Paradigma venezuelano

Per giornali e televisione di regime non sta succedendo niente. Nessuna manifestazione di protesta: lo provano le immagini continuamente trasmesse di piazze tranquille. E’ il comportamento dei regimi in crisi: negare la realtà quando sta accadendo. Nel 2003 il ministro dell’Informazione di Saddam Hussein, poi soprannominato “Comical Ali”, annunciò la sconfitta degli americani mentre alle sue spalle le immagini mostravano l’ingresso dei Marines a Bagdad.

Ma l’Iran di oggi non è l’Irak di allora. E’ difficile tentare paragoni per stabilire la tenuta o il crollo imminente, quando un regime e un paese così complessi entrano palesemente in crisi. Forse è possibile qualche similitudine iraniana con gli avvenimenti accaduti in questo inizio d’anno: ma solo perché il Venezuela è diventato un paradigma del presente caos internazionale; e tutto ciò che Donald Trump fa o minaccia di fare, sono ipotesi esportabili in ogni scacchiere geopolitico, dal Caribe all’Artico, fino allo stretto di Ormuz.

Le ultime notizie e le immagini che venivano dall’Iran, prima che il governo bloccasse Internet, dicevano che le manifestazioni continuano da due settimane; che avvengono in cento città e villaggi di tutte le 31 province del paese. E’ Hrana, l’agenzia stampa del movimento iraniano per i diritti umani la fonte più attiva. Se confermata, forse la notizia più interessante è che ci sarebbero state manifestazioni oceaniche a Teheran e a Mashad, la città più importante dopo la capitale. E che non siano state disperse dalle forze di sicurezza, come altrove avevano fatto fino a quel momento altri reparti del regime.

In Pakistan, per esempio, le forze armate che controllano con fermezza il sistema politico di quel paese, hanno un solo comando supremo. Le guardie della rivoluzione islamica iraniana, no: è difficile immaginare quale fazione, interprete di quale interesse economico, prenderebbe il sopravvento se la crisi si allargasse. Per superare il momento l’ayatollah Ali Khamenei, 86 anni, potrebbe annunciare il suo successore alla carica di guida suprema. Dovrebbe farlo l’”Assemblea degli esperti” ma dal punto di vista religioso l’Iran è una dittatura: decide tutto la guida suprema in carica, anche se il sistema civile prevede un parlamento e voto popolare (quasi sempre condizionato). Khamenei potrebbe scegliere una guida riformatrice o un sostenitore dell’inviolabilità della rivoluzione khomeinista al potere da quasi mezzo secolo.

Nelle dimostrazioni molti manifestanti gridano slogan a favore del ritorno della dinastia Pahlavi. L’ultimo shah fu Mohammed Reza, fuggito nel 1979. Suo figlio ed erede, Reza Pahlavi, 66 anni, vive a Washington ed esorta gli iraniani a partecipare alle manifestazioni. Sostiene di non voler ristabilire la monarchia: saranno gli iraniani liberati a decidere il loro futuro con un referendum.

E’ fatale tornare al paradigma Venezuela: a Reza Pahlavi che assomiglia politicamente alla figura di Maria Corina Machado. Almeno per il momento, a Caracas Donald Trump ha scelto la sopravvivenza del regime chavista per raggiungere i suoi obiettivi. Che possa accadere anche in Iran, già bombardato l’estate scorsa, è possibile ma non per scelta americana.

Il regime a Teheran è più complesso di quello a Caracas. E’ ancor più difficile che esista un’opposizione democratica capace di abbattere il potere. Il mutamento è possibile ma le forze che possono farlo – forse più imponendo grandi riforme che una controrivoluzione – sono dentro il regime, non fuori.

Alcune fonti sostengono che un negoziatore – forse il Qatar – sia già al lavoro per aprire una trattativa fra Stati Uniti e Iran. L’obiettivo originale era il programma nucleare iraniano che esiste ancora, nonostante i bombardamenti americani di giugno. I siti colpiti erano quelli già noti ma da qualche parte ci sarebbero ancora 400 chili di uranio arricchito al 60%: per fare la bomba serve il 90. Ora, tuttavia, la priorità del negoziato è un’altra: evitare che, nello spirito del paradigma venezuelano, americani e israeliani bombardino di nuovo l’Iran.

 

 

 

  • carl |

    Certo pur ammettendo che sia difficile paragonare ciò che sta avvenendo in Iran con altri, diciamo, “history cases”, il fatto è che per certi versi a me è venuta in mente la Siria e non solo per il fatto di trovarsi nella stessa area medio-orientale, ma anche perchè all’inizio dei moti di piazza siriani c’erano cecchini sui tetti che prendevano di mira a caso alcuni manifestanti.
    Sappiamo quante vittime ci sono state in Siria e quanti i siriani che decisero di emigrare nell’UE ed in particolare in Germania che ne accolse parecchi, non ultimo per il livello di istruzione e formazione che avevano raggiunto nel loro Paese. Sappiamo altresì che gli USA, o chi per essi, hanno finito per “assumere” un ex guerrigliero islamico convertito, almeno in parte, alla politica e di incaricarlo di governare la Siria. Ma, allo stato delle cose, la situazione è tutt’altro che “normalizzata”.
    Per quanto riguarda l’Iran, credo si debba tenere conto del fatto che, nonostante ci sia una cosiddetta “guida suprema”, in caso di “crollo e/o sostituzione”, chi rischia di andarci di mezzo è l’intero clero islamico che, con ogni probabilità, è consapevole di cosa gliene deriverebbe..
    Infine, come detto nell’articolo, che in Iran non ci sia un comando unico delle FFAA non è una sua “esclusiva”… Infatti, perfino nell’Italia nostra, ci sono due forze separate per la tutela dell’ordine pubblico (carabinieri e polizia), per non parlare dell’esistenza dei cosiddetti “servizi” e del fatto che non tutte le unità dell’esercito siano, diciamo, ugualmente considerate, ma che alcune siano considerate “speciali”..
    E non per nulla è così. Infatti ciò è stato deciso e stabilito da persone che hanno una approfondita conoscenza delle cose di questo nostro mondo, insomma delle persone “navigate”, e che lo erano già molto prima dell’avvento e la diffusione dell’Internetto..

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