Verità alternative

Nel gennaio 2017 Donald Trump affermò che al suo “inauguration day” – il primo – aveva partecipato una folla traboccante. Il giorno successivo le foto del Mall di Washington lo smentirono. Quando un giornalista della Cnn le mostrò alla portavoce di allora del presidente, lei senza esitare rispose: “la nostra è una verità alternativa”.

Non fu una battuta: sarebbe stato il marchio distintivo della prima e ancor più della seconda amministrazione Trump: una realtà sostituiva rispetto alle conseguenze reali, concrete, di ciò che avrebbe fatto dentro e fuori i confini degli Stati Uniti.

Qualche giorno fa alla prima convocazione del Board of Peace il presidente aveva ripetuto di aver realizzato la pace in Medio Oriente; di avere già raccolto più di 7 miliardi per la ricostruzione di Gaza e che dunque poteva iniziare la grande pacificazione con l’intervento di forze militari marocchine, indonesiane e azere.

Nel mondo reale Hamas ha invece rafforzato il suo potere sulla striscia: dopo due anni di guerra senza vittoria, lo stesso Benjamin Netanyahu ammette di aver distrutto solo 150 dei 500 chilometri di tunnel scavati dal movimento islamico. Il premier israeliano è dunque felice di confermare che i suoi soldati non si ritireranno da Gaza, contraddicendo l’alleato Trump. Ma nella realtà presidenziale tutto questo non esiste.

Verità alternativa è anche ciò che il presidente aveva proclamato a giugno, dopo il breve bombardamento dell’Iran: “Abbiamo obliterato il loro programma nucleare e chi afferma il contrario mente”. Oggi i negoziatori americani stanno trattando a Ginevra su quei 400 chili di uranio arricchito al 60% (basta arrivare al 90 per fare la bomba) che evidentemente non erano stati annientati.

Come un Re Sole, Trump sta decidendo se la trattativa continua perché è utile (gli iraniani dicono che lo è) o se bombarderà di nuovo; e se lo farà, se sarà solo un avvertimento o un cambio di regime, eliminando l’ayatollah Khamenei e il figlio Mojtaba, destinato a succedergli come guida suprema dell’Iran.

Iniziando con “We the People”, la Costituzione americana stabilirebbe che il Congresso eletto appunto dal popolo, deve confermare o negare il potere presidenziale di fare le guerre. Anche nell’imporre dazi al resto del mondo, come la Corte Suprema ha sentenziato.

Assomigliando a quel monarca inglese contro il quale 250 anni fa le colonie americane avevano fatto una rivoluzione, Trump non ha mai chiesto al Congresso di confermare le sue decisioni: dal Venezuela all’Iran, dalla polizia di frontiera nelle democratiche Minneapolis e Washington, appunto ai dazi. Il presidente volutamente confonde la politica estera come un’emergenza nazionale interna: per riportare l’ordine nel paese, fermare droga e immigrazione, per proteggere le sue risorse energetiche.

Le guerre di Trump, fin troppe in così poco tempo, hanno la qualità di essere brevi. Ma un nuovo fronte in Iran potrebbe avere sviluppi diversi. Il regime degli ayatollah non è solo un’autocrazia brutale e armata, è anche una teocrazia: governa il paese perché convinta che sia Dio ad averlo stabilito. Come gli estremisti israeliani messianici che nei Territori costruiscono colonie in una terra abitata da milioni di palestinesi, perché è scritto nel Deuteronomio.

L’impero sovietico non è stato abbattuto da Andrey Sakharov o Alexey Navalny: è imploso. Se messa di fronte a una minaccia esistenziale, la teocrazia iraniana già in declino, potrebbe reagire in modo sanguinoso. Il fronte costruito da Teheran in questi anni in Medio Oriente, è stato pesantemente ridimensionato dai bombardamenti israeliani. Ma Hamas è ancora al comando a Gaza, Hezbollah non è scomparso dal Libano come neppure alcune milizie sciite in Iraq. E se l’armada americana dovesse colpire, Israele non farebbe da osservatore distante. A dispetto della pace ripetutamente proclamata dalla realtà virtuale di Trump, il Medio Oriente potrebbe precipitare in un nuovo conflitto regionale. Concretamente.

  • habsb |

    “L’impero sovietico non è stato abbattuto da Andrey Sakharov o Alexey Navalny”

    confermo! quando l’URSS è crollata, nel 1991, Navalny aveva appena 15 anni

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