“Non ne so niente”, ha risposto Donald Trump alla domanda di un giornalista sull’attacco israeliano al cuore della produzione di gas iraniano. Poche ore dopo il regime di Teheran aveva colpito per ritorsione Ras Laffan, l’hub energetico del Qatar, diffondendo il caos nei mercati di tutto il mondo. Non è poca cosa per un presidente degli Stati Uniti non essere informato su cosa sia accaduto al giacimento di gas più grande del mondo: 7,9 miliardi di metri cubi.
“Non ne so niente” è entrato nel lessico della “realtà virtuale” inaugurata all’inizio della prima amministrazione Trump. Il presidente lo aveva detto anche quando gli è stato chiesto chi avesse bombardato una scuola nel Sud dell’Iran, provocando la morte di decine di bambine. Una specie di “non ne so niente” è stato anche l’intervento in commissione della Camera dei Rappresentanti di Tulsi Gabbard, direttrice della National Intelligence. Per spiegare perché non fosse stata ascolta la valutazione degli esperti, secondo i quali l’Iran non era una minaccia imminente, la responsabile di tutti i servizi d’informazione del paese, ha risposto: solo il presidente decide cosa s’intende per minaccia imminente.
E’ difficile prevedere che Medio Oriente vedremo alla fine di tutto questo. Che l’Iran continui ad essere governato dagli estremisti della teocrazia, dallo stesso regime ma con uomini nuovi o addirittura da un sistema diverso, è tutto il Golfo di regni ed emirati con le loro ricchezze energetiche, che sarà diverso. Non solo l’Iran.
Il Kuwait, il Bahrain, il Qatar e l’Arabia Saudita godono dello status di “Mayor non Nato Ally” dell’America; il primo “Trattato di Amicizia e Commercio” fra il sultanato dell’Oman e gli Stati Uniti risale al 1833. Eppure tutti questi alleati della più grande potenza militare del mondo, sono stati bombardati dal regime iraniano. Nessuno di loro potrebbe competere militarmente con Israele e Iran. Per questo avevano affidato la loro sicurezza alla potenza americana. E non gratuitamente.
E’ probabile che se non lo avessero fatto, la teocrazia sciita iraniana, li avrebbe destabilizzati creando milizie religiose al suo servizio, molto tempo fa: le leadership della penisola sono arabe e sunnite. Ma quello che oggi conta è l’incapacità americana di garantire la loro sicurezza: dicendo quel falso “non ne so niente”, è come se Trump avesse confermato di averli sacrificati per assecondare i piani del governo israeliano.
“Il vecchio mondo sta morendo”, scrisse Antonio Gramsci. “Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Era il 1930 ma il nostro mondo ha qualche similitudine con quello. Stephen Miller l’eminenza grigia della Casa Bianca, sostiene che “viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal vigore, che è governato dal potere” . Il suo datore di lavoro è convinto che i soli limiti al suo potere siano “la mia morale e la mia intelligenza”. Non il Congresso, la Corte suprema o le norme internazionali.
Inebriato dai successi sull’Iran e ignorando il prezzo che i paesi del Golfo stanno pagando, l’altro ieri il premier israeliano Bibi Netanyahu affermava di “aver raggiunto risultati straordinari. Ora siamo una potenza formidabile, quasi globale”. Secondo il ministro della Difesa, Israel Katz, Israele potrebbe annettere parti del Libano se il debole governo di Beirut non agirà contro Hezbollah.
I paesi arabi del Golfo sono stretti fra due follie: lucida quella israeliana, disperata l’iraniana. E il presidente Usa che pensavano fosse il garante della loro sicurezza, cambia idea oppure non sa, ad ogni dichiarazione alla stampa: dunque circa tre volte al giorno.
In questi anni regni ed emirati avevano migliorato le relazioni con l’Iran. Da tempo il Qatar spartisce equamente con gli iraniani il gigantesco giacimento nel Golfo Persico. Solo col Bahrain restavano difficili i rapporti, essendo sciita la maggioranza della popolazione del regno.
Netanyahu accusa il Qatar di proteggere Hamas. In realtà insieme all’Oman, l’emirato svolge tradizionalmente un ruolo da mediatore dei conflitti. Prima della guerra l’invio di soldi a Gaza, per evitare che la striscia diventasse una tragedia umanitaria, era concordato con Onu, europei e con Netanyahu. Tutti sapevano che la gran parte di quell’aiuto finiva nelle mani di Hamas.
Negli anni ’90 il Qatar era stato il primo nel Golfo ad avere rapporti commerciali con Israele. Altri lo avevano seguito. Nel 2020 Bahrain ed Emirati firmarono gli accordi di Abramo: un passo importante verso la normalizzazione alla quale anche l’Arabia Saudita avrebbe aderito se Netanyahu avesse riaperto la trattativa sulla Palestina. La guerra di Gaza aveva congelato gli accordi. Ora che il Golfo brucia, sono da buttare.