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L’etica di Mandela e il realismo della politica

Madiba
Pubblico sul blog la riflessione uscita sulle pagine del Sole il giorno del Memorial Mandela. Sfortunatamente, molti fra i lettori di Slow News non sono abituali lettori del mio giornale.

 

Quella stretta di mano sarebbe piaciuta molto a Madiba. Quando Barack Obama si è avvicinato a Raùl Castro e gli ha allungato la mano, entrambi sorridendo, è stato come vedere l’immaginetta di un ex voto con i due peccatori pentiti, illuminati alle loro spalle dalla luce benedicente di Mandela. A dispetto della pioggia che un po’ la festa l’ha disturbata.

 “Mandeliano”, s’incomincerà a dire con un aggettivo mediocremente accademico, ora che Nelson Mandela è definitivamente Storia. E’ esattamente nel solco del suo spirito, della sua eredità politica, superare i conflitti secolari, la geopolitica, le contrapposizioni, le lobbies radicate con un inaspettato gesto di simpatia verso il nemico. Con gli afrikaners bianchi lui fece così. Sarebbe tuttavia come credere ai miracoli, pensare che ora Stati Uniti e Cuba supereranno i loro contrasti; che Obama eliminerà il blocco economico all’isola e la famiglia Castro rinuncerà ai suoi assunti ideologici.

  Anche dopo il passaggio di Nelson Mandela su questa Terra, la politica resta un’altra cosa. Nemmeno all’incoronazione del nuovo papa c’erano a Roma tanti capi di Stato quanto quelli al riparo della pioggia nello stadio di Soccer City a Soweto. Forse Francesco è l’unico vero “mandeliano” oggi riconoscibile. Ma lui non è un politico, pratica questa forma di scienza sociale solo per default.

Quelli presenti ieri alla commemorazione di Mandela, i politici di professione, sono stati tutti testimonial di un grande pio desiderio: l’illusione di una classe politica mondiale di essere un po’ come lui, di avere nella gestione del potere qualche goccia dello spirito umanitario di Nelson Mandela.

  Il più dotato è Barack Obama. Soprattutto perché incarna il punto di arrivo di una lotta contro la segregazione razziale, iniziata 150 anni fa con Abramo Lincoln e una guerra civile. Ma Obama è il presidente di una superpotenza. Il suo lavoro è controllare un arsenale nucleare, evitare lo shut down, definire una politica energetica, decidere se bombardare o no la Siria. Le tracce morali, visibili, che fanno di lui il politico più vicino all’ideale di Mandela, si scontrano e in genere sono sovrastate dagli obblighi del realismo della politica.

  In molti altri casi il lutto e la nostalgia per Mandela sono state soprattutto lacrime di coccodrillo. Pochi sfidano le loro stesse convinzioni, costantemente dubitando di avere torto, come faceva lui. La brasiliana Dilma Rousseff, anche lei vittima dei soprusi di un regime illiberale, ora è accusata di governare un Paese democratico ma profondamente disuguale nella sua mirabile crescita. Inutile citare russi e cinesi. La dicotomia è ancora più stridente con Jacob Zuma, tecnicamente l’erede politico diretto di Mandela, che si è appena fatto ristrutturare a spese dei contribuenti la sua villa nello Zululand.

  La morte di Mandela non lascia vuoti politici in Sudafrica – si era ritirato nel 1999 – ma voragini morali. In qualche modo Madiba vivo rappresentava una specie di camera di compensazione fra la sua eredità e la gestione quotidiana della “Rainbow nation”, la nazione arcobaleno che doveva unire i 50 milioni di sudafricani negli stessi diritti e nelle medesime opportunità. Ora il solco fra ambizioni e realtà è tangibile e potrebbe costare caro a ciò che resta dell’Anc, partito della liberazione.

  A parziale discapito della classe politica mondiale non sarebbe onesto ignorare la straordinarietà di Mandela e il peso della sua eredità. E’ difficile sostituirsi a lui o tentare d’imitarlo: a Pretoria e in qualsiasi altra capitale del mondo. Vivere senza Mandela significa tornare alla normalità e al realismo della politica. Per chi ci governa e per noi elettori, contribuenti, opinione pubblica, sudditi. Elaborato il lutto, il mondo imperfetto rimane e tutti noi ci adattiamo, usando la straordinarietà di Mandela come giustificazione per continuare ad essere umanamente ciò che siamo.

  A Nuova Delhi, al Gandhi Smriti, il luogo dove il Mahatma fu assassinato nel 1948, milioni di indiani e di visitatori da tutto il mondo vi entrano con lo spirito dei pellegrini. Lo si visita in silenzio e a piedi nudi per rendere omaggio al pacifista per eccellenza (forse non casualmente, Gandhi aprì il suo primo ashram in Sudafrica, nel Natal dove era emigrato da giovane). Di fronte al mausoleo di Delhi c’è una caserma con due cannoni ornamentali – ma sempre cannoni veri – all’ingresso. Sono puntati ad alzo zero verso il Gandhi Smriti. A nessuno è mai venuto in mente di rimuoverli, nessuno ha mai protestato. E quando l’India è diventata una potenza nucleare, gli indiani hanno gioito. Perché a noi, imperfetti peccatori, non resta che attendere l’arrivo di un altro Gandhi o Mandela, assimilando ogni volta una modica quantità della loro sovrumana saggezza.

 

  

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  • Karen Moon |

    I don’t like when someone play’s dirty politics.

  • carl |

    Dott. Tramballi, a torto o a ragione, tutti questi peana su Mandela mi ricordano la barzelletta di quel capitano che balzò fuori dalla trincea gridando “Avanti!”
    Si udì un’applauso scrosciante, ma nessun fante si mosse per seguirlo..:o)
    Quanto alla “storica” stretta di mano tra l’attuale rappresentante degli Usa e quello di Cuba.. In fondo chi è che impedirebbe all’amministrazione Usa di alleggerire sotto banco il pluridecennale embargo..??
    Del resto non ho mai capito la famosa faccenda delle rampe e dei missili sovietici land based a Cuba, quando in realtà c’erano già o stavano per esserci i sottomarini nucleari che di li a poco avrebbero potuto portare le loro multibordate e lanciarle perfino da un paio di miglia dalla costa est od ovest degli States.. No?
    Altro che i 90 km che separano Cuba dalla Florida..
    No?

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