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America! Chi era costei?

pence
Più delle tante altre sorprese geopolitiche dell’ultimo anno, un episodio dimostra con assoluta chiarezza la crisi d’identità della potenza americana. E’ accaduto durante la breve escalation al confine fra Israele e Siria: il luogo potenzialmente più pericoloso del mondo insieme all’Ucraina e alla frontiera tra le due Coree. Quando gli israeliani hanno abbattuto un drone siriano e i siriani un caccia bombardiere israeliano, Bibi Netanyahu ha telefonato immediatamente a Vladimir Putin.

Per la prima volta dai tempi di Golda Meir e Lyndon Johnson, forse ancor più lontano nel tempo, un leader israeliano alle soglie di un conflitto non telefona a un presidente americano. Le relazioni dirette fra Mosca, Damasco e Teheran non bastano a spiegare l’evento. Bibi che pure aveva incassato il futuro ritorno dell’ambasciata americana a Gerusalemme, ha ritenuto inutile cercare subito Donald Trump: forse sapendo che questo presidente degli Stati Uniti non si sarebbe mobilitato. Il vecchio Henry Kisinger sosteneva che “un equilibrio non può mai essere permanente ma deve essere costantemente aggiustato in un impegno permanente”.

La crisi è stata cauterizzata con il fondamentale aiuto di Putin che ha guadagnato mille punti. Questo non vuol dire che gli Stati Uniti non contino più nulla e che d’ora in poi sarà la Russia la grande potenza esterna alla regione che regolerà gli eventi mediorientali. Credo che lì ormai contino più le potenze locali – Iran, Arabia Saudita e Turchia sopra tutti – dei vecchi attori globali. Più prima che poi anche Putin, come già gli americani, si perderà nel dedalo dove gli interessi iraniani contrasteranno con quelli di Mosca ed Hezbollah pretenderà di fare cose che ai russi non piacciono. Erdogan ha già incominciato a farlo.

Ma adesso la Russia è nei titoli di testa e gli Stati Uniti assomigliano a un Carneade. “America! Chi era costei?” direbbe “ruminando tra sé” Don Abbondio.

In un’altra frase famosa, il ministro degli Esteri israeliano Abba Eban sosteneva che i palestinesi “non perdono l’occasione di perdere occasioni” per fare la pace. Lo si può ripetere per Mike Pence, il vicepresidente americano, andato la settimana scorsa ad assistere alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di PyeongChang. Che Putin possa oscurare Donald Trump, è ormai quasi una consuetudine. Ma che sia Kim Yo-jong, sorella del dittatore Nord coreano Kim Jong-un a surclassare l’amministrazione americana, è umiliante.

Laggiù si rischia un conflitto nucleare; il nuovo presidente Sud coreano Moon Jae-in sta facendo l’impossibile per una soluzione negoziata e un miglioramento dei rapporti con il Nord; per la prima volta dalla fine della guerra nel 1953, un membro della dinastia Kim supera pacificamente il 38° parallelo. E Mike Pence, ultra-religioso e “principled conservative”, come ama definirsi, ignora la giovane Kim, in tribuna dietro di lui, e rimane seduto quando nello stadio entra la delegazione congiunta degli atleti delle due Coree.

La mossa di mandare a PyeongChang una specie di raro volto umano del regime del Nord, è una furbizia diplomatica che non sposta di un millimetro le ambizioni e la pericolosità del militarismo di Pyongyang. Tuttavia quale balzo di speranza avrebbe provocato un sorriso e una stretta di mano del vicepresidente americano? “A new low in a bullying type of American diplomacy”, ha scritto il New York Times. E’ evidente il contrasto con la stretta di mano fra Barack Obama e Raùl Castro a Johannesburg nel 2013, al funerale di Nelson Mandela.

Diventa un “new normal”, come si dice in dilomazia, che Recep Tayyip Erdogan dall’ego ormai sconfinato, minacci di dare uno “schiaffo ottomano” al segretario di Stato Rex Tillerson in visita in Turchia. Thomas Wright, direttore del Progetto sull’ordine e la strategia internazionali di Brookings Institution, scrive che “storicamente un ordine è creato dagli stati potenti: non emerge mai per accidente. E muore quando quegli stati declinano” (“All Measures Short of War – The Contest for the 21st Century & the Future of American Power”, Yale University Press, 2017). Il passaggio da un ordine internazionale a un altro porta sempre terremoti di magnitudo incalcolabile.

 

http://www.ispionline.it/it/slownews-ispi/

  • carl |

    Se mi è consentito lascerei un’altro approccio e traccia, notando in primis che la Turchia svolge un ruolo non piccolo sia per l’U.E. (trattenendo i migranti che si spostano per più cause dal piccolo e grande M.O e perfino dall’Asia centrale) sia per gli States (base di Incirlik).Tillerson riceverà un sberla ottomana? Non lo so, ma forse sarebbe anche disposto ad incassarla come protagonista di una scenetta di geopolitica spettacolo.. Infatti non c’è soltanto la politica spettacolo…:o)
    Del resto Tillerson probabilmente ha già svolto la sua parte come “voce dei petrolieri occidentali” nella spartizione dei giacimenti artici con la Russia. Si dice che l’artico racchiuda 1/4 delle riserve ancora esisten ti.. Il chè può consentire di continuare a vivere alla grande (way of life non negoziabile…) anzichè preoccuparsi di evitare tanti e grossi problemi in divenire che aspettano al varco chi è ancora giovane…
    Una curiosità? Lei parla di Kissinger al passato (sosteneva..) come se già si trovasse ad occuparsi di geopolitica et similia nei Campi Elisii…:o)

  • paolo calzini |

    un vivo apprezzamento per un intervento eplicito nell’analisi e determinato nelle conclusioni

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