Nella foto il Trattato di Qadesh, la pace fra egizi e ittiti conservato al museo archeologico di Istambul. Fu concluso nel 1259 A.C. dal faraone Ramses II il Grande e l’imperatore Hattusili III. E’ il primo trattato di pace del Medio Oriente e probabilmente della Storia, di cui sia rimasta una traccia scritta. L’intesa fra le due potenze della regione, garantì un lungo periodo di pace, di scambi economici e culturali.
La “fog of war”, l’incertezza della verità nel caos della battaglia, rende difficile capire se abbia incominciato per primo Hezbollah o l’esercito israeliano. Ed è per il momento impossibile comprendere se sia solo un incidente nel complicato percorso del “Memorandum d’intesa” o l’inizio della sua fine, 24 ore dopo la firma.
Se avessero incominciato gli israeliani, sarebbe la conferma che Bibi Netanyahu non vuole l’accordo: la guerra per lui è il podio dal quale condurre l’imminente campagna elettorale. Se fosse stata la milizia sciita libanese (l’ipotesi più probabile) sarebbe ugualmente preoccupante: di tutti i proxy dell’Iran, Hezbollah è il più obbediente. Quindi l’ordine di attaccare sarebbe venuto da Teheran, cioè da quella parte del regime contrario a un accordo con gli Usa.
Se le cose fossero andate così, sarebbe estremamente miope. Perché leggendo con attenzione i 14 brevi capitoli dell’accordo per decidere su cosa e come si dovrà discutere la vera trattativa di pace, ci guadagna l’Iran: miliardi di dollari per la ricostruzione postbellica; sblocco dei fondi congelati e della chiusura americana di Hormuz; niente armi nucleari per l’Iran ma mantenimento dello “status quo” riguardo al programma civile; la possibilità che dopo i 60 giorni lo stretto non sia più libero ma a pagamento.
In un modo o nell’altro, chiunque sia il responsabile, l’esplosione di violenze nel Libano non è una buona notizia per la pace nella regione. Il documento che doveva essere controfirmato in Svizzera, è articolato e tocca tutti i punti del lungo contenzioso, sui quali i negoziatori dovrebbero trattare nei prossimi 60 giorni: è stato concordato che quella scadenza potrà essere facilmente estesa.
Ma le speranze sono state di nuovo congelate al primo punto del memorandum d’intesa: quello che stabilisce la fine “immediata e permanente” non solo delle operazioni militari nel Golfo ma “in tutti i fronti”. Il Libano viene espressamente citato per dimostrare quanto gli iraniani e ora anche la Casa Bianca tengano alla pacificazione di quel fronte.
Nessun accordo è perfetto perché richiede sempre un compromesso fra le parti. Ma nella storia del Medio Oriente contemporaneo la pace non ha fortuna perché le parti sono sempre più di due: a partire da Dio – l’uso politico che ne fanno gli uomini – la cui presenza quaggiù è pervasiva.
In un breve cammino a ritroso, il primo fallimento è il ”piano di pace Trump” per Gaza, più famoso come “Board of peace”. Nonostante sia stato nobilitato dal Consiglio di sicurezza Onu (la risoluzione 2803), non se ne ha più traccia. Anche questo si è fermato al primo punto: Hamas non ha disarmato e Israele non si è ritirato, come dovevano. Fine del “Board of peace”. Gli oltre due milioni di gazawi continuano a vivere – o tentano di farlo – fra tende e macerie, in uno spazio ancora più ridotto e sempre meno risorse.
Nel 2015 Barack Obama con russi, cinesi, francesi, inglesi, tedeschi, Ue e Onu, aveva concordato con l’Iran un piano decennale per fermare l’arricchimento del nucleare. Due anni più tardi Donald Trump lo ha fatto fallire. Ora sta cercando di raggiungere lo stesso obiettivo dopo un’inutile guerra e miliardi di dollari spesi: il dipartimento alla Difesa ha appena chiesto al Congresso un nuovo finanziamento da 80 miliardi.
Ci fu la pace fra Egitto e Israele del 1978 e quella fra Giordania e Israele del 1992. Ma a distanza di tanti anni ognuna delle due continua ad essere una pace fra governi, non fra popoli.
Forse il più doloroso dei fallimenti fu Oslo, nel 1993: l’intesa che israeliani e palestinesi trattarono in Norvegia ma che Yitzhak Rabin e Yasser Arafat firmarono a Washington. Anche quello fu un accordo per avviare una trattativa di pace che altri attori non volevano. Hamas provocò tremendi attentati terroristici. Gli israeliani contribuirono al fallimento, rifiutando di congelare le colonie nei territori occupati: nei successivi sette anni di trattative gli insediamenti aumentarono del 100%.
Sono questi gli antefatti poco promettenti dell’ultimo accordo di pace in Medio Oriente. Il memorandum fra americani e iraniani è stato firmato, ha visto la luce. L’apertura di Hormuz è un passo positivo, se lo stretto resterà aperto. Ma il cammino è lungo, pieno d’insidie e di molti nemici.