Alla fine di uno stancante periodo di minacce e iperboli, il mondo tirerà un respiro di sollievo quando, chiarito il punto della contesa, americani e iraniani inizieranno la vera trattativa per arrivare a un assetto globale. Tutti i paesi tranne uno: Israele che vorrebbe riprendere la guerra alla repubblica islamica e continuare anche quella in Libano contro Hezbollah.
Forse solo Mohammed bin Zayed, sovrano di Abu Dhabi, presidente e comandante supremo degli Emirati, vorrebbe fare come Bibi Netanyahu. In Medio Oriente MbZ, come viene chiamato l’emiro, è il solo vero alleato d’Israele. Non a caso negli oltre 50 giorni di conflitto Teheran ha lanciato 2.800 tra missili e droni sul vicino dall’altra parte del Golfo: più di quanti ne aveva tirati verso lo stato ebraico.
Ma la solitudine di Israele è evidente. Anche il migliore alleato di Donald Trump ha incominciato a subirne le ondivaghe opinioni, i calcoli fondati più sugli affari che su ciò che nella politica resta della morale. Già una decina di giorni fa si erano visti i primi segnali importanti: quando il presidente americano sembrava incline a bombardare di nuovo l’Iran ma regni ed emirati del Golfo lo avevano convinto a continuare sulla strada della trattativa. La successiva telefonata fra Netanyahu e Trump era stata definita “drammatica”, senza che venissero date ulteriori spiegazioni.
Se la presidenza Trump è fondata sulla transazione commerciale – difficile tentare di negarlo – pochi sono clienti dell’America quanto i paesi arabi del Golfo: armi, investimenti negli Stati Uniti, tecnologia, beni di consumo. Lo fanno senza ottenere le garanzie sui crediti riservate da decenni agli israeliani. Su questo piano non c’è partita che Israele possa giocare con principi ed emiri. Se e quando la crisi del Golfo sarà finita anche da quella regione gli Stati Uniti ridurranno la loro presenza. Come dall’Europa, ma con la differenza che Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati non hanno problemi a riarmarsi pagando.
La caparbietà del premier israeliano nel volere il conflitto ha più di una spiegazione: nuove elezioni sono alle porte e Bibi pensa non a torto che la guerra permanente serva alla sua campagna elettorale; la guerra tiene lontani i suoi tre processi per corruzione già aperti, e l’indagine sulle responsabilità dell’impreparazione israeliana nell’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il negoziato fra Usa e Iran prevederà il cessate il fuoco in Libano, lasciando la minaccia di Hezbollah diminuita ma sostanzialmente intatta. Come la presenza di Hamas a Gaza.
Tuttavia soluzione militare come unica arma contro l’insicurezza israeliana (niente diplomazia), non è solo un’ostinazione di Netanyahu. I sondaggi dicono che anche una sicura maggioranza d’israeliani vuole riprendere la guerra all’Iran. Nonostante la maggioranza di quella maggioranza sia però convinta che un nuovo attacco non risolverà le ragioni del pericolo iraniano: un cambio di regime che non ci sarà, l’atomica e il suo arsenale missilistico. Essere favorevoli a una guerra, sapendo che non risolverà le cause che portano a combatterla, dice molto dello stato d’animo degli israeliani, oggi.