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Militarismo egiziano

al sisi
La realpolitik richiede un Egitto il più possibile stabile, moderato riguardo alla geopolitica regionale, nostro alleato nello scontro con il jihadismo. Il ritorno sula scena di questo grande paese come potenza mediorientale, non può che servire a riequilibrare la mappa della regione.

Il prezzo che tuttavia stiamo pagando per questa necessità primaria, è la regressione al Medio Oriente ante Primavere arabe. Per fortuna, diranno molti di voi: meglio gli autocrati di prima, che il caos seguito alla loro caduta. C’è un fondo di verità in questo. Ma quei dittatori, i loro regimi brutali e spesso corrotti, il potere dei militari e l’opacità degli apparati polizieschi sono esattamente la genesi del caos: non avendo creato in decenni di governo nessuna società civile, istituzioni, inclusione nel potere né un sistema economico di successo, il vuoto svelato alla loro caduta non è stato riempito da una democrazia impossibile ma dal disordine.

Sono appena tornato dall’Egitto dove ero andato per seguire l’apertura del nuovo canale di Suez. https://www.facebook.com/ugo.tramballi.1/posts/713585895412136:0 . Una volta di più mi è apparso chiaro quanto il paese sia sempre più un evidente esempio della mia premessa, poco sopra. Il governo dell’ex generale Abdel Fattah al-Sisi è qualcosa di più di un semplice ritorno al regime di Hosni Mubarak: è molto peggio in termini di illiberalità, repressione, pensiero unico. Nella stagnazione di Mubarak i Fratelli musulmani qualche spazio politico lo avevano, ora sono solo terroristi; i partiti laici, i liberi pensatori, i giornalisti potevano con moderazione dire la loro, ora sono fiancheggiatori dei terroristi.

La nuova legge emergenziale nasce da un pericolo reale che le cronache tragicamente ci raccontano. Ma in queste norme la definizione di terrorismo è di un’ampiezza brutale: qualsiasi dissenso è terrorismo punibile con anni di prigione.

Qualcuno lo chiama “Resurgent autoritarianism”, altri “realismo militarista”. La Brookings Institution di Washington ritiene che l’Egitto abbia raggiunto “livelli shoccanti di repressione” http://www.brookings.edu/blogs/markaz/posts/2015/08/07-sisi-gift-to-islamic-state-hamid.

L’Egypt Center for Economic and Social Rights http://ecesr.org/en/

scrive che fino al maggio dell’anno scorso 36.500 egiziani erano imprigionati per reati politici. Oggi non possono che essere di più. Dal mese di aprile scorso ci sono almeno 163 desaparecidos: per altri istituti di ricerca il dato sugli oppositori fatti scomparire è molto più drammatico.

Nel solo anno passato al governo, fino all’agosto 2014, i Fratelli musulmani hanno commesso errori devastanti. Ma allora i molti giornalisti che parlavano male del presidente Mohammed Morsi, venivano querelati. Oggi chi lo fa con al-Sisi finisce in prigione. Di fronte alla durissima repressione, la lezione che migliaia di Fratelli musulmani stanno imparando è che il gradualismo e la partecipazione politica che avevano sperimentato fino a due anni fa, non ha pagato. Solo la violenza paga.

Insieme alla crescita economica, la lotta al terrorismo è la priorità del governo al-Sisi. Ma le statistiche provano che una repressione totale e la chiusura di ogni possibile sfogo politico alle opposizioni, non funziona. Nei 23 mesi precedenti al colpo di stato militare dell’estate di due anni fa, c’erano stati 78 attacchi terroristici: una media di 3,4 al mese. Dal luglio 2013 al maggio 2015 gli attacchi sono stati 1.223: 53,2 al mese. La statistica è del Tahrir Institute for Middle East Policy http://timep.org .

Queste cifre gli egiziani non le possono trovare sui loro giornali perché l’articolo 33 della legge speciale vieta che sul terrorismo la stampa riporti dati che non siano forniti dal governo. Prima la violazione era punita col carcere, poi il governo l’ha mitigata imponendo un’ammenda dai 25mila ai 65mila dollari: difficilmente una cronista arriva a guadagnarne 500 al mese. Chi non paga, va in carcere.

Al potere del presidente al-Sisi e dei militari non esistono contrappesi: non c’è parlamento né osmosi con quelli che dovrebbero essere gli altri poteri dello stato e della società. In questi ultimi mesi ho avuto l’opportunità d’intervistare per il Sole lo sheikh Ahmed al-Tantawi, il Grand Imam di al-Azhar, la più grande autorità del clero egiziano e del mondo sunnita https://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/2015/06/04/al-tayeb-moderazione-islamica/#more-1541 e il primo ministro Ibrahim Mahlab https://www.facebook.com/ugo.tramballi.1/posts/708251072612285:0 . Le loro risposte ad alcune domande erano semplicemente imbarazzanti, erano inni al pensiero unico che oggi regola l’Egitto.

 

 

Allego un’analisi sulla vicenda dei nostri marò, pubblicata martedì sul Sole-24 Ore.

 

https://www.facebook.com/ugo.tramballi.1/posts/715206141916778:0

  • Reda Hammad |

    Mi duole contraddirLa, ma oggi appare del tutto chiaro che la cosiddetta “primavera araba”, altro non fu che una cospirazione che ha portato alla distruzione diversi paesi, diciamo, “arabi”. Lei legge l’arabo? Avrebbe dovuto documentarsi prima di affermare che non esiste una stampa libera in Egitto. Se desidera, Le posso inviare i links di giornali egiziani che sentiscono le sue affermazioni. Comunque continui pure a stordire il pubblico indicando nelle “dittature” la causa di tutti i mali del Vicino Oriente e non la potenza apocalittica chiamata USA. L’Egitto affronta una guerra contro un terrorismo barbaro, armato, finanziato e mosso da tale potenza e dai suoi lacchè, e che comprende i FM, che Lei con tanto entusiasmo difende.

  • Michele Brignone |

    Nel finale dell’articolo c’è un errore. L’attuale grande Imam di al-Azhar non è al-Tantawi ma al-Tayyeb, come infatti è riportato correttamente nell’intervista. Sul fatto che possa essere definito la più grande autorità del mondo sunnita ho forti dubbi, ma questo è un problema complesso

  • Marco Sbandi |

    Le dittature sono esattamente il tipo di regime voluto dal capitalismo e quindi dalle istituzioni della UE come degli USA e di FMI e Banca Mondiale. Le primavere arabe invece davano fastidio per la potenziale rivendicazione di democrazia e socialismo. La funzione dei governi del Medio Oriente per la realpolitik è quella di reprimere le popolazioni per far gestire alle imprese UE e USA i propri interessi nell’ area. Non esistono potenze regionali che non siano gradite all’ imperialismo.

  • carl |

    Capperi! A leggere l’unico commento finora lasciato parrebbe che un membro marginale di quel grande conglomerato che i media convenzionalmente definiscono “shadow banking” si sia spinto fin qui alla ricerca di potenziali interessati e sprovveduti di liquidità…:o)
    Quanto al Suo pezzo, mi lasci esprimere un certo dissenso nel sentirla definire”nostro alleato” l’Egitto in appalto ad al-Sisi..
    Infatti, quel “nostro” andrebbe eventualmente riferito a coloro che egemonizzano l’area occidentale (e cioè il capitolo anglosassone, ossia coloro che hanno silenziosamente deciso la progettazione e la messa a punto delle strutture dette “5 secret eyes” ossai usa/uk/can/aus/nz).
    Strutture progettate decenni orsono,e cioè molto prima che si materializzassero corposamente sia il terrorismo che la jihad internazionanali.. Ma, a dire il vero, anzichè 5 potrebbero essere 6 i “secret eyes” globalmente attivi.. se in effetti vi aggiungessimo un membro occidentale atipico..Ma lasciamo perdere.
    Quanto al giornalista indigeno ingaggiato dalla Brookings, non mi sembra che sbagli nel condiderare un errore l’equivalenza che, nell’attuale contesto egisiano, pare venga fatta tra i cosiddetti Fratelli Musulmani e il cosiddetto stato islamico..
    Dico pare, perchè è possibile che a chi è succeduto al “benedetto”satrapo che aveva in gestione l’Egitto prima dell’al-Sisi, i Fratelli musulmani sono probabilmente sembrati socio-politicamente più problematici che non i variegati gruppuscoli armati che fintanto che si limitano a prendere quà e là di mira i fanti egiziani poco danno arrecano.
    Infatti anche i poveri fanti egiziani altro non sono che carne da macello…Infine aggiungo (e non certo per Lei che lo sa già) ma per i visitors che lo ignorassero che in arabo “mubarak” significa “benedetto”..E lo stesso signiificato ha, in ebraico, il cognome Barak..Sebbene il Barak in questione appartenesse alla parrocchia di fronte..:O)..
    A riprova della vicinanza (peraltro non solo linguistica) tra ismaeliti ed ebrei i quali invece -e ormai da decenni e decenni- se le danno a più non posso.. E conformemente al proverbio (tutt’altro chen biblico) “Fratelli, o diciamo fratellastri, coltelli..”
    E più passa il tempo, più complessa, intricata e difficile diviene la realtà glocale.

  • sophia |

    Ciao
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