“Il nome Westminster è in qualche modo familiare per me”, disse Winston Churchill al pubblico americano venuto ad ascoltarlo al Westminster College, accademia di arti liberali a Fulton, Missouri. Otto mesi prima, il 5 luglio 1945, aveva perso le elezioni in Gran Bretagna. Erano passate solo poche settimane dalla fine della guerra. Eppure gli inglesi avevano ripudiato l’eroe che li aveva guidati prima nella resistenza e poi alla vittoria, per scegliere il suo grigio oppositore: Clement Attlee, chiamato anche nel suo stesso partito laburista “una pecora travestita da pecora”.
Dando una prova unica di democrazia, gli elettori britannici avevano deciso di chiudere l’epoca del più devastante conflitto della storia e aprire una nuova stagione politica che guardasse con fiducia a un futuro di pace. Ma se qualcuno, allora, aveva pensato che Winston Churchill fosse solo il simbolo di quel doloroso passato da consegnare ai manuali di storia, si sbagliava. Al Westminster College, 80 anni fa, il vecchio leone annunciava al mondo la nuova stagione geopolitica nella quale stava entrando.
“Da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico una cortina di ferro è discesa sull’Europa centrale e orientale”. L’Occidente ancora non lo sapeva, ma era incominciata la Guerra Fredda che avrebbe definito per oltre 40 anni la sicurezza, le idee, il modo di esprimerle, la vita quotidiana e le abitudini di noi occidentali. E anche degli altri europei al di là di quell’immagine churchilliana, diventata estremamente concreta e invalicabile: la cortina di ferro.
Il popolo sovietico aveva contribuito enormemente alla vittoria sul nazi-fascismo. Churchill lo ricordò nel discorso di Fulton. Riconobbe anche il diritto dell’Urss ad avere frontiere sicure col resto d’Europa. Ma subito dopo la fine della guerra mondiale Josif Stalin aveva incominciato a rivelare le sue vere intenzioni. Era l’uomo che nel 1939 si era accordato con Hitler per spartirsi la Polonia, annettere le repubbliche baltiche e la Bessarabia. Ed ora mirava alla sottomissione dell’Europa da Berlino alla frontiera sovietica.
Pochi giorni prima del discorso di Churchill, il 22 febbraio, l’incaricato d’affari dell’ambasciata americana a Mosca aveva mandato al dipartimento di Stato, a Washington, un telegramma di 5mila parole. Una lunghezza inusuale per un rapporto diplomatico. Il titolo originale del documento era una semplice “X”: ne segnalava importanza e segretezza. Sarebbe entrato nella storia col nome di “Long Telegram”, insieme al suo autore George Kennan che sarebbe diventato un protagonista della Guerra Fredda.
Ma si trattava di un documento segreto che solo nel 1947 la rivista Foreign Affairs avrebbe pubblicato col titolo “The sources of the Soviet conduct”. Sebbene il Kgb ne fosse entrato in possesso poco dopo il suo arrivo al dipartimento di Stato. Fu quindi il discorso di Churchill a svelare per primo la geopolitica nella quale entrava il mondo ancora ferito dalla seconda guerra mondiale.
Nel discorso di Fulton l’ex premier britannico che sarebbe ancora tornato a Downing Street dal 1951 al 55, affermava che le Nazioni Unite avrebbero dovuto avere una sua forza armata per garantire la pace. Oltre che il punto d’inizio della Guerra Fredda, Fulton rappresentò anche il passaggio di consegne del potere globale dall’impero britannico indebolito da due guerre mondiali devastanti, alla nuova superpotenza americana “protettrice dei valori occidentali”. “Il nostro supremo dovere”, disse Churchill”, è difendere i focolari della gente comune dagli orrori e dalle miserie di un’altra guerra”.
Effettivamente la Guerra Fredda preservò l’Europa da un terzo conflitto. Ma non il resto del mondo nel quale scoppiarono guerre guerreggiate, rivoluzioni e golpe militari, tutti prodotto del confronto fra Stati Uniti e Unione sovietica.
“Da Stettino a Trieste….”. Se dovessimo trasferire quell’immagine nel disordine mondiale di oggi, lungo quali confini porremmo una nuova cortina di ferro? Alla frontiera fra gli Stati Uniti di Donald Trump e il Canada; da qualche parte dell’Atlantico fra gli Usa e la Groenlandia; un po’ più a Est, davanti alle coste dei paesi dell’Unione Europea, improvvisamente diventati alleati nemici. Questo Winston Churchill non avrebbe mai potuto immaginarlo.