L’ultima avventura di Benjamin Netanyahu – probabilmente con fini elettorali come le guerre che inizia e non conclude – si chiama “Sicurezza indipendente”: Israele dovrà armarsi e combattere con i suoi mezzi, anche senza l’alleato americano. Presto lo stato ebraico farà da solo, in piena libertà.
Nessun premier da Ben Gurion in poi, sarebbe stato così incauto: tra alti e bassi, il sostegno internazionale è sempre stato una necessità strategica per un paese piccolo come Israele. Ma è stata questa la risposta di Netanyahu alla decisione di Donald Trump di fermare il conflitto con l’Iran, avviare una trattativa, imporre di fermare la guerra in Libano; e alla durissima reazione alle proteste israeliane, del vicepresidente Usa J.D. Vance: “Se fossi nel governo israeliano non attaccherei il solo alleato potente che mi è rimasto nel mondo intero”.
L’isolamento d’Israele, anche in America, è una realtà evidente tranne che al suo governo e a una buona parte dell’opinione pubblica: giovedì i sondaggi elettorali dei canali tv continuavano a dare un vantaggio minimo al Likud di Netanyahu. “Il futuro è molto cupo se non cambiamo direzione”, sostiene invece Tamir Hayman, ex capo dell’intelligence militare e ora direttore dell’Inss, l’Istituto per la sicurezza nazionale. “Stiamo perdendo la nostra base negli Usa. Prima i democratici ora quasi completamente repubblicani ed evangelisti”.
L’osservazione di Hayman sul sito di Inss rispecchia il comune sentire di molti militari in pensione e attivi, capi delle intelligence, ex premier: quell’apparato della sicurezza che prima di Netanyahu le guerre le vinceva e dava spazio alla diplomazia. Questo fronte ha un candidato alle elezioni di autunno: Gadi Eisenkot, a un solo seggio da Bibi. Leader di un nuovo partito di centro, Yashar, traducibile con “parlare onesto”, Eisenkot era capo di stato maggiore delle forze armate. Ha perso un figlio nella guerra di Gaza.
Diversamente da altri paesi democratici, nell’etnocrazia israeliana gli ex generali in politica continuano ad essere una garanzia di moderazione e realismo, rispetto alle molte derive nazional-religiose. Difficilmente rinuncerebbero allo status di alleato prediletto degli Stati Uniti: non esiste un patto militare formale, come per Nato e Giappone, ma nemmeno questi ultimi hanno l’accesso illimitato d’Israele all’arsenale americano.
L’idea di Netanyahu di “portare a zero il supporto finanziario americano”, cioè 3.8 miliardi di dollari l’anno, ininterrottamente da decenni (aggiustati all’inflazione sono più di 300 miliardi), rivela istinti suicidi. Nell’ultimo memorandum d’intesa gli americani avevano aggiunto altri 500 milioni l’anno per la difesa missilistica. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, l’impegno Usa era temporaneamente salito a 16.3 miliardi.
Una parte dell’aiuto era anche economico ma dal 2010, quando Israele è entrato nell’Ocse, è esclusivamente militare. Oggi gli Usa coprono il 20% del bilancio della Difesa israeliana. Nonostante l’alta qualità tecnologica della sua industria militare, il paese non può rinunciare all’America: soprattutto al valore strategico, geopolitico di un’alleanza con la prima superpotenza mondiale, in una regione come il Medio Oriente.
La sicurezza nazionale in Israele rimane un pilastro ineludibile. Nemmeno i movimenti pacifisti come B’Tselem e Peace Now lo ignorano. Il problema è come e quanto esercitare questo diritto. L’attuale governo israeliano impedisce al paese di liberarsi del trauma del 7 ottobre, cementando la convinzione che la sicurezza debba essere esercitata senza limiti militari, politici né morali. Oggi questo Israele è lontanissimo dall’aprire un orizzonte negoziale per uno stato palestinese. Ma se lo facesse, avrebbe rapporti normali con paesi importanti come Arabia Saudita, Qatar, Siria, Turchia. L’alternativa invece è il contrario: disastro a Gaza, fasce di sicurezza in Libano e Siria; in Cisgiordania il “terrorismo ebraico” dei coloni sta conducendo una pulizia etnica con la connivenza del governo. Come dice Tamir Hayman, Israele è diventato “uno stato pronto a sacrificare gli interessi americani e dei paesi vicini per le sue ambizioni tattiche”.