Due giorni prima dell’attacco aveva detto di preferire il negoziato: se costretto, avrebbe usato la forza ma solo per spingere gli iraniani a fare concessioni nella trattativa. Alla fine del primo giorno di guerra – quando Benjamin Netanyahu annunciava l’obiettivo del cambio di regime e avrebbe bombardato fino al suo raggiungimento – aveva detto che sarebbe bastata una settimana: gli iraniani erano già pronti a parlare con lui e lui con loro. Il giorno dopo, invece, un nuovo programma: la guerra durerà un mese e ci sarà un cambio di regime. Per ora.
Il sospetto che sia l’israeliano Netanyahu a dare la linea e l’americano Trump a seguirla, ha qualche traccia di legittimità. Il presidente ha già ampiamente dimostrato di preferire le ragioni di personaggi come Vladimir Putin e il premier israeliano, a quelle degli alleati occidentali o degli amici più moderati.
Pretendere la fine della repubblica islamica è come garantire una durata della guerra a tempo indeterminato, con i gravi rischi che questo comporta. Già ieri, solo al terzo giorno, il conflitto si è allargato al Libano con morti e feriti; regni ed emirati arabi del Consiglio di cooperazione del Golfo intendono dare una comune risposta se l’Iran continuerà a bombardare le loro infrastrutture. Cosa accadrà alla già scarsa stabilità della regione, al flusso globale di petrolio e gas che garantisce, al traffico aereo, ai mercati finanziari, quando sarà finito il mese di bombardamenti garantito da Trump?
Giusta o sbagliata che sia la guerra, quando ne scoppia una, Israele si stringe al governo e alle forze armate: maggioranza e opposizione, istituzioni, stampa e opinione pubblica. Il dibattito si scatena solo quando cessa il fuoco. Per quanto il regime islamico sia detestato e la morte di Khamenei celebrata, oggi negli Stati Uniti l’attacco all’Iran è sostenuto da un americano su quattro. Deputati, senatori, governatori repubblicani e strateghi di Maga continuano a sostenere Trump perché devono a lui il loro potere. Ma per quanto tempo?
E’ Netanyahu ad averlo: tutto il tempo eventualmente necessario per cambiare il regime di Teheran. L’enfatizzazione della minaccia esistenziale è la protezione a tempo indeterminato dai tre processi per corruzione che lo attendono; dalla resa dei conti per non aver saputo impedire l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023; dalla diminuzione del consenso popolare prima dell’assalto all’Iran, in un anno elettorale.
In fondo Bibi Netanyahu aveva le sue ragioni per scatenare questa nuova crisi mediorientale. L’egemonia regionale d’Israele non può essere completata fino a che sopravvive il regime degli ayatollah. Ma Trump? Appena sei giorni fa al Congresso, nell’ora e 47 minuti del suo discorso sullo stato del’Unione – il più lungo nella storia dei presidenti – Donald Trump aveva dedicato alla minaccia iraniana solo tre minuti. Una settimana più tardi continua a non dare spiegazioni valide, credibili, per aver spinto l’America a combattere come i suoi predecessori che sbeffeggiava, l’ennesima guerra mediorientale senza fine.