Presto Israele celebrerà lo Yom HaAtzmaut, il giorno dell’Indipendenza, e sarà un altro anniversario di guerra. Hamas è ancora fra le macerie e nei tunnel di Gaza, Hezbollah acquartierato fra le colline nel Sud del Libano, la repubblica islamica saldamente al potere in Iran. Settantotto anni dopo la sua nascita, lo stato ebraico è ancora alla ricerca della sua sicurezza.
Nahum Barnea, il giornalista più famoso del paese, aveva scritto che “gli israeliani sono abituati a progettare la loro vita con la guerra. Sono nati un anno dopo una guerra, sono andati sotto le armi l’anno prima di un’altra guerra, si sono sposati giusto dopo una terza guerra e hanno avuto un figlio un anno prima o dopo la guerra successiva”.
L’iniziale rifiuto del mondo arabo, il Medio Oriente come campo di battaglia della Guerra Fredda fra Usa e Urss, i nazionalismi, l’estremismo palestinese, il terrorismo islamico. Per dare una giustificazione alle sue ambizioni regionali, l’Iran ha sempre usato il pretesto della causa palestinese. Lo avevano fatto anche l’egiziano Gamal Nasser e l’iracheno Saddam Hussein.
Il sommario quadro storico non spiega del tutto la constatazione di Barnea. C’è un’altra causa, il militarismo israeliano: la scelta della risposta armata sulla diplomazia, quasi sempre preferita dai vertici politici e militari come dall’opinione pubblica in generale. Le guerre israeliane, soprattutto le ultime, tendono a non risolvere il problema che le causa ma creano le condizioni del conflitto successivo.
Il primo tentativo di creare una fascia di sicurezza nel Sud del Libano risale al 1978, Operazione Litani. Allora quella zona si chiamava Fatahland, era controllata dai guerriglieri palestinesi. Gli israeliani la invasero di nuovo nel 1982 per sradicare una volta per tutte i fedayin dal Libano. Lo fecero ma quando se ne andarono 18 anni più tardi, al loro posto c’era Hezbollah. Ci fu un’altra guerra nel 2006.
La storia si sta ripetendo ora, col fiume Litani sempre a separare qualcosa d’impossibile da cauterizzare. Il modo indiscriminato col quale Israele sta bombardando il Libano, alienandosi non solo gli sciiti ma anche le altre confessioni del paese, sta creando le condizioni per il prossimo conflitto.
Benjamin Netanyahu è esempio e simbolo di questo atteggiamento nazionale: gli ultimi tre anni dei suoi oltre 15 di potere, assomigliano più a quelli di Vladimir Putin in Ucraina che del premier di un paese democratico. La risposta all’aggressione di Hamas, il 7 ottobre di tre anni fa, è stata una vendetta, non il tentativo di risolvere il problema. Da allora Israele ha bombardato quattro capitali arabe (non tutte ostili) e attaccato l’Iran due volte; ha occupato territori di due paesi confinanti; ha convinto per due volte gli Stati Uniti a fare una guerra all’Iran dalla quale se Netanyahu e Donald Trump ne usciranno, non lo faranno come pensavano quando ne erano entrati.
Una volta eliminata la capacità di Hamas di aggredire ancora, Netanyahu avrebbe potuto aprire un dialogo con l’Autorità di Ramallah: cioè i palestinesi che riconoscono Israele. Dopo aver ridotto ai minimi termini i vertici di Hezbollah libanese e colpito quelli militari iraniani la scorsa estate, aveva l’opportunità di negoziare un Medio Oriente diverso con Libano e Paesi del Golfo.
Una parte della regione era già in pace con Israele; e un’altra, ricca e importante, era pronta a farlo non appena lo stato ebraico avesse riconosciuto i diritti palestinesi.
Il modo col quale i gazawi continuano a vivere nella striscia, la Cisgiordania è brutalizzata, Beirut è bombardata e il confronto con l’Iran rimane teso – sfidando l’interesse dell’alleato americano – dimostra una volontà contraria al compromesso: la linea rimane egemonizzare la regione con la forza delle armi.
Negli anni di governo prima dell’attacco di Hamas, Netanyahu aveva evitato di essere coinvolto in guerre complicate. Ma era un maestro di retorica nell’istigare allo scontro, nel vedere minacce anche dove non ce n’erano.
Bitakon, sicurezza, fu lo slogan che lo fece diventare premier nel 1996. In questo fu aiutato dai terribili attentati suicidi di Hamas. “Ha perso Israele, hanno vinto gli ebrei”, commentò lo sconfitto Shimon Peres: quegli ebrei che avrebbero partecipato alla costruzione di un’egemonia, trasformando la Bibbia in un manuale politico-militare. Netanyahu non è mai stato religioso ma la fede degli altri è stata un potente strumento di potere.
Più di ogni precedente esecutivo, l’attuale di estremisti guidato da Netanyahu nega uno stato palestinese e vuole annettere la Cisgiordania. Importa poco che questo possa essere contro gli interessi dell’America, necessaria a Israele per combattere le sue guerre. Senza arrivare all’estremismo attuale, a volte ponendosi dubbi sulla moralità delle loro politiche, tutti i governi, anche i più aperti, hanno coltivato l’intenzione di allargare i confini d’Israele a scapito dei diritti palestinesi.
Per conquistare quella sicurezza che al paese manca da sempre, nessuno ha provato fino in fondo a eliminare la causa principale – reale o pretestuosa che fosse – dei conflitti d’Israele: dare uno stato ai palestinesi. E’ vero, ci fu la “pace di Oslo” che il terrorismo di Hamas contribuì a far fallire. Tuttavia, anche durante quella trattativa dal 1993 al 2000, l’unica seria speranza in decenni di guerre, gli israeliani non smisero di impossessarsi di terra palestinese: in quei sette anni di ricerca della pace il numero delle colonie ebraiche in Cisgiordania aumentò del cento per cento.