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Quanto dobbiamo temere la Cina?

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“A Roma, suonando l’inno cinese, alcuni italiani cantano ‘grazie Cina!’ dai loro balconi. E i loro vicini applaudono”, twittava Lijan Zhao, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino. Erano i giorni del picco e dei primi arrivi di mascherine dalla Cina, non sempre di qualità. La scena descritta è altamente improbabile, fa parte dell’offensiva propagandistica cinese in Occidente, che per intensità e falsità è pari a quella russa.

In questo prodromo di guerra fredda, l’Italia è in prima linea: un anello debole per americani ed europei, un’opportunità per i cinesi. E’ l’unico paese del G7 ad avere aderito alla Via della seta, il piano di penetrazione economica (e geopolitica) cinese del mondo; di fronte all’egoismo inziale europeo verso l’emergenza italiana, un autorevole rappresentante dei 5Stelle aveva proposto la Cina in alternativa all’aiuto economico della Ue.

Con la loro sinistra campagna di disinformazione, i cinesi cercano di nascondere le loro responsabilità per avere probabilmente tenuto nascosto per troppo tempo l’epidemia e la sua pericolosità. Ma a Washington questa ennesima prova di opacità di un regime illiberale, è diventata complotto: un intenzionale sabotaggio degli Stati Uniti, dell’Occidente, delle democrazie e della loro forza economica. Per Donald Trump la sindrome cinese è diventata il modo più assordante per nascondere la sua mediocrità – spesso una palese inadeguatezza – di fronte all’emergenza del virus. Come Herbert Hoover nella crisi del 1929, sembra il presidente sbagliato nel momento sbagliato.

Al Congresso i repubblicani hanno proposto leggi anti-cinesi. Tom Cotton, senatore dell’Arkansas, ha chiesto di chiudere le facoltà di scienze agli studenti cinesi, invitandoli a “venire qui per studiare i Federalist Papers”, i saggi scritti nel 1787 che spiegavano la Costituzione democratica ai nuovi cittadini americani. Dai tempi di Richard Nixon, quando nel 1972 l’America aprì alla Cina di Mao, non era mai stato toccato un punto così basso nella storia delle relazioni fra i due paesi. Nemmeno con la guerra commerciale, in parte giustificata, avviata dalla presidenza Trump.

Anche l’Europa è preoccupata per l’offensiva propagandistica cinese. La Ue aveva preparato un rapporto contro queste attività; l’ambasciata cinese a Bruxelles aveva fatto pesanti pressioni e minacciato ritorsioni economiche per impedirne l’uscita. Alla fine alcuni aggettivi del documento sono stati attenuati, mostrando in qualche modo la forza di condizionamento di Pechino: ma la limatura imposta non ne ha cambiato i contenuti critici. Tuttavia agli europei lo scontro Usa-Cina sembra spropositato, considerando che dopo, quando la pandemia si fermerà, il mondo e la sua geopolitica non saranno diversi da prima: in competizione, collaborando o in entrambi i modi, saranno Stati Uniti e Cina a determinarne le forme. Più di Russia e Unione europea. E’ pensando a questo futuro che per il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, questi segnali di guerra fredda sono pericolosi: i comportamenti americani e cinesi “sono due estremi, nessuno dei quali può essere un modello per l’Europa”.

Se e come si svolgeranno le presidenziali di novembre, gli americani avranno l’opportunità di cambiare guida politica. I cinesi no. Ma l’uso dei “new reds”, i comunisti del XXI secolo al posto di quelli del XX – i russi – avrà un facile effetto propagandistico nella campagna elettorale. I democratici non potranno ignorarlo. In questo clima diventa difficile valutare la reale portata delle ambizioni cinesi. Vogliono davvero controllare il mondo? Sul piano militare gli Stati Uniti resteranno per tutto il secolo una potenza inarrivabile: il loro arsenale nucleare ha più di 6mila testate (come quello russo), il cinese circa 290. Ma Pechino sta potenziando sia le forze convenzionali che nucleari. Nel 1964, quando ordinò il primo test nucleare, Mao dichiarò che la Cina “mai, in nessun momento o circostanza, sarà la prima a usare armi nucleari”. Il no-first-use, gli americani non l’hanno mai proclamato. Le forze nucleari cinesi non sono in stato d’allerta, quelle americane si: hanno 1.600 testate pronte all’uso, i sommergibili nucleari continuano a solcare gli oceani (come i russi). I cinesi no.

E’ probabile che la Cina non abbia l’ambizione di controllare il mondo come negli ultimi duecento anni hanno fatto europei e americani: fisicamente, territorialmente, con protettorati e alleanze politiche e militari. Ma nel XXI secolo non sarà più necessario. Tecnologia e commerci saranno armi più efficaci. Tuttavia anche l’impero britannico nacque così, semplicemente commerciando. Poi constatarono che dalla quantità e qualità di quei commerci dipendeva la ricchezza della nazione. Quindi andavano difesi da una potente flotta militare che proteggesse le rotte, le vie d’acqua strategiche, i luoghi di produzione delle materie prime. Priorità nazionali che le compagnie commerciali private non potevano difendere. Alla fine nacque un impero, convinto di avere anche una missione civilizzatrice. La Cina non è ancora a questo punto. Però già controlla quasi il 90% della produzione di terre rare, i cui elementi sono fondamentali per l’industria strategica mondiale del XXI secolo. In qualche modo vorrà difenderla.

 

  • kitana flores |

    A meno che non la si stringa (economicamente e/o militarmente) in angolo come, poco meno di un secolo fa, si fece col Giappone. Il quale prima usci dalla Società delle Nazioni (alla quale gli USA neppure si erano affiliati…) e più tardi decise l’attacco a quello stato insulare che si trova a migliaia di km dagli USA (cioè dal continente Nordamericano…).

  • habsb |

    sig. Carl

    la parola “affatto” in lingua italiana significa “del tutto”. Il suo esordio mi pare quindi contraddittorio. Ma forse l’italiano non è la Sua madrelingua.

    Cio’ potrebbe forse spiegare l’odio che Lei manifesta per gli attuali uomini politici statunitensi, che invece per la prima volta dopo tanti anni mettono in atto azioni concrete (peraltro ancora troppo tiepide) contro il comune nemico dell’Occidente. Parlo ovviamente del nazionalsocialismo di Pechino (come definirlo altrimenti ?) che per anni si è arricchito a spese nostre mentre altri politici di Washington napoleonizzavano con guerre in Iraq, Siria, Libia dilapidando invano dollari e prestigio mentre gli strozzini cinesi facevano man bassa sui cantieri, sui porti sulle terre arabili del Terzo Mondo (e non solo).

    Questo solo dovrebbe provarle una volta per tutte che la politica di Pechino non è quella di contentarsi del miliardo e mezzo di consumatori cinesi ma bensi’ quella di rimpiazzare gli odiati USA al vertice dell’economia e della finanza mondiali.
    Cosa che Le farebbe forse piacere, almeno finché i luoghi di lavoro occidentali (che Lei pero’ conosce forse solo per sentito dire) non adotteranno le pratiche di management in uso a Pechino, Shanghai, o Shenzhen. A quel punto le nostre schermaglie saranno solo un lontano ricordo, il sistema del “credito sociale” impedendo ogni esternazione diversa dall’agiografia del regime.

    E’ poi un vero mistero come una persona istruita come Lei possa credere che la soluzione dell’inquinamento cinese possa essere risolta con la “magia” della programmazione. Sono settant’anni che i gerarchi di Pechino programmano, e che le loro emissioni di gas a effetto serra raddoppiano ogni 10 anni, mentre l’uso del carbone, il combustibile ecologicamente più dannoso,non fa che aumentare.
    Il giorno in cui il miliardo e mezzo di consumatori cinesi avrà un livello di consumi paragonabile anche solo all’Italietta (ne sono oggi ben lontani, a parte qualche piccola oasi di benessere), sarà il funerale per il nostro pianeta.

    Ma che Le importa ? Da bravo keynesiano Lei gigioneggia pensando che quel giorno saremo tutti morti. E allora vai di accordi miliardari sulla via della Seta, che permettono a qualche politico e imprenditore nostrano di fare i milioncini necessari per ritirarsi in qualche paradiso svizzero o americano, mentre il Bel Paese è svenduto ai satrapi di Pechino.

    Oramai è Trump la sola speranza dell’Occidente, in quanto solo politico con la forza e la motivazione necessarie per rimettere Pechino al suo vero posto : quello di una sanguinosa dittatura arrivata al capolinea

  • carl |

    Quanto dobbiamo temere la Cina?
    Affatto.
    A meno che non la si stringa (economicamente e/o militarmente) in angolo come, poco meno di un secolo fa, si fece col Giappone. Il quale prima usci dalla Società delle Nazioni (alla quale gli USA neppure si erano affiliati…) e più tardi decise l’attacco a quello stato insulare che si trova a migliaia di km dagli USA (cioè dal continente Nordamericano…). Come, sarebbe il caso di sottolineare en passant, è oggigiorno il caso anche per quei “protettorati” e stati “satelliti” situati al di qua dell’Atlantico…
    Se i think tanks non pullulano di sprovveduti e/o simulacri di esperti, essi dovrebbero riferire a chi li retribuisce che bisognerebbe essere consapevoli del fatto che – se adeguatamente organizzato, programmato, ecc. – un miliardo e 4 circa di consumatori possono rappresentare un adeguato e persino sufficente sbocco per l’intera e altrettanto programmata produzione cinese. Certo rimane il problema inquinamento la cui soluzione è però anch’essa possibile con una adeguata programmazione.
    Rimarrebbero da commentare
    a) la faccenda dei “Federalist Papers”, ma basterebbe dire che se coloro che li stilarono fossero vivi e al potere, probabilmente appenderebbero agli alberi del Central (ed altri) Park non pochi attori, successori, accoliti e comparse varie che recitano ai vari livelli/ribalte della piramide USA..
    b) il fatto che gli States non si siano impegnati al “no first use” nonchè
    c) una sorta di rapida analisi comparata dei vari arsenali nucleari, vettori e sviluppi programmati dei membri del Club, la lascio per un’altra volta p.v.

  • carl |

    Un articolo “succoso”, ampio e ricco (di spunti). Appena posso mi ci ficco…:o) Ma, nel frattempo, perchè non lo fanno color che guardano e passano…?

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