Iran, tutti vincitori?

Todos caballeros, avrebbe detto Carlo V di Spagna. Donald Trump e regime iraniano possono rivendicare la loro vittoria: hanno già incominciato a farlo. I negoziatori – il solito Qatar e l’inaspettato Pakistan – possono vantarsi di aver dato una prospettiva alla pace. Il mercato energetico e l’economia mondiale di avere di nuovo lo stretto di Hormuz aperto: ancora da chiarire se gratis o a pagamento.

L’unico che non può dichiarare vittoria è Benjamin Netanyahu. Era stato lui a istigare il presidente americano, spingendolo in una guerra dagli obiettivi irraggiungibili. Ora è ancora lui a rovinare la festa, sostenendo di non sentirsi impegnato dagli accordi di altri. Forse, dice, non bombarderà più Beirut ma non ritirerà le truppe dal Libano, da Gaza e dalla Siria.

Un paese che ha la forza d’imporre la sua egemonia militare dovrebbe anche avere la lungimiranza di convincere gli altri ad accettarla, offrendo loro dei vantaggi: come gli Stati Uniti con gli europei dopo il 1945, per esempio. Questa qualità Israele non ce l’ha. Se diventasse il responsabile del fallimento dell’accordo, proseguendo la guerra in Libano o bombardando di nuovo l’Iran, lo stato ebraico si isolerebbe dalla comunità internazionale più di quanto già non lo sia ora.

Prima di stabilire vincitori e vinti di questa trattativa di pace che non è ancora pace, è amaro ricordare che i mesi di morte e distruzione potevano essere evitati se nel 2018 Donald Trump (sempre istigato da Netanyahu) non avesse cancellato un accordo già in vigore.

Alla luce degli ultimi eventi, di negativo il Jcpoa aveva solo l’acronimo impronunciabile. Nel 2016 Barack Obama e il resto del mondo avevano concordato che l’arricchimento del nucleare iraniano non dovesse superare il 3,67% e solo per 300 chili di materiale. Il resto sarebbe stato trasferito in un altro paese. In cambio Teheran aveva ottenuto l’annullamento di un importante pacchetto di sanzioni economiche.

Ora l’Iran ha 440 chili di uranio arricchito al 60%: per fare l’atomica serve il 90. Allora l’agenzia nucleare internazionale, Iaea, avrebbe vigilato; oggi l’Iran è l’unico paese che ha aderito al Trattato sulla non proliferazione, Npt, che tuttavia impedisce ai controllori Iaea di e entrare e vigilare nei suoi impianti nucleari.

Da ultimo, in cambio del compromesso sul nucleare, il presidente Obama aveva concordato di ridurre progressivamente le sanzioni, garantendo all’Iran 1,7 miliardi di dollari in contanti. “Questo non accadrà con me”, aveva protestato Donald Trump all’inizio della guerra. Ora, in cambio dell’apertura di Hormuz, dovrà scongelare beni iraniani per 24 miliardi.

Solo per questo dovrebbe essere difficile concedere qualche forma di vittoria a Trump nell’accordo concordato ieri. Sarà firmato venerdì in Svizzera: c’è ancora tempo per far saltare tutto. Più degli iraniani, il presidente voleva un compromesso minimamente accettabile per fermare l’emorragia di consensi fra gli americani.

In questi giorni sentiremo dichiarazioni vanagloriose, lontane dalla realtà. Convinto di avere ottenuto un ineguagliabile successo, Trump tornerà a pensare a Cuba, alla Nato e agli europei, alla Groenlandia. La minaccia di riprendere a bombardare l’Iran non deve ingannare: probabilmente il presidente ridurrà anche la presenza militare americana in Medio Oriente.

La repubblica islamica ha più diritto degli americani a rivendicare una vittoria: è ancora al potere e il ruolo di potenza regionale sarà più evidente di prima. La guerra ha compattato la società iraniana attorno al regime. Ma col dopoguerra torneranno a farsi pressanti le spinte al mutamento: non a un cambio di regime ma di uomini del regime con ambizioni riformiste, più aperti al dialogo con l’Occidente: è possibile uno scontro con i sostenitori della rivoluzione khomeinista.

Nonostante tutto, anche a Netanyahu bisogna riconoscere qualche attenuante. Le opposizioni ora l’accusano di non aver raggiunto la vittoria promessa. Anche loro sapevano che non era raggiungibile, ciononostante ne cavalcano gli obiettivi impossibili perché in autunno in Israele si vota e nessuno può presentarsi all’elettorato avallando una sconfitta. Sfortunatamente, i partiti d’opposizione sono una conferma, non un’alternativa all’egemonismo muscoloso e piuttosto miope dell’Israele di Netanyahu.

  • carl |

    “..Ora è ancora lui a rovinare la festa, sostenendo di non sentirsi impegnato dagli accordi di altri. Forse, dice, non bombarderà più Beirut ma non ritirerà le truppe dal Libano, da Gaza e dalla Siria.”
    Viste e considerate le reciproche accuse che si ripetono i belligeranti anche in altri “scenari” senza che si arrivi ad imparzialmente a stabilire per certo chi dica il vero o il falso, il fatto è che per apparentemente “giustificare” le intenzioni del gabinetto ebraico di non cessare le ostilità nei Paesi confinanti, basterà che abbia luogo uno o più atti ostili attribuiti “illico et immediate” a Hezbollah, ecc.
    No?

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