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Le economie arabe della difficile Primavera. 27/10/11

Ugo Tramballi

AMMAN. Dal nostro inviato. Il Fondo Monetario annuncia quello che non era difficile prevedere, anche se la notizia fa sensazione: nel 2011 l’economia libica crollerà del 50%. Era scontato, avendo vissuto in guerra per nove dei 12 mesi dell’anno e vivendo la Libia di petrolio e gas per oltre il 70% delle sue risorse. Dell’Outlook del FMI preoccupa molto di più la stagnazione delle economie degli altri Paesi della Primavera araba, quelli che non hanno petrolio.

  Se in Libia torna l’ordine, non sarà difficile riprendere a produrre il milione e 600mila barili l’anno pre-bellici; né arrivare a 2,4 se riceverà gli investimenti adeguati. Più difficile sarà per la Tunisia uscire dalla crescita zero nella quale si troverà alla fine dell’anno; per l’Egitto dare posti di lavoro con un lacustre più 1,2% lontano dai suoi tassi di crescita demografica; o per lo Yemen risalire dalle profondità del suo meno 2,5.

   Non solo per economia e benessere, il mondo arabo è diviso in due parti: il Maghreb e il Mashrek più poveri e politicamente instabili (nella categoria è compreso lo Yemen anche se geograficamente è altrove); e l’Arabia Felix, il Golfo grande produttore di idrocarburi. Per questo le stime di crescita regionale del FMI non sono un dato preciso: più 1,4% quest’anno e 2,6 nel 2012. I 360 milioni di arabi dallo stretto di Gibilterra a quello di Ormuz, non sono tutti uguali.

  Il petrolio, tuttavia, non è una garanzia assoluta dall’insistente e penetrante bisbiglio delle Primavere politiche. Per tenere la sua gente lontano dalle piazze, l’Arabia Saudita si sta riparando con un monumentale investimento sociale: aumenti per i dipendenti pubblici con 60mila nuovi posti di lavoro solo al ministero degli Interni; mezzo milione di nuove case per le giovani coppie; nuove università sorte dal deserto. La Banca Mondiale ha calcolato che il costo totale equivarrà al 25% del Pil saudita. Come in Algeria che è nel Maghreb, ha una popolazione in subbuglio ma è piena di gas e petrolio. La Giordania, che non ha niente di tutto questo ma può godere dell’interessata munificenza saudita, assumerà 6mila dipendenti pubblici e spenderà il 5% del suo Pil in politiche sociali.

  In una stagione di crisi economica globale, investire sul sociale paga per chi ha denaro per farlo. Le previsioni a breve termine della Banca Mondiale sono più ottimistiche di quelle del Fondo: il mondo arabo dovrebbe crescere del 3,6% quest’anno e del 4,1 nel 2012.

   Il World Economic Forum regionale, convocato in Giordania per offrire cambiamenti utili, ha scoperto che quanto a riforme politiche ed economiche, gli arabi del Golfo non sono molto diversi dagli europei: faticano a farle. La differenza è che loro hanno i soldi. Ma è a lungo termine che questo non basterà. Il mondo arabo, il cui 60% della popolazione ha meno di 30 anni, deve creare 85milioni di posti di lavoro entro un decennio. E la maggioranza dei 100 milioni di giovani che ne chiederanno uno da qui al 2020, sono educati: dalla licenza media a quella universitaria. Per proporzione fra reddito e popolazione (80mila dollari procapite per 250mila abitanti) solo il Qatar può sostenere un simile livello di spese sociali. Nemmeno l’Arabia Saudita potrà permettersi di pagare l’assenza di riforme a così caro prezzo e per così troppo tempo.