Spesso le esequie di un leader sono l’opportunità per una riconciliazione. Non lo è il funerale itinerante di Ali Khamenei che sembra sia stato organizzato per affermare la supremazia sciita iraniana più che commemorare un defunto. La guida suprema è stata celebrata a Teheran; poi a Qom, il cuore della spiritualità ma anche del potere teocratico del regime. Quindi la salma verrà trasportata a Najaf e Karbala, dove nel settimo secolo i sunniti uccisero l’imam sciita Alì e poi il figlio Hussein.
Le due città sante sono in Iraq, dove il nuovo governo di Bagdad sta cercando di liberarsi dalla pesante influenza iraniana, cercando d’imporre un sistema meno settario. Ma saranno le milizie sciite controllate da Teheran a occuparsi del funerale. E’ come l’affermazione di quella che la rivoluzione iraniana ha sempre chiamato “difesa avanzata”, la teoria adottata dopo l’aggressione irachena all’Iran del 1980: portare le guerre lontano dai confini iraniani, armando Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Houthi nello Yemen e milizie sciite in Iraq.
Ha partecipato alle esequie di Khamenei e chi no, per capire cosa stia accadendo nella regione: il Golfo e il Levante mediorientale continueranno a restare instabili.
La guerra Iran-Usa-Israele è stato un terremoto. Come dopo i grandi disastri, esistono opportunità per una ricostruzione positiva o di una peggiore di prima. Posto che regga, in questo primo dopoguerra incerto esistono due certezze: l’Iran è più forte e risoluto; gli Stati Uniti non sono più il garante della sicurezza dei paesi arabi del Golfo ma causa della loro insicurezza: prima hanno provocato l’escalation militare del 28 febbraio (regni ed emirati si erano sempre opposti a un attacco all’Iran); poi i loro paesi sono diventati obiettivi dei missili iraniani perché ospitavano basi americane; ora gli americani stanno cercando un accordo di pace quale esso sia, che offra a Donald Trump il pretesto per dichiarare una vittoria inesistente e andarsene.
Abituati da decenni a godere di una sicurezza in outsourcing, Kuwait, Bahrain, Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Oman si trovano di fronte a una nuova realtà: un’Iran più forte e un’America meno determinata di prima. Non è solo l’amministrazione Trump che vuole disimpegnarsi dall’Europa e molto probabilmente dal Golfo, appena ci sarà un accordo di pace con l’Iran. Era stato il democratico Barack Obama a parlare per primo di “pivot to Asia” e tentare un disimpegno dal Medio Oriente.
Nei 14 punti della trattativa in corso è più che implicito il ritiro americano. Le grandi basi di al Udeid in Qatar, Camp Arifjan in Kuwait, Prince Sultan in Arabia Saudita e la quinta flotta ancorata in Bahrain saranno fortemente ridimensionate se non chiuse. Il grande confronto per il predominio mondiale, si sta già giocando in Estremo Oriente.
Le similitudini tra Golfo ed Europa non riguardano solo il disimpegno americano. Come i paesi della Ue, anche i sei del Consiglio di Cooperazione del Golfo, il Gcc, non sono abituati a spendere denaro per la loro sicurezza, fino ad ora garantita dall’America. Lo stanno facendo ora, evidentemente con più risorse economiche ma commettendo gli stessi errori europei: non investendo su sistemi d’arma comuni, ognuno pensando alla propria industria nazionale o al proprio programma di acquisti all’estero: Usa ma anche Giappone, Ucraina, Europa, Corea del Sud, Turchia.
La sfiducia degli arabi sunniti del Golfo verso l’Iran persiano e sciita, è genuina e storica. Anche quando esistono dialogo e rapporti diplomatici. Eppure, nonostante l’avversario comune e il Consiglio di cooperazione abbia un comando militare unificato, le sue debolezze sono più profonde di quelle dell’Unione europea. Nonostante l’apertura di Hormuz sia più fondamentale per loro che per il resto del mondo,
nessuno dei paesi Gcc ha sviluppato una deterrenza navale né possiede caccia-mine avanzati, necessari per proteggere la navigazione nello stretto.
Nessuno dei suoi membri voleva iniziare una guerra all’Iran ma poi qualcuno ha chiesto agli americani di concludere il lavoro. MbZ, Mohammed bin Zaied, presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha un rapporto di collaborazione molto stretto con Israele; al contrario, per MbS, Mohammed bin Salman, principe ereditario saudita, e gli altri del Gcc, l’egemonia israeliana è incompatibile con la loro visione del Medio Oriente.
Arabia Saudita ed Emirati, i due paesi più importanti, hanno rischiato un conflitto armato in Yemen, Sudan e Libia, dove continuano a sostenere fazioni opposte. “Gli Emirati investono nel caos”, protestava qualche settimana fa un giornale saudita.
E’ in fondo paradossale che i paesi del Golfo non siano parte integrante della trattativa di pace fra Usa e Iran, ma solo osservatori o, nel migliore dei casi, mediatori. In una questione fondamentale del negoziato come il nucleare, la soluzione dovrebbe essere trovata con la creazione di un consorzio regionale, con mutue ispezioni, che gestisca produzione e arricchimento dell’uranio. Non c’è solo il programma iraniano: nella regione ne hanno uno – per ora civile – anche sauditi, Emirati ed Egitto.
Il consorzio potrebbe essere il primo pilastro dell’unica struttura capace di garantire stabilità: un’architettura di sicurezza regionale oggi lontana non meno di uno stato palestinese.
Da Gaza in poi, le guerre di questi ultimi tre anni hanno sviluppato pericolose tendenze egemoniche in Israele e Iran. A Gerusalemme dominano i nazional-religiosi, determinati a praticare una vendetta senza fine contro chiunque rappresenti una minaccia: gli americani hanno scoperto che volevano assassinare anche i negoziatori di pace iraniani. A Teheran comandano le Guardie della rivoluzione, da 47 anni apostoli della “Sacra difesa”, strumento della quale è la “Difesa avanzata” in molti angoli della regione. Fino a che in questi due paesi domineranno usando dio e nazione, il Medio Oriente resterà quello che conosciamo.