All Come To Look For America

 Nel settembre 1993, quando fu annunciato che Yitzhak Rabin e Yasser Arafat sarebbero andati alla Casa Bianca per firmare gli accordi di Oslo, Gerusalemme cadde in un silenzio inusuale. Non ci fu alcuna esplosione di gioia collettiva: non dalla parte israeliana della città né in quella araba. E’ stato così anche l’altra notte. Per evidenti ragioni hanno festeggiato i sopravvissuti di Gaza, i parenti degli ostaggi israeliani e i genitori dei soldati che combattono nella striscia. Non il resto dei due popoli.

E’ questo l’ostacolo principale al piano che è stato concordato nella notte del 9 ottobre: lo scetticismo di israeliani e palestinesi riguardo alla possibilità di vivere insieme, riconoscendo l’uno la narrazione dell’altro, l’uno i diritti dell’altro. Questa diffidenza accompagnò l’intera trattativa di Oslo fino allo scoppio della seconda Intifada. E non sarà facile scioglierla ora, resa più profonda dopo due anni di massacri.

I radicali di Hamas hanno sempre propugnato la distruzione d’Israele; quelli messianici di parte israeliana sempre negato i diritti dei palestinesi. Ma il veleno ha attecchito anche in mezzo, fra un estremo e l’altro: dichiaratamente o meno, gli israeliani non vogliono vivere accanto a uno stato palestinese, lo ritengono una minaccia; e i palestinesi continuano a sognare di buttare a mare gli ebrei. Dopo tanti decenni hanno ancora bisogno di essere convinti dell’esistenza di un’opportunità migliore.

Purché si ricordi che gli accordi appena presi sono un punto di partenza, non di arrivo in una nuova realtà, il “Piano Trump” è l’opportunità di pace più concreta dopo Oslo, nella lunga storia di conflitti fra i due popoli. E’ graduale, perché non esiste un tavolo negoziale capace di reggere il peso di tutto il contenzioso fra israeliani e palestinesi.

Si comincia con il cessate il fuoco nella striscia, il ridispiegamento dell’esercito israeliano e l’ingresso degli aiuti umanitari per i gazawi. Poi ci sarà la liberazione degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi. Hamas dovrà consegnare le sue armi ed evacuare i miliziani, presumibilmente in Egitto. Gli israeliani lasceranno la striscia, soprattutto l’area di Rafah al confine egiziano, dal quale dovranno passare verso l’esilio i miliziani di Hamas. Una forza internazionale di pace a maggioranza araba garantirà la sicurezza nella striscia; qualcosa di equivalete a un’amministrazione provvisoria la governerà. S’incomincerà a rimuovere le migliaia di tonnellate di detriti lasciati dalla guerra e poi la lenta ricostruzione vera e propria.

Almeno nei piani di Trump è implicito che Gaza sarà palestinese e anche che la Cisgiordania lo sarà; che dovrà iniziare un negoziato per la loro indipendenza nazionale. Il premio per Israele sarà il riconoscimento universale del mondo arabo: soprattutto dell’Arabia Saudita. Donald Trump ha promesso d’inserire nel suo piano di pace anche l’Iran.

Del miracoloso progetto americano non vengono ipotizzati i tempi. Certamente non per ieri, quando a Oslo (di nuovo Oslo) è stato annunciato il Nobel per la pace al quale Trump tiene enormemente. E’ impossibile prevedere quando l’annosa questione palestinese scomparirà dalle mappe della geopolitica. Per portare via le macerie di Gaza servono anni, ricostruire decenni. Se, dove, come e soprattutto quando nascerà uno stato palestinese, è uno dei grandi misteri della diplomazia mondiale.

Serve tempo. E’ quello che decisero di prendere i negoziatori di Oslo più di vent’anni fa. Le complessità della questione dovevano essere affrontate poco alla volta: prima l’esperimento di autonomia a Gaza e Gerico, poi nelle altre città della Cisgiordania. Ma quel tempo fu utilizzato dagli estremisti dell’una e dell’altra parte per minare Oslo: Hamas con terribili attentati kamikaze, i sodali degli attuali ministri Smotrich e Ben Gvir, uccidendo Rabin e costruendo colonie.

Hamas non dovrebbe essere più in grado di ripetersi: l’unica eventuale possibilità di sopravvivere politicamente è di rinunciare alla lotta amata. E’ ancora da capire come i coloni più estremisti si opporranno al piano che vanifica le loro ambizioni messianiche: per loro la Bibbia non è un testo religioso ma un manuale politico. Per quanto siano una minoranza nella società civile israeliana, la loro influenza politica è profonda, sono armati e i loro rappresentanti stanno raggiungendo i vertici delle forze armate e dell’intelligence.

Donald il Demiurgo

Solo gli Stati Uniti avevano l’autorità necessaria per imporre una pace, anche se storicamente non possono vantare grandi successi in Medio Oriente, in particolare nella questione israelo-palestinese.

Sebbene nessuno possa sfidarne il dominio militare ed economico, amici e nemici nella regione hanno imparato a ignorarne le volontà. “Nonostante la sua potenza”, sostiene Robert Malley, inviato in Medio Oriente per l’amministrazione Biden ed esperto di risoluzione dei conflitti, “le proposte americane sono state regolarmente respinte da Israele, spesso anche dai palestinesi”. Alla fine l’America è quasi sempre stata “poco più di un testimone imbarazzato” di ciò che accadeva.

Perché dunque ora è diverso? E perché, contro la tradizione, sembrano tutti intenzionati ad obbedire al diktat di Donald Trump, il più inverosimile fra i presidenti passati per questa regione? Fra i diplomatici americani circola la “Madman Theory”, la teoria del matto. Nessuno sa cosa potrebbe accadergli dicendo di no a Trump: rottura di un’alleanza, dazi impossibili; un bombardamento di B-2 Spirit come a Teheran; il si alla definitiva distruzione di Gaza se Hamas rifiutasse l’accordo o la sospensione degli aiuti militari se fosse Israele a farlo.

Posto si possa individuare un metodo geopolitico nei comportamenti del presidente, il suo punto centrale è la priorità degli scambi economici, il business; e l’indifferenza sulle questioni politiche, anche le più sensibili. E’ ciò che preoccupa molti paesi, soprattutto gli alleati degli Stati Uniti. Ma che per altri è un dono inaspettato: per esempio la Cina con le sue ambizioni egemoniche in Asia. E la Russia.

 

 

  • carl |

    errata corrige: è lo scetticismo e non la minaccia ad essere purtroppo , e fin troppo, credibile.

  • carl |

    Lo scetticismo degli uni e degli altri sulla possibilità di vivere assieme o vicini ed anzi di ritenerlo una minaccia purtroppo e fin troppo credibile.. Pensieri, sentimenti, stati d’animo che, oltretutto, sono oggetto di strumentalizzazione da parte di governanti e di estremisti, due definizioni che in coloro che le incarnano spesso coincidono..
    Quanto ai cosiddetti “messianici” andrebbe precisato che si limitano ad esserlo soltanto sul piano politico e territoriale..
    Per quanto riguarda il “miracoloso” progetto statunitense (al quale manca, per l’appunto, l’indispensabile “cronologia”..)bisognerà vedere quale “evoluzione” e sviluppi assumerà. Gaza e CisGiordania saranno palestinesi, autonome, “impermeabili” e “terrorism free”…?
    Ed il premio per lo Stato ebraico sarà il riconoscimento arabo ed in particolare da parte dell’Arabia Saudita..? La quale tuttavia un paio di settimane fa ha concluso un patto con l’islamico e nuclearizzato Pakistan.. Un vero e proprio sasso che, curiosamente, non ha creato alcun effetto nello stagno ove pullulano anche “think tanks”, esperti, analisti et similia..

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