Ora Donald Trump ci venderà due settimane di tregua come una pace che lui aveva sempre previsto, anche prima d’incominciare la guerra. Tuttavia le ragioni per un ottimismo cauto ci sono: la dichiarazione del presidente sull’imminente fine di una civiltà aveva terrorizzato il mondo al punto che la Casa Bianca era stata costretta a smentire l’eventuale uso di testate nucleari.
Le 10 richieste iraniane sono in gran parte irricevibili; del resto anche i 15 punti del piano Trump, un paio di settimane fa, erano più una resa di Teheran che un inizio di trattativa. A Islamabad il compito dei negoziatori sarà creare le condizioni per andare oltre la tregua ed entrare poi nelle questioni che contano.
Deve tuttavia essere chiaro per chi pensa a una pace duratura, che per un tempo piuttosto lungo potrà essere raggiunto solo un cessate il fuoco, sebbene strutturato. Il mese di bombardamenti ha scavato un’ostilità non facile da colmare: fra Usa e Iran, fra Usa e arabi del Golfo, fra arabi del Golfo e Iran.
La ragione principale per essere fiduciosi ma con giudizio, è che Donald Trump ha bisogno di uscire da questa guerra, trasformando la tregua in una pace che non c’è. Ma lui la proteggerà. Come va facendo da quando è presidente, può dire quello che vuole e fare, se lo desidera, il contrario: l’America continua ad essere disorientata davanti a un leader così. Chi questa carta non la possiede è il premier israeliano, Benjamin Netanyahu.
Era stato lui a convincere Trump a bombardare l’Iran: così almeno aveva ammesso il segretario di Stato Marco Rubio; lui a insistere di continuare la guerra fino a un’impossibile vittoria. Ed è lui ora a creare l’unico serio ostacolo alla tenuta della breve e fragile tregua di due settimane. Anche prima che venisse annunciata, Netanyahu aveva chiarito che l’eventuale cessazione delle ostilità non avrebbe riguardato il Libano: lo stato ebraico avrebbe continuato la sua guerra ad Hezbollah, ormai diventata un’aggressione all’intero paese: il diritto alla propria difesa non da’ il diritto di commettere crimini.
Iraniani e negoziatori pakistani sostengono invece che i bombardamenti devono fermarsi lungo tutti i fronti del Levante mediorientale. Sono gli americani che su questo delicato problema non si sono ancora espressi con chiarezza.
Diversamente da Trump, Netanyahu no può dire quello che vuole: non può spiegare agli israeliani che il regime iraniano è cambiato e che non è più una minaccia alla loro sicurezza. Non gli crederebbero dopo che da anni la repubblica islamica e la sua fine sono diventate la visibile ossessione per Bibi. Netanyahu non può dire al resto del mondo che non gli importa se continueranno a scarseggiare gas, petrolio, fertilizzanti per l’agricoltura, carburanti per gli aerei, elio (necessario non solo per gonfiare mongolfiere ma anche per micro-chips, tecnologie mediche e missili). Già ora, da come ha condotto la guerra a Gaza e spinto per quella all’Iran, nel mondo Israele gode pericolosamente di una cattiva stampa.
Ma soprattutto Netanyahu non può dire agli americani che a lui non interessa quello che vogliono loro. Israele non può combattere le sue guerre senza l’aiuto dei presidenti Usa. Istintivamente Trump non sarebbe contrario a permettere agli israeliani di continuare a distruggere Hezbollah: pensava che la civiltà persiana appartenesse all’età della pietra, ancor meno si preoccuperebbe delle origini fenicie dei libanesi.
Ma continuare quella guerra metterebbe a rischio la tregua e il compromesso con l’Iran che lui ha deciso di volere. Infine, anche negli Stati Uniti è cresciuto il sentimento anti-israeliano: stabilmente fra i democratici, sempre più visibile perfino fra i repubblicani MAGA.
Qualsiasi cosa accada, se la tregua terrà e si trasformerà in un vero negoziato, rimane l’amarezza di una guerra che si sarebbe potuto evitare. Morti, feriti, distruzioni, miliardi consumati, una regione resa più instabile di quanto non fosse già di natura.
Quando le posizioni americane e iraniane si confronteranno, e gli uni e gli altri accetteranno le limature necessarie, si scoprirà che i punti in discussione non erano così diversi dal negoziato che era in corso prima dell’attacco all’Iran. Si riconoscerà che il cambio di regime a Teheran era impossibile ma che già di quel regime alcune cose stavano cambiando. Che il programma nucleare sarebbe rimasto una questione civile; che l’arsenale missilistico iraniano poteva essere ridotto a un’ammissibile deterrenza nazionale. E che le milizie alleate della regione sarebbero state sacrificate in cambio del ritorno di un Iran senza sanzioni nell’ordine collettivo politico ed economico.