Amicizie pericolose

“Contorsioni diplomatiche”. Neanche ricordando cosa gli Stati Uniti hanno dato alla sicurezza europea, si può cercare una definizione più cauta ai comportamenti di Donald Trump: forse il punto più basso di una movimentata e incoerente politica estera. Compra energia russa dopo aver firmato una legge che rafforzava le sanzioni Mosca; accusa l’Ucraina della crisi energetica globale; annuncia una “tregua energetica” di 60 giorni senza dirlo a Zelensky e Putin.

Molte altre cose sono accadute in seguito. Sembra che Elon Musk, dopo aver detto a Zelensky di dimettersi, abbia imposto restrizioni all’uso ucraino di Starlink, necessario per far funzionare i suoi droni; e che il dipartimento alla Difesa abbia limitato la collaborazione, lasciando gli ucraini senza protezione. Kyiv è in grado d’intercettare quasi il 95% dei droni russi più semplici ma solo il 60 di quelli più moderni e potenti, senza l’aiuto americano.

Non è chiaro se sia una scelta strategica dell’amministrazione Trump a favore di Putin: non sarebbe la prima volta in questi anni di guerra; o se invece non sia, come sembra, una questione di politica interna a tre settimane dalle elezioni di medio termine: risollevare il consenso stagnante, dando agli americani diesel a basso costo. Vendere un popolo in lotta per la sua sopravvivenza, nella speranza di qualche voto in più nei battleground elettorali americani.

E’ una prova di debolezza sotto tutti i punti di vista: nemmeno il prezzo del gallone farà in tempo a diminuire entro il primo martedì di novembre, quando gli americani voteranno. Quando Trump aveva annunciato la tregua, Zelenszy l’aveva subito adottata. Putin no, ha continuato a colpire installazioni energetiche e condomini. L’autocrate russo si crede così forte da ignorare un favore che avrebbe fatto comodo a Trump. E’ convinto di avere tutto il tempo che gli serve per raggiungere il suo grande obiettivo: tornare a fare della Russia una superpotenza con Cina e Usa, e non quello che è oggi, il partner minore di Xi Jinping.

La convinzione di avere tutto il tempo che vuole non dipende tanto dalle contorsioni diplomatiche di Trump che governerà per altri due anni anche perdendo le midterm. E’ l’Europa la cassaforte di Putin per il futuro. Nel 2027 si voterà in Francia, Italia, Polonia; prima in Spagna. In Germania l’hanno già fatto in un paio di regioni, prospettando un brillante futuro per i post-nazisti di AfD. Le destre estreme avanzano ovunque e in alcuni paesi crescono anche le sinistre populiste.

Il sostegno alla Russia è implicito, in alcuni casi apertamente affermato. Storicamente anti-americane, queste forze politiche hanno sposato la narrazione trumpiana: l’Ucraina è corrotta, ci devono essere elezioni a Kyiv, si danno troppe armi agli ucraini trasformati da aggrediti in aggressori.

E’ come se in guerra ci fosse la Svezia e non la Russia di Putin, molto più corrotta. Alle recenti elezioni per la Duma è stato vietato di partecipare a chi era contro la guerra come il partito Yabloko il cui leader, Lev Shlosberg, è stato arrestato e condannato a 11 anni. Dall’invasione del 2022 il complesso militare industriale russo ha triplicato le dimensioni e Corea del Nord e Repubblica islamica iraniana, due note democrazie, riforniscono di droni gli arsenali russi. Ma il riarmo europeo, oltre le comprensibili preoccupazioni sul suo costo sociale, è diventato un’arma elettorale.

Chi si arma vuole fare la guerra, dicono i sostenitori di Putin, palesi o inconsapevoli. E’ in effetti quello che fa la Russia. Con molte incertezze morali ed economiche, gli europei invece riarmano per dissuadere, non per sparare. La settimana scorsa al forum di Varsavia sulla sicurezza, l’ambasciatore americano alla Nato ricordava che per gli Usa l’Europa è diventata la quarta priorità dopo sicurezza nazionale, continente americano e Indo-Pacifico. Anche se dopo Trump verranno presidenti migliori, le priorità non cambieranno.

“Benessere senza forza, influenza senza sacrificio, protezione senza obblighi” era il nostro vecchio paradigma. Gli esperti lo chiamavano “strategic avoidance”, elusione strategica. Quel tempo è finito.