Mentre a Washington si discute la Cisgiordania è depredata

Il consiglio d’amministrazione della pace, il cui presidente a vita come si usa nelle aziende familiari, è Donald Trump, è convocato per giovedì a Washington. Sarà dedicato alla ricostruzione di Gaza, sebbene le attività belliche nella striscia continuino a rendere difficile immaginare una sua pacifica rinascita. Non è neanche chiaro quali siano le finalità: se un business per l’impresa edile Trump & Trump, un’opportunità per l’economia Usa, per la pace in Medio Oriente, o una sostituzione tout court delle Nazioni Unite.

Intanto a Ginevra riprende la trattativa sul nucleare iraniano. Abbas Araghchi, ministro degli Esteri di Teheran, ha incontrato il direttore dell’Agenzia atomica internazionale, Rafael Grossi. Un colloquio importante. Fino ad ora l’Iran ha impedito all’Agenzia di monitorare i suoi siti atomici: era l’unico fra i 191 stati che aderiscono al Trattato sulla non-proliferazione nucleare.

In maniera più confusa su Gaza e forse più promettente sull’Iran, ci sono dunque speranze da coltivare in Medio Oriente. Tuttavia, mentre tutto questo avviene, e con l’involontaria connivenza della guerra in Ucraina, del Venezuela, della Groenlandia, delle ansie europee, delle minacce trumpiane alla democrazia americana e al suo sistema internazionale di alleanze; mentre il grande disordine accade, dunque, catalizzando attenzione e preoccupazioni globali, il governo israeliano prosegue nella sua sistematica annessione della Cisgiordania.

Dopo aver chiuso al Jazeera come una qualsiasi dittatura araba; dopo aver cacciato Medici senza frontiere e le più autorevoli organizzazioni umanitarie occidentali, come è consuetudine nelle satrapìe asiatiche; dopo aver raso al suolo la sede di un’agenzia Onu a Gerusalemme, “l’unica democrazia del Medio Oriente” continua a ignorare il diritto internazionale. Quotidianamente.

Ci sono diverse similitudini nei comportamenti del governo israeliano a Gaza e in Cisgiordania. Tuttavia nella striscia una continuazione del conflitto scoppiato nell’ottobre 2023, ora a più basa intensità, è giustificata dalla presenza di Hamas. Il movimento islamico palestinese ritiene che la popolazione di Gaza sia sacrificabile alla causa. Dopo essere stato perseguitato dagli israeliani, Medici senza frontiere è stato minacciato anche da Hamas.

Fino a che il movimento islamico resta armato e in controllo dei tunnel, è difficile immaginare come saranno spesi i primi 5 miliardi di dollari per la ricostruzione che Trump dice di aver già raccolto; né se davvero i militari dei paesi musulmani arriveranno a garantire l’ordine nella striscia, come ha promesso l’Indonesia e qualcun altro. In Cisgiordania, invece, le politiche israeliane di annessione, spoliazione territoriale, violenza, cacciata dei palestinesi dalle loro case, non hanno spiegazione se non in ciò che premier e ministri dicono apertamente: non nascerà mai uno stato palestinese.

Mentre i coloni israeliani depredano nell’impunità e con la connivenza del governo, che fine hanno fatto quei paesi europei che solo un paio di mesi fa avevano annunciato con la fanfara il riconoscimento formale dello stato palestinese? Soddisfatte le necessità etiche e ottenuto il consenso delle loro opinioni pubbliche, cosa è rimasto agli abitanti della Cisgiordania? Quale è la differenza fra la violenza di Vladimir Putin in Ucraina che viene sanzionata, e quella di Benjamin Netanyahu nei territori occupati palestinesi, lasciata invece impunita?

Non ci resta che il Board of peace, il consiglio d’amministrazione trumpiano, al quale fino ad ora hanno aderito emirati, satrapie, Netanyahu e perfino il Vietnam. L’Italia intende partecipare da osservatore: un ruolo silente e privo di potere per migliorare le cose. Ma è probabile che quello di Washington sarà un one man show del presidente.

Qualche giorno fa Pierbattista Pizzaballa, il patriarca cattolico di Gerusalemme, aveva sostenuto che il board ha un sapore coloniale: decidono gli altri, non i palestinesi. E’ innegabile. Ma per la prima volta in un processo di pace che li riguarda, gli arabi sono stati chiamati a partecipare. E’ anche evidente che l’affare immobiliare sia parte preponderante di ciò che a Trump interessa del board. Tuttavia il suo piano è anche stato approvato dal Consiglio di sicurezza Onu: indica un ruolo palestinese diretto nella stabilizzazione della striscia e nella sua ricostruzione; e prevede un orizzonte negoziale per uno stato futuro.

Non è una garanzia di ciò che poi accadrà. Soddisfatto l’aspetto imprenditoriale dell’impresa, Trump potrebbe perdere interesse per il più intrattabile dei conflitti. Ma il suo è l’unico piano che esista e questo ne è forse la sola ma ineludibile qualità.

 

  • carl |

    Non c’è dubbio che anche ciò che sta accadendo in CisGiordania nulla abbia di democratico, ma sia soltanto un evidente esercizio della legge del più forte. Certo, è simile a ciò che vissero nel tempo non pochi ebrei della diaspora, ma ciò non giustifica l’attuale ed impunito comportamento di alcuni ebrei cosiddetti “coloni” nei confronti di povera gente arabo-palestinese.
    Quanto a Gaza, vedo qualche analogia con Cuba. Infatti, anche se a Cuba non ci sono truppe straniere (salvo nell’enclave di Guantanamo), nè le città sono state bombardate e ridotte in macerie, vi viene applicato un embargo di una durata senza precedenti e che ultimamente è stato portato ad una estrema pesantezza, per cui c’è carenza di energia e medicinali come a Gaza, ma non di medici, perchè i governanti ne hanno favorito sia il numero che la formazione.
    Inoltre anche le prospettive sembrerebbero assomigliarsi, dato che sia a Gaza che (dopo la resa) anche a Cuba, si progetta una nuova versione del “sol radioso dell’avvenire” a base di “resorts”, di un rinnovato e fiorente turismo, ecc. ecc. il tutto contornato dalla ripresenza di gangsters, casinòs, prostituzione, ecc. in tutto e per tutto come avveniva durante la dittatura di Batista…

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