
Gli esperti la chiamano “fog of war”. E’ quella foschia che avvolgeva il campo di battaglia e rendeva difficile per i generali capire cosa stesse accadendo: almeno prima dell’epoca di droni e intelligenza artificiale. Di questa nebbia della verità continuano ad approfittare i governi in guerra per diffondere la loro propaganda: vittorie inesistenti, nemici che diventano amici o viceversa, denuncia delle brutalità dell’avversario per nascondere le proprie.
Da quando è iniziata questa guerra è tuttavia difficile catalogare le bugie, spesso rettificate con altre bugie, di Donald Trump e della sua amministrazione. L’America è intervenuta perché l’Iran stava per attaccare Israele ed entro un paio di settimane Teheran avrebbe anche lanciato l’atomica: nessuna prova dell’una né dell’altra affermazione. All’alba del settimo giorno di guerra, l’intervento americano continua a non avere motivazioni plausibili.
Nella serie di bugie presidenziali è stato notevole l’annuncio della portavoce Katerine Leavitt sulle scuse della Spagna per essersi dichiarata pacifista, e la promessa di collaborazione del premier Pedro Sanchez. Sono bugie, queste, di una certa arroganza. E’ evidente che la Spagna avrebbe smentito: sta solo valutando se presidiare Cipro con altri paesi europei. Nonostante questo, Leavitt l’ha detta perché le bugie dell’amministrazione Trump hanno la pretesa di competere con la realtà e sostituirla. Come anche la notizia di una ribellione curda iraniana contro la repubblica islamica: negata da quasi tutti i leader della comunità curda, divisa in cento fazioni.
Spararla grossa è uno stile dell’amministrazione americana, riempita da Trump di sicofanti professionalmente inadeguati. Come la segretaria alla Giustizia Pat Bondi che usa il dossier Epstin a suo piacimento; Kristy Noem della Homeland Security che accusava di terrorismo le vittime delle brutalità degli agenti dell’Ice, incurante delle immagini che metodicamente la smentivano. Nella sua conferenza stampa al Pentagono il segretario Pete Hegseth, un altro politico sbagliato al posto sbagliato, ha dimostrato di possedere un vocabolario e atteggiamenti da bullo liceale.
Conseguenza della mancanza di motivazioni concrete che giustifichino la spesa di un’Armada portata a più di 6mila miglia dalle coste orientali degli Stati Uniti, è anche la difficoltà di chiarire a quali condizioni Trump dichiarerà vittoria. Tutto lascia credere che lo deciderà il suo istinto; che non sarà una conclusione presidenziale raggiunta assieme agli esperti e ai responsabili della sicurezza nazionale: segretari di Stato e Difesa, stato maggiore e Cia, teste d’uovo reclutate nelle università più autorevoli, Consiglio per la sicurezza nazionale.
Deciderà lui. Non necessariamente quando a Teheran cambierà il regime che probabilmente non cadrà. Nella migliore delle ipotesi lo farà con lo stesso regime guidato però da nuovi leader moderati. Tuttavia la vittoria potrebbe essere dichiarata anche se in Iran non cambierà nulla ma Trump si sarà stancato, annunciando al mondo un’altra bugia presidenziale: abbiamo vinto.