Tutti gli uomini di Bezos

Amazon ha speso 75 milioni di dollari per finanziare “Melania”, il documentario sulla first lady che assomiglia molto a un’operazione di propaganda sovietica: una specie di Corazzata Potemkin hollywoodiana. Manipolato come le elezioni nella vecchia Urss (e nella nuova di Putin), il giudizio di chi è andato a vederlo nei cinema americani è positivo al 99%. Un record: un punto più del “Padrino” quando uscì nelle sale.

Intanto il proprietario di Amazon, Jeff Bezos in prima fila un anno fa all’inauguration day di Donald Trump, ha deciso di licenziare 300 giornalisti del Washington Post. Bezos ne è il proprietario, lo aveva acquistato nel 2013 dalla storica famiglia Graham per 250 milioni di dollari.

L’omicidio del Washington Post”, ha titolato the Atlantic Magazine. La decisione è brutale ma comprensibile. Come ammette Matt Murray, il direttore esecutivo del Post, da diverso tempo il giornale perdeva centinaia di milioni di dollari, rendendo impossibile l’obiettivo di Bezos: un giornale economicamente autosufficiente. I 300 colleghi rimossi sono il 30% degli 800 giornalisti della news room e di tutti i settori del quotidiano: cifre impensabili nelle redazioni dei più grandi giornali italiani anche prima dell’avvento del web.

Sport, cronache locali ed esteri saranno i più colpiti. Niente Superbowl: la finale del football, la settimana prossima in California, è l’avvenimento sportivo più importante degli Stati Uniti. Niente informazione metropolitana, che oltre al distretto di Columbia, copre il Maryland e una buona parte della Virginia. Inviati e corrispondenti all’estero avranno difficoltà a gestire gli uffici: i più colpiti i corrispondenti di guerra in Ucraina, quasi abbandonati.

Come ogni altra azienda, anche un giornale che va male deve affrontarne le conseguenze. Gli Stati Uniti sono pieni di vittime cartacee illustri: Boston Globe, Miami Herald, Chicago Tribune, San Francisco Chronicle hanno tutti avuto gravi difficoltà nel tentativo di sopravvivere. Qualche anno fa era stato chiuso anche il Newseum di Washongton, il grande museo del giornalismo sulla Pennsylvania Avenue. Sulla sua facciata era esposto il testo del primo emendamento della Costituzione, dedicato alla libertà di stampa. Almeno in quel caso l’edificio non era diventato uno shopping center ma la nuova sede della John Hopkins University. Tuttavia, fra alti e bassi, il New York Times è riuscito a trovare il modello economico, politico ed editoriale per restare un punto di riferimento fondamentale del giornalismo americano e internazionale.

Democracy dies in darkness”, la democrazia muore nell’oscurità, è lo slogan del Washington Post. I suoi conti economici erano insostenibili ma non era solo colpa del prodotto offerto dalla sua redazione. Durante l’ultima campagna presidenziale, pensando ai suoi interessi economici – e non di quanta luce avesse bisogno la democrazia – Bezos aveva impedito che venisse pubblicato l’endorsement a favore di Kamala Harris.

E’ una tradizione dei giornali americani scegliere in libertà il candidato preferito senza far venir meno l’equilibro della cronaca quotidiana. Anche il miliardario Patrick Soon-Shiong lo aveva fatto col suo Los Angeles Times. Per protesta contro l’imposizione di Bezos, 250mila lettori avevano cancellato il loro abbonamento. Fra loro anche chi ha scritto questo pezzo.

Nell’autunno 1976, tre giorni dopo essere stato preso in prova nella cronaca milanese del Giornale di Indro Montanelli (ci sarei rimasto 15 anni, da Palazzo Marino alla Mosca di Gorbaciov), andai a vedere “Tutti gli uomini del presidente” di Alan Pakula. Era il film dedicato allo scandalo Watergate scoperto da due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein. La loro inchiesta fu sostenuta dal loro direttore, Ben Bradlee, e protetta dall’editrice Khatarine Graham. Uscii dal cinema convinto che quello del Washington Post dovesse essere l’immortale modello di giornalismo da seguire. Non è sempre andata così, neanche per i colleghi del Post.

  • carl |

    Da semplice cittadino e, dunque, non svolgendo alcun ruolo istituzionale, se non quello di recarmi saltuariamente alle urne cartonate per depositarvi un foglio ripiegato con la firma degli analfabeti d’antan.. parteciperei alla discussione sottolineando il fatto, per più versi paradossale, che i tanto declamati “cani da guardia” della politica (spesso e volentieri astutamente e strumentalmente gestita rasoterra) siano lasciati, da una parte, alla mercé di questo o quel personaggio diventato proprietario di una testata giornalistica e, dall’altra, del cosiddetto equilibrio dei conti economici della testata, ossia delle sue entrate ed uscite, specie qualora queste ultime fossero superiori alle prime..
    Insomma, immedesimandomi nei panni o nelle “shoes” del turista marziano di Flaiano, troverei alquanto sorprendente che sia delle persone (editorialisti, opinionisti, commentatori, ecc. degni di queste definizioni), che delle strutture come gli organi di stampa ed altri mezzi di informazione (o, secondo certuni, di “infotainment”) che, almeno a parole svolgono un ruolo così importante come sarebbe quello dei suddetti “cani da guardia”, siano lasciati alle mercè succitate, visto e considerato che, per l’appunto, si occupano di quella più che primaria Sicurezza che consiste nell’imparzialmente valutare l’andamento e le relative prospettive della gestione ed evoluzione della “città”, o nazione ecc. che dir si voglia..
    Di proposte per migliorare le cose ne avrei, o sarei in grado di tratteggiarne, ma le lascio escogitare ed esporre da eventuali laureandi in tesi degne di questo nome, insomma da giovani che sempre stando a tante auliche parole rappresentano il futuro..

  Post Precedente