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Democrazia Cinese

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 Se questa non è una potente luce di speranza in un mondo –a Est e a Ovest – pieno di autoritarismo, razzismo e demagoghi, come altro vogliamo chiamarlo? A Hong Kong la maggioranza silenziosa non ha votato per l’ordine, la disciplina nazionale e il conservatorismo di Pechino ma al contrario: ha scelto gli oppositori al sistema, la democrazia, la forte autonomia dal tentacolare potere della Cina continentale, la libertà di espressione.

La limpidezza dei dati non consente interpretazioni. Si votava per i 18 distretti della ex colonia. Alle precedenti elezioni i filo-governativi e sostenitori di Pechino avevano vinto in 17. Questa volta il risultato è stato ribaltato: ne hanno vinto uno solo. I democratici hanno conquistato 389 seggi su 452. Nonostante le violenze, il crollo dell’economia di Hong Kong e l’eventualità di un intervento dell’Esercito Popolare, la gente ha dato un’indicazione chiara sul proprio futuro. Così evidente che anche il 71% di affluenza ai seggi nonostante un territorio militarizzato dalla polizia, è un record.

Così chiaro che il governo di Pechino e il suo apparato di propaganda – quello che in Occidente ancora chiamiamo con ostinazione Stampa – ha completamente ignorato la notizia. Chi ne ha parlato, ha solo denunciato “il complotto americano” che ha tentato di far deragliare un altrimenti ordinato processo elettorale.

Che paese straordinario è la Cina: la stessa classe dirigente che con intelligenza e cautela (almeno fino a Xi) da circa 40 anni crea un fenomenale sviluppo, è così obsoleta nell’affrontare le sue debolezze politiche. L’anelito di libertà di Hong Kong è una cospirazione straniera, la minoranza degli uiguri è una setta di terroristi che merita di essere incarcerata.

Non è un buon momento per Xi Jinping (il Signor Ping, per citare un noto politico italiano). Non ha capito la vastità della sommossa di Hong Kong e le sue conseguenze né quanto ormai radicato sia l’anelito di democrazia. A Taiwan gli indipendentisti diventano sempre più forti; rifiutano di essere messi da Pechino nello stesso dossier di Hong Kong e Macao: “One China, two systems”. Loro, ricordano, non hanno mai avuto un passato coloniale come le prime due.

Qualche settimana fa il New York Times aveva pubblicato un gran numero di documenti interni al potere cinese, che documentavano la brutalità della persecuzione degli uiguri nello Xinjiang. L’importanza di quelle pagine non è tanto in ciò che rivelano – i lager erano noti – quanto nel loro arrivo in Occidente: il Partito a Pechino non è così unito attorno a Xi.

Per un po’ il Caro Leader d’Occidente, Donald Trump, era rimasto incerto se sostenere il presidente cinese, così vicino alle aspirazioni democratiche di quello americano, o la protesta di Hong Kong. Il 21 novembre, il Congresso aveva approvato l’ “Hong Kong Human Rights and Democracy Act”: la legge minaccia sanzioni alle autorità del territorio. Non posso firmare, “Xi è un tipo incredibile, è un mio amico”, aveva detto a “Fox & Friends”, praticamente la sua trasmissione personale di un canale tv quasi personale.  Poi ha cambiato idea.

Il flip-flop è caratteriale in Donald Trump. Ma in questo caso rivela anche il grande dilemma americano. Non si può fare a meno di quel grande paese in movimento. Tuttavia quel paese minaccia anche la sicurezza degli Stati Uniti e dell’Occidente. Nella Grande Guerra Commerciale in corso, in gioco non ci sono solo magliette, auto e grano. C sono prodotti tecnologici dalla ricaduta decisiva su economia e Difesa. Come sintetizza Thomas Friedman sul New York Times, “La Cina è il nostro concorrente economico, il partner economico, fonte di talento e capitale, rivale geopolitico, collaboratore e trasgressore seriale di regole. E’ il nostro nemico e il nostro amico”.

In mezzo c’è Hong Kong con le sue aspirazioni di libertà. All’ombra del pacifico successo elettorale, è venuto il tempo per i giovani e i loro sostenitori di evitare le volenze e raggiungere maturità politica. Se la piazza vuole vincere, deve decidere cosa è la vittoria e trasformarsi in un corpo politico che sappia raggiungerla e governarla. Deve in sostanza lasciare le strade di Hong Kong e compiere il passo successivo.

Alcuni anni fa il Festival di Internazionale a Ferrara mi invitò a moderare un dibattito. I protagonisti erano i giovani leader della rivoluzione di Piazza Tahrir che avevo seguito al Cairo. Quando chiesi se non fosse venuto il tempo di lasciare la piazza e diventare soggetto politico, magari un partito, mi trattarono come un deficiente: loro avevano fatto una rivoluzione, mai sarebbero diventati un banale partito. Il risultato lo conoscete. Qualche mese dopo la loro rivoluzione fu scippata dai Fratelli Musulmani; un anno più tardi il generale al-Sisi, armi un pugno, chiuse la questione.

 

 

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