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Come strenna di fine vacanze pubblico sul blog i due ultimi commenti, entrambi dedicati a Bibi Netanyahu, usciti sul Sole-24 Ore in questi ultimi giorni.

 

I DUE VOLTI DI ISRAELE

di Ugo Tramballi

Il padiglione israeliano è uno dei più belli e visitati dell’Expo. La sua attrazione principale è il “giardino verticale, un muro di 12 metri per 70 che rappresenta due caratteristiche del paese: la sua geniale ingegneria agricola iniziata più di mezzo secolo fa con l’irrigazione a goccia, e la mancanza di spazio: poco più di 22mila chilometri quadrati. Metro più metro meno, quanto l’Emilia Romagna.

C’è anche, all’Expo, una selezione dei vini d’Israele, da qualche millennio non solo terra del latte e del miele. I grandi produttori ma soprattutto le aziende “boutique” (da circa 80mila bottiglie l’anno) e le “garage wineries” (meno di 10mila): un fenomeno d’innovazione, passione, piccola impresa e capacità di accedere al credito. Come le startup dell’hi-tech, molte delle quali nate anche loro nei garage di casa. Proporzionato alla sua popolazione, Israele ha il più alto numero di startup al mondo e attrae la maggiore quantità di “angels”, i finanziatori.

Ma questo miracolo di dinamismo e modernità, la cui capitale morale è quella che molti giovani israeliani chiamano “La repubblica di Tel Aviv”, contrasta con la capitale reale, Gerusalemme, sulle colline di Giudea. Come è noto, oltre che per il “giardino verticale”, Israele è famoso anche per un altro muro: quello di separazione in Cigiordania che ha drasticamente ridotto gli attacchi terroristici e contemporaneamente, lungo il suo percorso, rubato altra terra ai palestinesi.

Tutti i paesi hanno le loro contraddizioni. L’Italia organizza una magnifica esposizione universale dedicata al cibo e non ha ancora sradicato il fenomeno del caporalato, puro schiavismo agricolo. Ma in Israele c’è qualcosa di più stridente: mentre l’economia cresce e tutte le multinazionali dei semiconduttori hanno i loro centri di ricerca in questo paese, le cronache quotidiane raccontano dell’ennesimo un razzo lanciato da Hamas, sempre incerto se cercare una tregua o riprendere la sua guerra insensata, e la risposta dell’aviazione israeliana.

L’epitome, il simbolo assoluto di questa dicotomia della quotidianità tra futuro e passato che si ostina a farsi presente (“Israele contro ebrei”, aveva sintetizzato una volta Shimon Peres), è Bibi Netanyahu. In visita a Expo e a passeggio nel padiglione per magnificare lo sviluppo tecnologico del suo paese, e contemporaneamente a fare lobbying contro l’accordo sul nucleare iraniano a favore del quale è tutto il mondo, ad eccezione d’Israele, dei repubblicani americani e dei conservatori iraniani. Con Renzi, ieri sera a Firenze, Bibi ha descritto una volta di più il catastrofico futuro che attende Israele, l’Italia e l’Occidente ora che, secondo lui, l’Iran avrà mano libera per promuovere il terrorismo. Ma ha anche parlato di mutue e reali opportunità economiche fra Israele e Italia.

Bibi Netanyahu è stato un riformatore importante del sistema economico israeliano: anche se gli strumenti del suo fenomenale successo li fornirono le grandi riforme di Shimon Peres; e da politico è il capo della tribù degli ebrei. Uno dei suoi ministri di estrema destra, quello dell’Agricoltura che Bibi non ha portato con se all’Expo, vuole costruire un’accademia militar-religiosa affinché i giovani coloni preghino e combattano con più fervore. E’ difficile immaginare se per Netanyahu sia più importante che Israele aumenti il numero di imprese quotate al Nasdaq di New York o conquisti un’altra collina per un altro insediamento in Cisgiordania. Probabilmente entrambi, anche se molti le troveranno ambizioni incompatibili.

 

USA, ISRAELE E BOMBA IRANIANA

di Ugo Tramballi

“Concittadini americani, contattate i vostri rappresentanti al Congresso”, invitava in televisione la settimana scorsa Barack Obama. Com’è tradizione nella democrazia americana, quando il Campidoglio chiude per ferie, deputati e senatori tornano nel loro collegio a incontrare gli elettori. E a questi ultimi, il presidente chiede che esortino i loro rappresentanti a sostenere l’accordo sul nucleare iraniano. Il Congresso vota entro il 17 settembre.

“Tutti i paesi del mondo sono a favore, eccetto Israele”: è la controffensiva di Obama alla dura offensiva di Bibi Netanyahu. Per il primo ministro israeliano la fine di quel compromesso è diventata la cause célèbre della sua carriera politica. Ma ormai in gioco c’è molto di più del futuro di un premier. Prima della pausa estiva Ron Dermer, l’ambasciatore di Netanyahu (nel senso che a Washington rappresenta molto più lui degli interessi d’Israele) passava le sue giornate nei corridoi della Camera dei rappresentanti e del Senato, tentando di convincere i democratici a schierarsi contro l’accordo.

Qualche colpo importante gli è riuscito. Il senatore Chuck Schumer e il deputato Eliot Engel, entrambi di New York, hanno deciso di votare contro il loro partito e il loro presidente. Ma la missione di Netanyahu sembra quasi impossibile. A settembre il Congresso voterà l’accordo che sarà bocciato e al suo posto verrà proposta dalla maggioranza repubblicana una risoluzione per ripristinare le sanzioni economiche all’Iran. I repubblicani voteranno compatti. Il presidente porrà il veto, vanificato solo se un determinato numero di democratici si schiererà con i repubblicani: in Senato ne servono 13.

Nella battaglia Netanyahu ha arruolato l’intero partito repubblicano. Non è stato difficile, molti avevano espresso il loro dissenso prima di leggere l’accordo: in genere prima ancora che un accordo fosse raggiunto. A Washington, il compromesso concluso con l’Iran dai 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna più Germania e più Unione europea), non è una questione di politica estera ma uno strumento di lotta contro Barack Obama. E ormai è parte della campagna presidenziale del 2016.

Dopo i repubblicani, Netanyahu ha convinto l’Aipac, la più importante delle lobby politiche ebraiche, a schierarsi contro l’accordo. E’ partita una campagna di propaganda milionaria che sta mettendo in difficoltà l’intera comunità ebraica americana, istintivamente perplessa riguardo all’accordo, quando non contraria. Ora però è brutalmente spinta a confrontarsi fra due lealtà – per l’America e per Israele – che prima di questa battaglia non erano in contraddizione. O, come semplifica il giornale israeliano Ha’aretz, incitata “a combattere contro un accordo promosso dal presidente degli Stati Uniti per il quale la grande maggioranza degli ebrei aveva votato”.

Cosa accadrebbe se la campagna americana di Bibi Netanyahu raggiungesse il suo obiettivo? Difficilmente russi e cinesi ripristinerebbero le sanzioni economiche: Putin incomincerebbe subito a vendere armi all’Iran. Né rinuncerebbero all’accordo gli europei, constatando come Barack Obama, che tutti i paesi del mondo, eccetto Israele, i conservatori americani e iraniani, sono a favore. Una vittoria di Netanyahu non sarebbe solo una catastrofe per Barack Obama ma per la credibilità americana: molto peggio dei danni provocati dall’invasione dell’Iraq.

E’ riflettendo anche su questo che a favore dell’accordo si sono schierati 36 generali e ammiragli (“il mezzo più efficace attualmente disponibile per impedire che l’Iran ottenga la bomba”), 29 fra i più importanti scienziati (un accordo “tecnicamente fondato, stringente e innovativo”) e ora anche 26 ex leader delle comunità ebraiche americane (“Per quanto imperfetto, è la migliore opzione possibile”). Sono le stesse riflessioni che in Israele fa l’apparato di sicurezza: forze armate e intelligence, per i quali l’accordo con l’Iran “non è così male”. A Netanyahu hanno chiesto di riesaminare il suo rifiuto a nuovi aiuti militari offerti dagli Stati Uniti. L’opinione pubblica è umanamente contraria al compromesso iraniano: pensa a Hezbollah e Hamas finanziati da Teheran. I politici, anche i laburisti, assecondano. Mancano leader capaci di offrire sfide e visioni al paese come Moshe Dayan e Ezer Weizman per la pace con l’Egitto (l’artefice non fu Begin), Shimon Peres per gli accordi di Oslo, Ariel Sharon per la chiusura delle colonie di Gaza e in Cisgiordania.

Tenendo conto dell’orientamento popolare, Tzipi Livni non ha chiesto che Netanyahu spieghi alla commissione Esteri della Knesset perché ha montato una simile crociata, ma riferisca sulle conseguenze. Se Bibi vince, sarà umiliato il più importante alleato e fonte primaria della sicurezza dello stato ebraico, e a Israele resterà l’appoggio dei repubblicani che forse non vinceranno le elezioni presidenziali. Se Bibi perde, resta isolato e umiliato solo Israele. In ogni caso, non sembra un affare.

 

  • carl |

    Comincio con una battuta..Lieve..E cioè che sapendo come “Lo zen e l’arte del gestire il denaro” sia stata per secoli (anche per forza di cose) uno “sport” con numerosi officianti in seno alla diaspora ebraica (ma, almeno in parte anche prima, a Babilonia) sarebbe proprio un colmo che le cosiddette “start up” o, comunque, le attività imprenditoriali TelAviviane fossero caratterizzate da una penuria di credito e di finanziatori..:o)
    E passo all’on.Netanyahu (a proposito, chissà se si danno dell’onorevole anche tra membri della Knesset..:O)?) E dico subito che egli non mi è simpatico. Nulla di personale, come si suol dire. Ed aggiungo subito che nessun di quei politici nazionali ed internazionali che, a tour de role, vediamo comparire nei notiziari, ecc. gode di particolare simpatia da parte mia. D’altronde li reputo persone non certo indispensabili e facilmente sostituibili..Persone che per poco che abbiano il cosiddetto”physique du role”(oltre che una certa parlantina) vengono di volta in volta, di gabinetto in gabinetto, come estratte da un cilindro..Un cilindro apparentemente senza fondo, tante sembrano essercene in attesa di esserne estratte..:o)
    Ma qui mi fermo, chiosando che se non ci fosse Netanyahu, al suo posto ci sarebbe qualcun altro del genere. E, almeno fino a che tirerà una certa “aria”, egli avrà una certa carta bianca, anche se non certo totale. Ho sentito degli applausi rivoltigli a Firenze..Clap, clap, clap (o claque, claque, claque..:o) Chissà? Forse come i sindacati che, in occasione di questa o quella manifestazione a Roma, organizzano dei pullman, magari qualcuno ha fatto altrettanto in occasione della visita del nostro personaggio nell’ex città de’ Medici..Che ora è di Renzi il Magnifico..:o) Il quale tra i suoi consiglieri di corte (l’ho appreso in un blog d’oltralpe.) ha un tale Y.Gutgeld il quale (nomen omen) ha consigliato l’elargizione degli 80 euro per stimolare & incrementare la domanda “aggregata” nell’Italia nostra…
    Quanto allo status quo creato/venutosi a creare in M.O.non mi sembra, francamente, così minaccioso per lo Stato ebraico come va ripetendo Netanyahu. In Egitto non c’è più la fratellanza musulmana, la Siria è in preda ad una spiatata guerra interna, anche in Irak ci sono guarnigioni statunitensi, la Giordania ha quasi sempre avuto un atteggiamento pacifico..Lasciamo stare gli altri ed eventuali stati disegnati a tavolino…
    Concludo tuttavia menzionando il nodo rappresentato da Latakia. Uno sbocco nel Mediterraneo che la Russia intende conservare. A meno di un’alternativa in Grecia (o di un secondo sbocco). Certo che con la Russia in campo da una parte e la propensione al gioco d’azzardo di un certo mondo anglosassone, possono aumentare i rischi (anche grossi) per tutti. E non solo il già (relativamente) grosso problema di profughi e migranti
    Passo la parola ad altri frequentatori.

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