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Perché i palestinesi non vinceranno mai

AIPAC_Lobby
Fatto fuori Salam Fayyad, la vecchia cricca di Fatah ha eliminato anche il suo successore. Cooptato dal presidente Abu Mazen come primo ministro, Rami Hamdallah ha dato le dimissioni dopo aver scoperto che avrebbe avuto il solo potere di entrare nel suo ufficio la mattina e uscirne la sera. Era troppo anche per un carneade come lui, professore per bene di un’università minore della West Bank.

  Hamdallah era un indipendente come Fayyad ma Fatah non vuole più personalità che non siano una stretta emanazione del loro potere. Sono due le tragedie del popolo palestinese: essere occupato da Israele ed essere guidato dal partito fondato in Kuwait da Arafat e da alcuni amici di lotta nel 1959 Nel gruppo c’era anche Abu Mazen. Fatah ormai non è che un partito corrotto dal suo stesso potere: una specie di Psi senza Tangentopoli.

  Non è tuttavia per questo che i palestinesi non vinceranno mai, che non avranno mai uno Stato indipendente, territorialmente governabile. Le colpe della loro classe politica sono poca cosa rispetto alle colpe degli americani. Alla presunzione di essere quello che gli Stati Uniti non sono: l’honest broker, il mediatore equidistante del conflitto palestinese.

 Due esempi. Il ministero della Difesa israeliano sta cercando di ottenere dal governo americano la garanzia per un credito miliardario a basso interesse per l’acquisto di nuove, sofisticatissime armi. Questo oltre ai regolari 3,1 miliardi annui di Foreign Military Financing, garantiti fino al 2017 nonostante i tagli lineari alla Difesa americana.

  Ne hanno il diritto: l’alleanza strategica fra i due Paesi è strettissima. Nel suo ultimo viaggio in Israele anche Barack Obama ha ribadito il suo “impegno incondizionato” per la sicurezza d’Israele, dopo qualche tempo di incertezza.

  Il problema è che mentre alla Difesa
chiedevano nuove armi a prezzo stracciato, altri uffici dello stesso ministero
approvavano la costruzione di mille appartamenti in due insediamenti ebraici
nei Territori occupati: 500 a Bruchin e 675 a Itamar. Le due Colonie sono oltre
il muro, nel cuore della West Bank. Tutti gli insediamenti sono immorali per
ogni valore civile e illegali per la legge internazionale. Ma Bruchin lo è
particolarmente.

 Bruchin, infatti, è un avamposto di quelli
nati alla fine degli anni Novanta con il dichiarato proposito di impedire la
nascita di uno Stato palestinese. Come tutti gli avamposti doveva essere
smantellato. Invece un anno fa il governo ha avviato una pratica di legalizzazione
retroattiva: l’avamposto non è più un avamposto. Non è nemmeno una colonia. E’ un
ridente e operoso villaggio israeliano.

  Mentre il ministro della Difesa Moshe Ya’alon
cercava di convincere gli americani a essere extra-generosi, un suo vice Danny
Danon – un noto reazionario – dichiarava in un’intervista al sito Times of
Israel, che il governo sicuramente bloccherebbe qualsiasi accordo di pace che
prevedesse uno Stato palestinese.

  L’alleanza
fra Stati Uniti e Israele ha una dimensione etica e umana che non si può
ignorare: trascende gli aspetti geopolitici. Fino agli anni Sessanta l’America
non era solo un Paese segregazionista ma anche antisemita. Tuttavia, affermando
il suo impegno alla sicurezza d’Israele, Barack Obama inseriva questa promessa
nel negoziato con i palestinesi: per incoraggiare il governo Netanyahu a
prendere qualche rischio per fare avanzare la pace. Un portavoce si era subito
affrettato a chiarire che non si trattava di “una questione di questo per
quello: non ci sono pressioni ma speranze”.

  Perché non pressioni? Perché una superpotenza
che sta già ampiamente garantendo la sicurezza di Israele e si appresta a
elargire altri miliardi di mutuo a tasso stracciato, non può imporre
all’alleato di mostrare la sua volontà di pace? Perché di fronte all’ennesima
provocazione di nuove case in due insediamenti, una portavoce del dipartimento
di Stato, Jen Psaki, risponde solo: “Certamente consideriamo questo come
controproducente”?

  Negli Stati Uniti c’è una grave dicotomia fra
Casa Bianca e dipartimento di Stato da una parte, e Campidoglio dall’altra. I
primi sanno come va il mondo. Non c’è presidente o segretario di Stato,
democratico o repubblicano, che intimamente non detesti Netanyahu e il Likud.
Sulla collina della camera dei Rappresentanti e del Senato, invece fingono
d’ignorare la realtà: è più facile trovare qualcuno a favore di uno Stato
palestinese nell’insediamento di Ma’ale Adumim che lassù, in fondo al Mall di
Washington. Non lamentiamoci della mediocrità dei nostri deputati: quelli
americani non sono migliori. Dicono che la loro amicizia per Israele è “ferrea
e incondizionata”. Pochissimi conoscono lo Stato ebraico al di fuori dei viaggi
di propaganda che organizzano il governo israeliano e l’Aipac, la lobby di
Washington. Non conoscendo davvero l’amico che proclamano di avere, non possono
chiedersi se un vero gesto di amicizia non sia garantire la sicurezza e allo
stesso tempo fa ragionare Israele. C’è un popolo, quello palestinese, che ha
dei diritti. E ce n’è uno, quello di Israele, che va aiutato a non costruire la
sua autodistruzione. 

Tags:
  • fulvio |

    Grande Mario!
    Lei si che conosce la problematica mediorientale!
    Se poi vorrà farsi un giro in West Bank sarebbe interessante sapere cosa pensa. Magari le verrà qualche dubbio.
    Ha ragione sulla presenza israeliana da 8000 anni.
    Sembra che dopo aver letto il suo illuminante contro articolo, i greci stiano pensando di tornare a riprendersi Neapolis…e che gli vogliamo dare torto?
    W i beduini! complimenti per la sua profondità di analisi!
    …Povera Italia
    Fulvio

  • ddp |

    grazie

  • carl |

    La citazione tratta da un tale M.Rodinson (mai sentito nominare prima, ma ciò non vuol dire niente, infatti nessuno è “tuttologo”..:o)
    Tuttavia, va purtroppo da sè che, essa sia nettamente non condivisibile ed in primissimo luogo dai coloni ebraici. L’aria che tira è quella che è. Personalmente aggiungerei che, indipendentemente dalla non condivione del testo di Rodinson, quel che sarebbe da condividere (tra ex arabi ed ebrei) sarebbe la terra.. Il che però, allo stato delle cose, è ancora più difficile del condividere opinioni e studi….:o) Si sarebbe dovuto farlo sin dall’inizio, ma si sa che il passato è immutabile. Solo il presente e l’avvenire lo sono e la posta in gioco è tanta, relativamente tutto.
    Come ricordo che disse un comico messicano in un vecchio film: “Algo es mejor que nada”.. ossia che “Qualcosa è meglio del nulla”. E anche da quelle parti, in prospettiva, il rischio di fondo è che sia gli uni che gli altri finiscano per rimanere col nulla, anzi peggio.
    Ricordiamoci che siamo in un mondo che ha raggiunto i settemila milioni di residenti, mal governati, con economie stop and go.. (anzi sincopate..), mal dirette e per niente programmate, e tante altre brutte cose, non ultimo il fatto di aver inventato e sviluppato l’atomo anzichè “disinventarlo” subito e nasconderlo, anzi dissolverlo tra il magma di qualche area vulcanica..
    Wait & see

  • ellekappa |

    Yossi, le università palestinese non sono “mandate avanti” da israele. al contrario, riescono a stento ad andare avanti per via dei problemi della vita quotidiana (a partire dal fatto che molti studenti impiegano ore, se riescono ad arrivare, per passare tra bypass road e checkpoint interni). nonostante ciò, i docenti che trovera a birzeit e an-najah si sono in gran parte dei casi formati in europa e stati uniti, con MA e Phd che da i nostri professori ordinari si sognano (non fosse altro per il fatto che quasi nessuno della vecchia generazione dei nostri ordinari ha studiato all’estero e pochi hanno un dottorato).
    MARIO, lei, con tutto il rispetto, manca delle nozioni di base per una seria discussione.
    scrivere “il vero problema non è l’occupazione israeliana (di territori sempre storicamente da loro abitati fin dall’ottomila a.c. mentre invece per i palestinesi arrivarono come beduini solo nel 5 secolo dopo cristo in seguito ad un’invasione di quei territori” denota un misto di ignoranza e astio.
    per sua informazione la costa tra ashdod e ashkelon non è mai stata, nell’intera storia del genere umano, ‘israelita’. se vuole quei territori “abitati fin dall’ottomila a.c. (sic!!)” si dia da fare per dare indietro la costa in questione: la religione è un fatto privato fra lei e il suo dio, mentre la storia non può essere utilizzata in modo selettivo.
    quanto ai palestinesi arrivati come i beduini “solo nel V secolo dopo Cristo (ariSic!!), le cito Maxime Rodinson, non prima di invitarla a studiare meglio la questione senza cadere vittima delle ideologie:
    “The Arab population of Palestine were native in all the usual senses of that word. Ignorance, sometimes backed up by hypocritical propaganda, has spread a number of misconceptions on this subject, unfortunately very widely held. It has been said that since the Arabs took the country by military conquest in the seventh century, they are occupiers like any other, like the Romans, the Crusaders and the Turks. Why therefore should they be regarded as any more native than the others, and in particular than the Jews, who were native to that country in ancient times, or at least occupiers of longer standing? To the historian the answer is obvious. A small contingent of Arabs from Arabia did indeed conquer the country in the seventh century. But as a result of factors which were briefly outlined in the first chapter of this book, the Palestinian population soon became Arabized under Arab domination, just as earlier it had been Hebraicized, Aramaicized, to some degree even Hellenized. It became Arab in a way that it was never to become Latinized or Ottomanized. The invaded melted with the invaders. It is ridiculous to call the English of today invaders and occupiers, on the grounds that England was conquered from Celtic peoples by the Angles, Saxons and Jutes in the fifth and sixth centuries. The population was “Anglicized” and nobody suggests that the peoples which have more or less preserved the Celtic tongues – the Irish, the Welsh or the Bretons – should be regarded as the true natives of Kent or Suffolk, with greater titles to these territories than the English who live in those counties.”

  • Yossi |

    Quindi, sotto la terribile occupazione israeliana i palestinesi mandano avanti Universita’ avanzate e meglio organizzate di quelle italiane?

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