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Ayatollah Netanyahu

Bibi
  L’ultima, se nel frattempo non ce n’è stata un’altra, è l’accusa della Casa Bianca e del dipartimento di Stato: Israele ha sottratto e reso noto i segreti della trattativa sul nucleare iraniano. Non ha solo fatto questo all’alleato americano e agli altri cinque che stanno negoziando con Teheran: Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania, nessuno dei quali nemico dello Stato ebraico. Le notizie che ha diffuso sono false o costruite per non fare apparire la realtà ma quella che serve a Benjamin Netanyahu.

Con l’assenza di scrupoli che ha distinto la sua carriera politica fin dagli esordi, il primo ministro israeliano ripete di essere pronto a tutto, quando si tratta della sicurezza d’Israele. In realtà è solo campagna elettorale: si vota il 17 marzo e Bibi vuole vincere di nuovo. Anche ignorando gli interessi d’Israele e calpestando i valori democratici del suo Paese.

La mossa propagandistica più clamorosa – meglio dire scandalosa – è il turbo comizio elettorale che i miliziani del partito repubblicano degli Stati Uniti gli hanno organizzato al Congresso. E’ stato John Boenner, speaker della Camera dei rappresentanti, repubblicano ma soprattutto anti Obama qualsiasi cosa Obama faccia, a invitare Bibi a parlare contro la trattativa con l’Iran a Washington, alle camere riunite. Il suo complice è Ron Dermer, nato e cresciuto a Miami Beach, economista, repubblicano, ascoltato consigliere di Netanyahu, che come hobby fa l’ambasciatore d’Israele a Washington.

Molti conosceranno già la storia. Bibi si è fatto invitare a tenere il discorso di Washington a due settimane dal voto in Israele. E, come dettaglio di colore, Boenner, Dermer e Netanyahu si sono curati di non informare il presidente degli Stati Uniti.

Che io ricordi c’è un solo precedente nel quale il capo di un governo sia stato invitato in un altro Paese sovrano da una fazione di questo Paese, esattamente contro il suo governo. Fu quando Hezbollah ricevette in pompa magna il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, in sfregio a chi governava il Libano.

In effetti ci sono alcune similitudini. Il partito repubblicano di Boenner – non quello storico, pragmatico e internazionalista di Bush padre, Kissinger, Colin Powell, Jim Baker e Brent Scowcroft – è una milizia fondamentalista e militarista come Hezbollah. E Netanyahu è un altro ultra nazionalista che usa a suo vantaggio l’eredità religiosa del suo popolo, come Ahmadinejad. I repubblicani e alcuni democratici entusiasti di ricevere Bibi a Capitol Hill, dicono di volerlo fare perché amano Israele e la sua democrazia. In realtà sono innamorati dei soldi del miliardario del gioco d’azzardo a Las Vegas, Sheldon Adelson, grande amico e finanziatore di Netanyahu. In Israele è il proprietario del quotidiano Israel Hayom, così schierato che gli israeliani lo chiamano “Bibiton”, il giornale di Bibi.

Giusto in mezzo alla polemica del discorso in Campidoglio, due repubblicani, Dean Heller del Nevada e Ted Cruz del Texas, hanno riproposto di trasferire l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. E’ un tormentone che tutti i presidenti repubblicani e democratici sono costretti a bloccare per impedire che il Medio Oriente esploda più di quanto già non stia facendo. L’ambasciata a Gerusalemme è un cavallo di battaglia del biscazziere legale Adelson il quale, oltre a pagare –sempre legalmente – i congressmen che gli baciano le mani, è famoso per alcune dichiarazioni da mediatore culturale: “I palestinesi non sono un popolo” e “Non penso che la Bibbia dica qualcosa sulla democrazia”.

A questa grande tristezza per Israele, gli Stati Uniti e la loro alleanza, si aggiunge il caso del Premio Israele, contemporaneamente il Nobel e il Pulitzer del Paese, che ogni anno è attribuito a scrittori, artisti e scienziati. Fra i giudici, ha tuonato Bibi da Facebook, ci sono troppi estremisti antisionisti. Si dicono antisionisti tutti gli israeliani, gli ebrei e i goyim che del sionismo non hanno l’idea esclusiva, brutale e conquistatrice di Netanyahu. In risposta a queste “maliziose interferenze”, diversi giudici e candidati del premio si sono ritirati. Fra questi David Grossman.

Poi ancora le accuse a Tzipi Livni di voler creare uno Stato terrorista palestinese, i piani per allargare gli insediamenti, l’affermarsi di un’idea di sicurezza che consoliderà l’insicurezza d’Israele. Ma la peggiore delle notizie è che l’Ayatollah Netanyahu continua a essere in testa ai sondaggi e probabilmente vincerà le elezioni.

  • George |

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  • Riccardo Sbarra |

    P.S.
    Caro Fabio,
    nella lettera con cui le ho risposto mi sono dimenticato di dirle che l’annessione da parte della Giordania della Cisgiordania nel 1950 non fu mai riconosciuta de jure (di diritto) da tutti gli stati membri dell’ONU; solo il Pakistan e la Gran Bretagna ne riconobbero di diritto l’annessione.
    Da parte degli altri paesi, invece, vi fu solo un riconoscimento de facto (e cioè si prese atto che il territorio che i palestinesi rivendicano attualmente come stato era stato annesso dal regno hasemita) un riconoscimento, questo, privo di qualsiasi valore dal punto di vista del diritto internazionale.

  • Riccardo Sbarra |

    Caro Fabio
    gli errori commessi dai palestinesi nel 1947 – 1948 non nullificano i loro diritti e comunque l’annessione da parte dell’Egitto della striscia di Gaza e del West Bank da parte della Giordania non furono mai riconosciuti dalla comunità internazionale (solo il Pakistan e la Gran Bretagna ne riconobbero l’annessione).
    E per quanto riguarda il fallimento di Camp David del 2000 la colpa non fu solo di Yasser Arafat ma anche della destra israeliana di Bibì Bibò Netanyahu; infatti mentre Barak trattava a Camp David con Yasser Arafat la creazione di un stato palestinese la destra israeliana fece pressione su tre partiti che componevano la maggioranza di governo di Barak (il partito Israel be Alyah di Sahransky, il partito ortodosso Sahas e quello nazional-religioso) per uscire dal governo Barak privando il governo laburista della sua maggioranza.
    Un gesto questo irresponsabile e che non ha certamente giovato alla pace.

  • Fabio |

    certe verità indeludibili rimandano anche, per verità di storia, al rifiuto palestinese di costituirsi come stato reiterato almeno quattro volte nel corso dell’ultimo trequarti di secolo: quando fu rifiutato il piano di spartizione britannico alla metà degli anni ’30; quando fu rifiutato il piano di spartizione dell’ONU del ’47; nel ventennio ’48-’67 quando gli israeliani non occupavano né Gaza né la West Bank; dopo la guerra dei sei giorni (“pace in cambio di terra” fu la proposta israeliana, rifiutata). Se poi volessimo analizzare senza prevenzioni il piano proposto da Ehud Barak nel 2000 ci troveremmo tutto ciò che – oggi – viene chiesto a gran voce dai palestinesi, ma che allora fu rifiutato. E sarebbe la quinta volta. Se poi volessimo interpretare il ritiro da Gaza del 2005 come un’ulteriore possibilità – favorita dalla comunità internazionale – di iniziare a costruire uno stato partendo da un territorio libero e autonomo (anziché costruire un’entità belligerante) saremmo almeno a sei possibilità bruciate. Poi, certo, è arrivato anche Netanyahu.Ma nel frattempo quanta “impossibilità” alla pacificazione è stata imposta dalle scellerate (perché suicidali) iniziative palestinesi?

  • diocer |

    Chissà perché quando sento parlare di forze di pace , siano esse Onu o Nato, mi vengono in mente Srebrenica e l’Uganda.

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