Saranno in pochi a provare nostalgia per Nicolas Maduro. Forse nemmeno la sua vice-presidente Delcy Rodriguez e gli altri ministri. Tuttavia la questione che ora conta è: il mondo è un posto migliore senza di lui? O, essendo il dittatore venezuelano ormai irrilevante, il mondo è diventato peggiore di quanto già non fosse per come è stato tolto di mezzo? Anche annotando tutto quello che in questi giorni ha dichiarato il presidente americano, la risposta sembra evidente.
Primo esempio: “Abbiamo bisogno della Groenlandia”. Gli europei di Nato e Ue stanno riarmando. Lo chiedevano i presidenti americani da Barack Obama in poi. Ora c’è l’Ucraina, le provocazioni di Vladimir Putin all’Europa, una guerra ibrida già in corso e la minaccia nucleare. Paesi Baltici e Polonia potrebbero essere attaccati.
Eppure nessun russo ha mai minacciato in modo così manifesto un paese occidentale quanto il presidente degli Stati Uniti. Trump vuole la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca che è parte di Nato e Ue. Dice che è necessaria alla sicurezza americana, come il Venezuela: la vera ragione dell’attacco è stato il petrolio come per la Groenlandia sarebbe la straordinaria ricchezza nascosta sotto i ghiacci. Quanto alla sicurezza, cioè alla minaccia russa e cinese nell’Artico, l’alleato danese non ha mai posto limiti agli Stati Uniti.
Chi invocherebbe per primo l’articolo 5 della Nato, che in caso di aggressione ad uno impone il soccorso di tutti gli alleati? Se lo facesse la Danimarca, come reagirebbero gli Stati Uniti? Difenderebbero il paese scandinavo contro se stessi? O gli altri 30 paesi alleati sbarcherebbero in Groenlandia per difenderla dall’aggressione americana? In ogni caso sarebbe la fine dell’Alleanza Atlantica, un miracolo al quale il dittatore russo né Xi Jinping avevano mai pensato.
Non è fantapolitica. La finzione è ormai realtà dopo l’attacco al Venezuela; dopo l’insopportabile retorica imperiale del presidente, del segretario alla Difesa Pete Hegseth (il suo dipartimento ora si chiama della Guerra) e del capo di stato maggiore Dan Caine, sulla perfezione e la superiorità della potenza militare americana.
Secondo esempio: Dottrina Monroe 2.0. Cioè la presunzione di controllare il continente da El Paso alla Terra del Fuoco, le sue ricchezze, i suoi leader trasformati in sicofanti. E’ difficile non ammettere grandi similitudini con l’ambizione di Vladimir Putin di ricostituire l’impero russo o quanto meno una sfera d’influenza sull’Est d’Europa. Perché Trump promette agli argentini un aiuto finanziario da 20 miliardi di dollari ma solo se rieleggono Javier Milei; e Putin non può avere lo stesso diritto di rivendicare l’Ucraina dove un migliaio d’anni fa nacque la Rus di Kiev, il nucleo di quello che sarebbe diventato l’impero cristiano-ortodosso degli zar?
Gli esempi sarebbero molti di più. Anche la Cina può rivendicare Taiwan che per gran parte della sua storia è stata cinese; inventare isole dal nulla e accampare diritti sul Mar Cinese Meridionale suo, secondo Pechino, a partire dal nome. E che dire di Benjamin Netanyahu e del Libro di Giosué che prova la millenaria conquista ebraica sull’intera Palestina?
Prima dell’infinita conferenza stampa di Donald Trump, sabato scorso a Mar-a-Lago, esisteva un diritto internazionale al quale riferirsi quando libertà e senso comune venivano violati. Ora non più: la più grande potenza mondiale è stata trasformata in una imperiale macchina politica e militare, ideologicamente agnostica, esclusivamente commerciale.
Non è la prima volta che gli Stati Uniti tradiscono il loro mandato morale. Per interessi petroliferi e clamorose bugie, l’invasione dell’Iraq nel 2003 fu simile al Venezuela. Ma allora il mondo era unipolare, per molti versi più semplice: fu il fallimento iracheno, seguito dalla grande crisi finanziaria del 2008, l’inizio della fine di quel potere in esclusiva, così maldestramente sprecato. Oggi il sistema internazionale è molto più affollato, rivendicativo e pericoloso.