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Clash of Media Civilization: tromboni di carta vs tromboni virtuali

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E’ stata una bella festa dedicata a Ettore Mo: la sproporzione fra la sua grandezza professionale e l’umiltà, ha fatto di lui un gigante del vecchio giornalismo. Vecchio non è un male: Ettore ha appena compiuto 80 anni, come qualità scrive ancora nettamente al di sopra della media, e non sono sicuro lo abbia mai fatto col computer. Perché dovrebbe? Il Festival internazionale del giornalismo gli ha dedicato il tributo che meritava.

  Eppure, qui a Perugia, se fossi un giovane precario, lo studente di un master universitario, un praticante, l’assemblatore di notizie di un sito, il blogger con l’obiettivo di fare informazione, un data o un citizen journalist che sogna di raccontare il mondo oltre i suoi efficaci ma striminziti tweet. Insomma, se avessi 30 anni di meno e fossi uno di quei giovani che attraverso vari percorsi vogliono fare questo mestiere, io sarei incazzato. Arrabbiato per i peana al “come era verde la mia valle” e “voialtri non siete nessuno” che noi giornalisti della vecchia guardia – in particolare noi inviati di esteri e di guerra – abbiamo fatto ai microfoni del Festival.

  Una cosa che mi irrita è pretenderci sacerdoti del buon giornalismo e della sua etica, in opposizione a quelli che stanno dietro al computer che leggono, assemblano, non verificano e sparano news in rete. Spesso sono effettivamente balle colossali ma molto sexy. Chiedo tuttavia ai miei vecchi colleghi inviati: vogliamo fare l’elenco di quelli della nostra categoria che si sono inventati reportages e interviste, che raccontavano le montagne infuocate d’Afghanistan o l’assedio a Jenin dalla loro camera d’albergo, con Lonely Planet sulla scrivania? Qualche anno fa al NY Times ci fu un terremoto di licenziamenti perché un inviato aveva firmato una storia da un posto nel quale non era mai andato. Conosco giornali italiani che se applicassero quel modello non avrebbero abbastanza gente per chiudere le pagine stasera.

 Non si può più

 

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Certo che siamo ancora bravi e che potremmo fare reportages con i fiocchi, mostrando a questi ragazzi le nostre tecniche. Ma la valle non è più verde, il giornalismo sta cambiando e noi ce ne offendiamo come fosse un torto a noi e non a quei giovani che, se potessero, seguirebbero le nostre orme. Ma non si può più.

 Quando facciamo i tromboni con questi ragazzi di Perugia che ci ascoltano, e diamo consigli banali (gli stessi che ci avevano dato i nostri capo redattori ma 35 anni fa!), provochiamo due reazioni. Quelli sani che, appunto,  si incazzano e ci guardano con odio perché l’inviato, come mansione e come funzione non esisterà più. E quelli che invece amano sentirci raccontare le nostre storie perché a 25 anni è giusto sognare. Sono i casi più drammatici.

   Sabato nei corridoi del Festival mi ha fermato una giovane che voleva entrare al Sole-24 Ore e fare servizi da inviato per gli esteri. Le ho risposto che non l’avrei mai dissuasa ma, visto il suo buon curriculum di studi, le consigliavo anche un piano B, un’altra professione. Si è offesa. “Qualcuno dovrà pur continuare a farlo e io sono brava”. Le ho detto che bravino lo ero anch’io, ciononostante pure per me era ormai difficile trovare spazi. Una volta ero una “firma” del mio giornale, ora sono uno degli altri 200 dignitosissimi redattori che vi lavorano. Un direttore ha onore e onere di scegliere e un giornale fa le sue scelte legittime. Se mi chiedessero un’opinione, direi che al Sole dovremmo tornare a fare un po’ più di esteri. Non me la chiedono e dunque la tengo per me. Fine, c’è la crisi, sono finiti i soldi. La ragazza se ne è andata indispettita e io sapevo che avevo fatto un’altra vittima.

  Durante la presentazione del suo ultimo libro (“Un dollaro al giorno”, Marco Tropea, molto ben scritto), Giovannino Porzio raccontava di essersi trovato di recente in Libia con altri tre colleghi famosi: Ettore, Bernardo Valli e Mimmo Candito. Lui viaggiava verso i 58, gli altri fra i 70 e gli 80. E’ bello vedere grandi firme ancora in servizio. Se cercate in archivio leggerete dei pezzi di livello. Ma è giusto che alle nostre spalle ci sia un vuoto così profondo? E’ un caso o una scelta voluta?

 Il mondo che verrà

  

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Poi ci sono gli altri che nei tre giorni in cui sono stato a Perugia ho ascoltato con attenzione. Wadah Khanfar, ex capo supremo di al Jazeera, parlava di “ricerca della verità”, di “missione del giornalista”, di “stare sempre dalla parte della gente”. Come no, con i soldi dell’emiro del Qatar. Avevo sempre creduto che il modo migliore di fare giornalismo fosse considerarlo solo un mestiere. Insomma, anche lui un bel trombone.

  Ho quindi seguito una specie di lezione intitolata: “Anche tu puoi essere un data journalist!”. L’esclamativo è loro e nascondeva solo certezze. In un disegno si vedeva la scrivania del data journalist, ordinata e senza nulla tranne il computer, accanto a quella disordinata di una news room tradizionale: ho riconosciuto la mia, nascosta sotto una trincea di libri. “Non dovete avere paura, è più umano”, esortava Mirko Lorenz di Deutsche Welle, uno degli insegnanti. Beh, un po’ di paura l’ho avuta. Vuoi sapere quante auto bomba sono scoppiate a Bagdad o i dati sulla criminalità giovanile parigina? Perché provare il terrore che provoca un’esplosione, perché guardare in faccia i ragazzi maghrebini della banlieu? Sul web c’è tutto e al giornale costa tanto di meno.

  Infine mi sono trovato a cena davanti a una ragazza. Mi hanno detto che è una blogger famosa, 14mila followers su Twitter (io ne ho 209). Dopo Perugia andava negli Usa a seguire Occupy Wall Street, pagandosi le spese con una colletta fra i suoi lettori che ripagherà informandoli. Una giovane piena d’idee. “Io sono una persona molto autoironica”, ha detto senza preavviso. ”In effetti il mio successo è nella mia autoironia. E sono anche molto spiritosa”. Che delusione, ragazzi virtuali: avete appena incominciato e siete già dei tromboni. Non avendo alternative, mi tengo dunque i miei vecchi e boriosi inviati di carta. Abbiamo fatto tanta strada insieme e insieme andremo incontro al nostro Grande Funerale Vichingo.

P.S. In questi ultimi 40 giorni ho scritto molto poco sul blog e agli affezionati fra i lettori debbo una spiegazione. Prima sono stato investito in moto da un furgone che non ha rispettato l’obbligo di precedenza. Poi sono andato a sciare sulle Montagne Rocciose attorno a Vancouver, dove sta studiando uno dei miei figli (l’altro è a Londra alla LSE: i miei gioielli!). Fra gobbe e fuori pista ho esagerato e mi è venuta l’ernia al disco. La settimana scorsa si è rotto il computer dove avevo scritto alcuni nuovi post. E di ritorno da Perugia ho scoperto di avere un focolaio di polmonite. Tralascio il portello del bagagliaio dell’auto che, chiudendolo, mi sono dato sul naso. Mi dicono che nella Pianura Padana la lebbra sia stata debellata e questo mi conforta. Ma vi garantisco che a dispetto di tutto, sono ancora molto lontano dal mio funerale vichingo. Grazie.

 

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