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I cari nemici dell’Isis

kobane
Con una fugace notizia dopo la lunga serie di servizi sulle inondazioni, l’economia nazionale e il cicaleccio politico domestico, ieri sera il TG1 ci ha informati che la bandiera dell’Isis non sventola più sulla collina più alta di Kòbane. Per giorni e giorni il titolo di tutti i telegiornali era stato “Kòbane assediata”; anzi no, “sta per cadere”; meglio, “praticamente caduta”, “ormai arresa”. Stalingrado, Famagosta, Cartagine. E dopo Kòbane, doveva iniziare l’assedio all’Europa. Forse le buone notizie non sono sexy come le catastrofiste.

La città non è stata liberata. Ma nonostante i turchi (che Dio li perdoni) e il califfato (che Dio lo maledica), è ancora lì che resiste. I curdi, fino ad ora gli unici in tutto il Medio Oriente a combattere davvero sul campo, stanno dimostrando concretamente il loro diritto di essere una nazione. Oltre a questo, i peshmerga che sono risoluti ma non così armati, stanno offrendoci un dubbio.

L’Isis è davvero forte sul piano militare o la sua forza è solo data dalla debolezza e dalle divisioni degli altri? Probabilmente sarà difficile sradicare il califfato da alcune aree dell’Iraq e della Siria. Ma non occorreranno decenni per fermare la sua espansione e impedirgli di essere una minaccia regionale e globale. Questo obiettivo potrebbe essere raggiungibile in alcuni mesi, se guardiamo oltre le semplificazioni dei titoli giornalistici.

Il vero pericolo, forse, non è la forza del predicatore al Baghdadi ma il resto del mondo arabo, i turchi e gli iraniani. Quelli insomma che dovrebbero avere tutto l’interesse a sconfiggere il califfo. Per noi occidentali, almeno, è così ma le priorità degli altri sono diverse. Secondo la nostra percezione, l’Isis è il nemico numero uno, il più immediato, nella scala dei destabilizzatori globali. Per gli altri no: gli altri continuano ad essere certi che l’Isis sia un problema secondario, creato artatamente da qualcuno esterno alla regione. E dunque ignorano l’oggi, già attrezzandosi a cosa succederà domani. Come dire: vendono la pelle di un orso ancora vivo e vegeto.

In ogni Paese arabo è molto diffusa la convinzione che l’Isis sia stato creato dagli Stati Uniti. Le spiegazioni offerte sono varie: per far dimenticare l’occupazione israeliana della Palestina, per tenere sotto schiaffo gli arabi, per il classico divide et impera, perché adesso gli americani stanno diventando alleati degli iraniani e degli sciiti. Anche amici arabi, esperti di cose internazionali, intellettuali con i quali mi capita spesso di parlare, la pensano così. E’ una tradizione locale: gli arabi amano trovare sempre un responsabile al quale attribuire colpe che sono anche loro. Il paradosso egiziano è una buona spiegazione di quello che dico: il governo militar-restauratore di al Sisi continua ad accusare gli Stati Uniti di sostenere i Fratelli musulmani. Ma non ricorda mai l’aiuto militare e politico che continua a ricevere dagli americani, e che non si sogna di respingere.

Così, mentre per noi l’Isis è la versione contemporanea del Feroce Saladino (Salah ed’Din fu in realtà un condottiero grande e umano) per gli altri non è così. Per i turchi viene prima impedire uno Stato curdo e la sopravvivenza del regime di Bashar Assad. Per qualsiasi fazione irachena la priorità è il potere della propria fazione. Per l’Arabia Saudita è impedire che l’Iran torni in qualche modo ad essere un amico degli Stati Uniti, e combattere ovunque esista il movimento dei Fratelli musulmani. Stessa priorità condivisa da Emirati ed egiziani. Per sostenere o per impedire che la Fratellanza abbia un ruolo primario, Qatar e turchi da una parte, ed Emirati con egiziani dall’altra, stanno impedendo alla Libia di uscire dal caos. Se il Paese è in questo stato, la responsabilità non è dei bombardamenti occidentali di due anni fa ma della devastante interferenza di Qatar, Turchia, Emirati ed Egitto.

Queste divisioni si sono ripetute perfino alla conferenza del Cairo per la ricostruzione di Gaza. Poiché la striscia continua ad essere controllata da Hamas, versione palestinese della Fratellanza, l’aiuto internazionale non è stato determinato dalle disperate condizioni della popolazione locale ma dall’interesse politico: munifici Qatar e turchi, avara l’Arabia Saudita. Dopo avere avuto aiuti militari e finanziamenti da questi Paesi che ora dovrebbero combatterlo, e continuando a godere di questa frantumazione d’interessi, l’Isis sentitamente ringrazia.

  • carl |

    Discettare sulla genesi dell’ultimo (come data) movimento che afferma di voler ripromuovere ed re-instaurare il cosiddetto “Califfato”, cancellando gli stati disegnati a tavolino dalle “potenze europee”, mi sembra del tutto inutile.
    Robba da talk show ove i partecipanti si mettono in mostra, fanno spettacolo e non cavano nessun ragno dal buco..:o) Per giunta pare che gli sprovveduti che ci sintonizzano sui tal show siano in calo..
    Cosa non escogiteranno per rilanciare l’audience..? Mah..?
    Va da sè che l’Isis è una sorta di Hamas “a piede libero” (meno ristretto), ma la cui forza è men che relativa non disponendo di sofisticati aerei, batterie missilistiche antiaeree e anti-elicotteri come i famosi Stinger, (prob.ormai datati(?)che ebbe a disposizione anche il Bin Laden al servizio dei servizi usa in Afghanistan)nonchè tutto l’altro armamentario e mezzi “sigint”, ecc di cui dispone la nuova “santa” impresa che gli ha sguinzagliato contro l’entità egemone.
    L’Isis, o come lo si voglia denominare, può rappresentare un pericolo solo se e quando porterà l’attacco sul suolo occidentale.
    Precisando che se lo portasse in Europa farebbe comodo agli USA, mentre se colpisse in UK/USA vi farebbe danni collaterali anche sul piano economico-finanziario, leggeri, seri, gravi, ecc a seconda della portata/magnitudine..
    Nessun danno invece se e/o quando finisse per essere riconosciuto (e magari “addomesticato”..:o) come anche di fatto è l’UE..No? Potrebbe perfino finire per far parte dell’ONU..
    E se sbaglio “mi corriggerete”..:O)

  • Giorgio Forti |

    Condivido la ammirazione per i Curdi, che sembrane avere il coraggio che manca a molti altri infinitamente più potenti ed armati di loro.E’ vero che si battono per la propria sopravvivenza, e lo fanno con coraggio e solidalmente.
    Non condivido invece la condanna dell’Iran: mi sembra che gli iraniani siano, tra tutti i popoli islamici, quelli meno fondamentalisti ( il popolo, beninteso, non la Guida Suprema ed i suoi collaboratori!).Guardando alla loro cultura ( letteratura, cinema,volontà di apprendere le scienze, attività politiche nascoste), mi appaiono come un popolo con cui sarebbe giusto collaborare, anche per rimediare ai danni fatti dalla politica occidentale in Iran, dal rovesciamento di Mossadegh in poi. Gli occidentali, per la loro insipienza spesso criminale ( dal 1922 in poi!), hanno una preminente responsabilità dell’attuale disastro, del quale naturalmente Israele gioisce, ed aspetta che il fiume gli porti i cadaveri di quelli che considera i suoi nemici

  • Vincenzo |

    Come sempre analisi molto precisa.

    Io penso che dell’IS dovrebbero essere preoccupati un pò tutti.
    Gli occidentali, perché il Califfato, attuando un’organizzazione statuale senza confini, mina alle basi l’organizzazione statuale creata dalle Potenze occidentali in Medio Oriente; perché non si può escludere che possa colpire “fuori area”, inlcuse Europa e Stati Uniti; per via del fenomeno dei comb.
    Gli arabi, tutti, nessuno escluso. In quel mondo, l’IS (prodotto endogeno per me), si inserisce nel conflitto sunnito-sciita, ma anche in quello intersunnita. Forse i più preoccupati in assoluto dovrebbero essere proprio i sauditi, custodi dei luoghi sacri reclamati dal Califfo.
    E un’evoluzione dei rapporti Iran-Arabia Saudita aiuterebbe forse almeno quanto i raid aerei.
    Quanto alla Turchia, prima o poi si renderà conto che l’IS non é marginale rispetto allo spettro del Kurdistan o al regime di Assad.
    Ad ogni modo credo anche io che la forza militare dell’IS, soprattutto in Siria, sia sovrastimata, specie dinanzi alla decisa reazione occidentale suscitata dall’orrore per le decapitazioni.

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