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Primavera araba, la strada da Mandela a piazza Tahrir

 


5/10/2011

Quando pensiamo alla Primavera araba, guardare al Medio Oriente e alle sue dinamiche politico-economiche è un riflesso automatico. E’ giusto ma è solo una parte della storia. Perché Tunisia, Algeria, Marocco, Libia, Egitto – i Paesi dove la Primavera è iniziata e in modi diversi si è dipanata – sono anche Africa. L’Egitto e il Cairo sono un Paese strategico e una grande capitale d’Africa.

  Ma quello che sta accadendo lungo la fascia costiera settentrionale del Continente nero in qualche modo è anche una Primavera africana? La fine dei regimi peggiori, il ruolo dei giovani, del web, la fame di libertà, di giustizia economica, la crescita di una società civile. Ci sono segni di tutto questo in Africa? Forse no. O non ancora.

  Il continente sembra diviso in tre parti: un Nord dove tutte queste dinamiche sono in movimento e la meta non ancora così vicina; un Sud, il Sudafrica liberatosi dall’apartheid, l’unica vera potenza economica e democratica dal Mediterraneo al Capo di Buona Speranza. In mezzo c’è tutto il resto: l’Angola e il Mozambico dalle grandi potenzialità economiche e dalle democrazie incomplete, la grande incompiuta nigeriana, il grande caos congolese, il Kenia sempre sul crinale fra democrazia e tribalismo, la tragedia somala. In Africa c’è un dittatore folle, Isaias Afworki, ignorato dal mondo solo perché l’Eritrea non ha il nucleare della Corea del Nord. In tanti Paesi esiste una società civile e una cultura di alto livello. Ma non riescono a imporsi a regimi immutabili.

  Dopo l’Occidente, il nuovo protagonista attivo di questa parte d’Africa è la Cina. Diversamente da noi, i cinesi non fingono nemmeno di promuovere democrazia e libertà civili nei Paesi ai quali sono interessati: investono, comprano, costruiscono, estraggono senza lasciare alcun segno di valore aggiunto. Una forma un po’ più moderata di “scramble for Africa”.

  Il modo pacifico col quale i giovani del Cairo hanno conquistato piazza Tahir, costringendo Mubarak a dimettersi, è stato definito ghandiano. C’è un altro esempio africano e temporalmente molto più vicino: Nelson Mandela. Il miglior esempio da seguire per l’Egitto: per il negoziato graduale col quale “Madiba” ha scardinato il vecchio regime, l’esperienza della Commissione per la verità e la riconciliazione che ha surrogato gli odi, il lento, difficile ma continuo riequilibrio della ricchezza nazionale.

  Quello che sta accadendo oggi in Egitto è ancora lontano dall’esempio Sudafricano. Il processo politico prevede che il 28 novembre si voti per il Parlamento al Cairo, Alessandria e nel Delta del Nilo; il 14 dicembre a Giza; il 3 gennaio a Suez e nell’Alto Nilo. Il Parlamento a gennaio: il 66% dei seggi dalle liste dei partiti, il 34 indipendenti.Nuova Costituzione a febbraio, elezioni presidenziali a marzo. Ma i tre principali protagonisti della scena – le forze laiche, i Fratelli musulmani e i militari che sovrintendono alla transizione – sono divisi e diffidano gli uni degli altri. Il processo potrebbe essere ritardato: in se non è un problema perché gli egiziani e gli altri protagonisti della Primavera araba stanno lavorando da meno di un anno per istituzioni e valori che a noi in Europa sono occorsi decenni per costruire, a volte secoli.  Ma il processo potrebbe anche essere fermato, fatto deragliare, assumere forme che non erano nelle intenzioni di chi sta lottando. Se la Primavera fallisce in Egitto non avrà successo da nessuna altra parte: non in Tunisia e negli altri Paesi arabi. E nemmeno in Africa, in quei Paesi che per i soldi di Gheddafi hanno finto di credere nel suo modello continentale e che tanto hanno atteso prima di riconoscere il nuovo governo di Tripoli.