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Medio Evo, startup e la guerra inevitabile

gaza
Yossi Vardi mi ha mandato un invito personale per il DLD Tel Aviv Digital Information Festival che si svolgerà dal 14 al 20 settembre. Sull’invito c’è un bel disegno della spiaggia di Tel Aviv con i grattacieli e i surfers che cavalcano le onde. Vardi è forse il padre dell’hi-tech israeliano: nella sua vita ha fondato 60 imprese. Ora si diverte a fare l’ ”angel”, il finanziatore delle startup create dai giovani israeliani.

A proposito di startup. In questo ultimo mese, a partire più o meno da quando i tre giovani israeliani sono stati rapiti in Cisgiordania; proseguendo col linciaggio del giovane palestinese a Gerusalemme, la pioggia di razzi di Hamas su Israele e di bombe israeliane su Gaza, la mobilitazione tribale dei due popoli e l’imminente invasione terrestre della striscia con altri morti, feriti e ineluttabilità dei destini guerrieri. In questo ultimo mese, dicevo, le startup israeliane hanno raccolto investimenti esteri per circa un miliardo di dollari.

La Vilocity di Cesarea è stata acquisita per 400 milioni da un produttore americano di semiconduttori, il gruppo Kushner di New York ne ha spesi 500 per un’altra azienda israeliana e Benny Landa, un altro Vardi più in piccolo, ha ottenuto dai tedeschi un finanziamento da130 milioni per una sua impresa digitale.

Fra un intercettamento e l’altro di missili da Gaza, la mobilitazione di riservisti e una diplomazia attonita, Tel Aviv e la piana fino a Haifa, continua a restare il secondo luogo al mondo come “ecosistema” ideale per le startup. Cioè è un pozzo d’intelligenza, una miniera d’idee, il deserto della burocrazia e il paradiso del dinamismo e dell’innovazione. La gran parte dei giovani ideatori delle nuove imprese che mi è capitato d’intervistare in questi anni non ha solo fatto il militare: è ufficiale della riserva dei parà, dei commandos, dei reparti speciali. In abiti diversi, coltivano lo stessi idealismo dei kibbutznikim che avevano la loro età 40 anni fa. Qualcuno di loro sarà ora in divisa, armato fino ai denti e con la faccia colorata di nero, in attesa dell’ordine di attacco a Gaza.

Come è possibile che un popolo così sia chiuso nel tribalismo del quale parlavo in un post precedente (“Israeliani e palestinesi o la Grande Faida”)? O che questo popolo sia prigioniero nella sua “gabbia disperata”, come ha poi scritto con ben più autorevolezza, profondità e passione Amos Oz, in un articolo su Ha’aretz, poi tradotto da “Repubblica”? Perché si fa dettare da Hamas i comportamenti e le scelte che determineranno il suo futuro? Il diritto all’autodifesa non è sufficiente. Per quanto sia vero, non basta dire che è Hamas a farsi scudo di donne e bambini, se poi bombardi comunque, sapendo che ucciderai donne e bambini.

 

Allego un ricordo di Eduard Shevardnadze, uscito qualche giorno fa sulle pagine del Sole-24 Ore. Invecchiando sono diventato un esperto in “coccodrilli”.

 

Fu Gennady Gerasimov, portavoce del ministero degli Esteri, ad annunciare nel 1987 l’esistenza di una “Dottrina Sinatra”, chiamata così per un motivo famoso del cantante americano: ”My Way”. Sembrò una battuta. Era invece l’enunciazione di un pilastro ideologico della Perestroika e – allora non si capì – l’inizio della fine dell’impero: a quel punto anche la fine dell’Urss sarebbe stata questione di tempo.

Per la prima volta con quella dottrina si riconosceva che i Paesi satelliti europei avevano il diritto di scegliere la loro strada: una volta venivano usati i carri armati, da quel momento ciascuno avrebbe fatto liberamente a modo suo. Fu Eduard Ambrosevich Shevardnadze, morto ieri in Georgia all’età di 86 anni,  l’uomo che impose la rivoluzione diplomatica a un politburo sempre più spaventato dai cambiamenti. La Polonia aveva incominciato qualche anno prima. Ma tutti i Paesi dell’Est avevano già incominciato a dare segni d’impazienza.

La Perestroika, nata come ristrutturazione economica e poi applicata anche nella totale revisione della politica estera sovietica, è storicamente attribuita a Mikhail Gorbaciov. Forse il vero padre, o quanto meno il motore, è stato Eduard Ambrosevich Shevardnadze. Prima di Gorbaciov a Mosca, fu lui ad avviare in Georgia, della quale era diventato segretario del partito, le prime riforme economiche e una durissima campagna contro la corruzione dei quadri. E’ per questo che fu chiamato a Mosca. Quando Gorvaciov gli affidò il monumentale ministero degli Esteri sulla Smolenskaya, molti pensarono che avesse scelto l’uomo sbagliato. Senza conoscere molto del mondo fuori dalla Georgia, Eduard Ambrosevich andava a sostituire di Andrey Gromyko, “Mister Niet”, l’uomo che per 28 anni era stato il custode dell’impero e il sacerdote della Guerra Fredda. Esattamente come Gromyko, Shevardnadze fu il perfetto interprete della sua più breve ma intensa epoca: evidentemente opposta a quella del predecessore. Con lui il mondo si aprì alla speranza, fu l’artefice di quello che qualche analista troppo entusiasta avrebbe chiamato “la fine della Storia”. Dopo averla sfiorata al vertice di Reykjavik, quando fu proposto il pieno disarmo nucleare, si arrivò al ritiro unilaterale di 500mila mezzi corazzati dall’Europa e alla riduzione dei silos atomici. Quando i conservatori incominciarono a reagire, Gorbaciov attenuò la Perestroika. Convinto che, al contrario, le riforme andassero accelerate, Shevardnadze diede le dimissioni e tornò in Georgia. Aveva compreso ciò che a Gorbaciov era sempre sfuggito: il socialismo sovietico era irriformabile.

(Ugo Tramballi)

  Ho la sensazione che l’attacco terrestre e l’escalation siano inevitabili, se il massimo di diplomazia offerta dagli Stati Uniti è quella riassunta dall’ambasciatore americano a Tel Aviv: “Siamo contrari a un’operazione terrestre. Ma se gli israeliani la faranno, noi la sosterremo”.

E’ incomprensibile che la tattica e la strategia di un popolo così geniale e moderno, sia di rimandare 10, 30 o 40mila soldati dentro Gaza, sapendo in anticipo che quando usciranno Hamas ricomincerà a lanciare razzi. E’ già accaduto tutte le volte precedenti. Quando pensa che gli sia politicamente utile, il movimento islamico spara i suoi razzi, sapendo che Israele cadrà nella sua trappola.

E anche se questa volta Israele dovesse “sradicare” il movimento islamico dalla striscia, a mettere radici sarà qualcosa di peggio: un’anarchia maggiore, il salafismo, il qaedismo, una forma mediterranea dell’Isis siro-iracheno.

Non si può restare Atene e Sparta senza destabilizzare prima o poi l’una o l’altra, essere contemporaneamente globali e zeloti. Apparentemente Naftali Bennett, il ministro dell’Economia, è entrambe le cose: viene da una storia di successo nell’hi-tech e allo stesso tempo è il campione dei coloni. Ma se lui fosse costretto a scegliere – e prima o poi la scelta dovrà essere fatta – opterebbe per il lato biblico-nazionalista della sua personalità: Dio e il Grande Israele. E tutti gli altri israeliani?

 

 

 

 

  • carl |

    Dott.Tramablli, nel Suo pezzo ci sono almeno due/tre punti che mi hanno lasciato un tantino perplesso.
    a)Il “paradiso” tecnologico TelAviv/Haifa secondo al mondo dopo Silicon Valley e Bangalore..? Credo che ce ne siano parecchi altri, sebbene più discreti e meno decantati.
    b)Poi quel paragone dei (credevo si dicesse kibbutzim e invece è kibbutznikim..:o) con i giovani o gran parte dei giovani ingegnosi,grintosi,rampanti, ecc.non mi convince. Per quanto mi è dato di sapere nei kibbutz il pensiero, non dominante ma corrente, si rifece per parecchio tempo agli “ideali”(come dire?)socialisti, mentre ora in pratica anche laggiù vige il pensiero unico/ dominante (e pure militaro industriale) proveniente, non solo ma in particolar modo e aggressività, da oltreoceano. D’altronde l’evoluzione in corso a prima vista sembrerebbe dare ragione a coloro che ritengono che il guerreggiare stimoli ed acceleri l’ingegnosità.. Specie quella mirante ad avere e conservare la meglio sull’antagonista, ad indurlo (col bastone)a miti consigli,a sottometterlo, ecc.
    c)Il terzo punto è che personalmente non credo che chi conta e decide nello Stato ebraico si faccia “dettare” alcunché da hamas e/o altri. Non ultimo per l’enorme divario di forza in campo tra coloro che dovrebbero dividersi/condividire lo striminzito territorio che periodicamente/intermittentemente si tramuta invece in un’ “arena gladiatoria” che assorbe attira un’abnorme attenzione mediatica.
    D’altra parte possiamo forse escludere del tutto che questi periodici conflitti rappresentino non solo ma anche, en passant, un controllo (sul campo) dell’armamentario anzi della modesta panoplia di cui dispongono hamas ecc.?
    Certo la portata dei razzi è pian piano aumentata ma non sono teleguidati e sono enormemente distanti dalla potenza,precisione e quant’altro della panoplia di cui dispone l’esercito ebraico e i suoi fornitori/sostenitori/dinanziatori.
    Non sono stato imparziale..? Mi creda, ho fatto del mio meglio per esserlo.

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