bennet, il ministro degli Esteri Avigdor Liebermann (che durante il viaggio del papa in Israele aveva deciso di andare in visita ufficiale in Bielorussia), il ministro della Difesa Moshe Ya’alon, una sostanziosa parte dell’opinione pubblica, alcuni generali, molti rabbini, il movimento dei coloni sono dichiaratamente contro la nascita di uno Stato palestinese.

Questa è la situazione in “Terra Santa” mentre in Vaticano Francesco incontra Peres e Abu Mazen. Non aspettatevi miracoli.

 

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