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Petrolio e geopolitica

oil
Potente come un’arma di distruzione di massa, il prezzo del petrolio minaccia di cambiare il mondo imperfetto nel quale viviamo, aggiungendo caos al caos. Barak Obama e Xi Jinping potranno anche fare accordi “storici” per ridurre entro qualche decennio le emissioni di gas nell’atmosfera. Intanto sono gli idrocarburi che bruciamo in gran quantità, è il petrolio dal quale facciamo dipendere le nostre economie. E’ studiando la sua produzione, le sue riserve provate e quelle potenziali, che facciamo previsioni sul nostro futuro.

Il barile che a giugno era a 115 dollari, ora è sotto la soglia dei 70 e viaggia inesorabilmente verso i 60. L’Agenzia internazionale per l’energia è convinta che continuerà a scendere per tutta la prima metà dell’anno prossimo. Sotto i 90 dollari, dicono gli esperti, la Russia di Putin che compra all’estero il 50% dei beni che consuma, va in rosso.

Che dire dell’Arabia Saudita che spende centinaia di miliardi di dollari in sussidi, aumenti di stipendi pubblici e piani sociali per tenere lontane le primavere locali? Citygroup sostiene che con il greggio a 80 dollari, l’Opec perde 150 miliardi l’anno.

E cosa accadrà in Iran che a causa delle sanzioni già vive sotto la linea di galleggiamento; o in Libia dove l’ambizione di controllare le fonti petrolifere alimenta la guerra civile?

Crisi economica in Europa, rallentamento della crescita cinese e soprattutto piena autosufficienza americana grazie allo shale oil che presto farà degli Stati Uniti un Paese esportatore di peso. Sono le cause note della prima vera crisi petrolifera del XXI secolo. E’ probabilmente per questo che l’altro giorno a Vienna, l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo hanno deciso di non ridurre la produzione giornaliera di 30 milioni di barili al giorno dell’Opec: per contenere il grande ritorno americano sulla scena produttiva degli idrocarburi.

Lasciare precipitare per un po’ il prezzo del barile è una perdita che i sauditi calcolano di sopportare. Il loro costo di estrazione è di 4/5 dollari il barile, un po’ di più se off-shore. Il fracking americano, pompare quantità enormi di acqua nel sottosuolo per frantumare le pietre che contengono petrolio e gas, comporta un costo di produzione di 50/60 dollari il barile. Il costo degli eventuali danni ecologici prodotti da questo sistema di estrazione, ancora sono sconosciuti.

Saranno dunque gli americani, prima degli arabi del Golfo, a non poter sopportare la continua discesa del prezzo del petrolio: saranno i loro margini di guadagno a essere annullati per primi. I sauditi, convinti che il mondo non cambi, fingono d’ignorare la continua evoluzione delle tecnologie estrattive americane, che abbatteranno ancora i costi dello shale e faranno crescere i margini di profitto.

Bene, queste sono le considerazioni degli esperti del settore petrolifero. Corrette o no che siano, la politica ha l’obbligo di studiare, favorire o contenere gli effetti geostrategici di questa rivoluzione energetica solo iniziata. Tutto lascia credere che le cose stiano andando bene per il vecchio Occidente, e male per tutti gli altri che ormai erano alle porte del nostro benessere, intenzionati a prendersene la fetta migliore.

La bolletta energetica che costerà un po’ meno, sarà di aiuto per uscire dalla crisi economica europea. Gli Stati Uniti tornano ad essere protagonisti nel mercato petrolifero: non dovranno più mandare marines in giro per il Medio Oriente né mantenere gigantesche basi militari a protezione delle fonti energetiche della regione. Anche Putin nella sua sfida ucraina dovrà calcolare che sanzioni economiche occidentali più crisi del prezzo del petrolio sono un costo insostenibile.

Gott mit uns, Dio è un’altra volta con noi, dunque. Immaginiamo il barile di petrolio a 60 dollari o ancora più giù, a un livello che costringerebbe anche gli ottimisti sauditi a tagliare la loro produzione per contenerne la caduta. I russi, illusi da un’economia pompata dalla bonanza petrolifera, e precipitati di nuovo nella penuria sovietica,  scenderebbero in strada. Il potere di Putin s’incrinerebbe e forse crollerebbe. Siamo sicuri che i democratici russi siano pronti a riempire il vuoto che si creerebbe? Quale potere nazional-fascio-comunista peggiore di quello putiniano, assumerebbe invece il comando della prima potenza nucleare del mondo (8.000 testate)? E cosa ci spinge a credere che la Primavera araba fallita al Cairo, a Damasco, Tripoli e Sana’a, trionferà a Riyadh: nel Paese più oscurantista e religiosamente radicale dell’intero Islam?

Fra sei mesi o sei anni, il prezzo del barile avrà un impatto oggi ancora inespresso sui conflitti in corso e sulla geopolitica globale. Così necessario alla crescita economica, il petrolio ha un grande difetto: è un pericolo quando c’è e quando cessa di sgorgare copioso; è una droga per chi lo ha e per chi non lo possiede ma lo brama. Comunque lo si veda, il petrolio è pericolo.

  • carl |

    Sono reduce da un blog “petrolifero” francese ove ho letto di tutto, di più..Sembrava di essere alla RAI..:o)
    Iniziativa Saudita contro gli USA per rendere deficitari gli investimenti in petroli non convenzionali, difficili & pericolosi..Iniziativa promossa (e servilmente eseguita dall’Arabia S.) dall’entità egemone mirante a ridurre le entrate della Russia e, due piccioni con una fava, anche quelle del Venezuela..
    Altre ed eventuali..
    Tuttavia ho anche letto un paio di concetti da pensarci su..
    a) che essendo il petrolio economicamente, strategicamente e socialmente indispensabile la sua ricerca e sfruttamento continuerà di certo ed in aree e modalità sempre più difficili, pericolose e costose (da più punti di vista..)
    b) che gli USA (cioè coloro che prendono le decisioni importanti..)non hanno paesi amici, ma solo interessi propri..
    Comunque sia, è presto per capire se questa, che certuni definiscono crisi e persino choc petrolifero (anche se contrariamente alle altre è caratterizzata da un prezzo calato/calante..)abbia un qualche fondamento, un qualche obiettivo, una qualche logica, un qualche autore, se sia o meno “geopolitically correct”, ecc.
    Non rimane che sedersi e aspettare. Salvo per coloro che ci campano a spese del parco buoi e di altri sprovveduti, serve a poco, ascoltare i trapezoidali/altalenanti volteggi del circo borsistico che vive sincopatamente di rumors, fughe di info, voci di corridoio, ecc. lasciate spesso artatamente trapelare tramite il parallelo circo mediatico..
    Infine mi sembra difficile da credere che l’Arabia S. con una ventina di mioni di sudditi indigeni e un PIL di 500 milioni di euro ca, spenda centinaia di miliardi di sussidi,ecc.Li spende in armi sopratutto angloamericane sebbene stia diversificando..Infatti, non solo ion economia e finanza, ma anche in materia di armamenti i monopoli non hanno solo pro..ma anzi sono o diciamo sarebbero (se e quando possibile..:O) da evitare..
    p.s. noto, en passant, 343 visite

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