In Iran le cose resteranno come sono fino a che vivrà l’ayatollah Ali Khamenei. Il successore di Khomeini alla guida suprema del paese ha 86 anni e da tempo non si mostra in pubblico. La convinzione fra esperti e osservatori era comunque un’ammissione dell’intrinseco e sempre più evidente decadimento del regime: una debolezza accelerata dalla rapida guerra con Israele e dall’attacco americano, ancor più breve, l’estate scorsa.
Invece da giorni la rivoluzione islamica, stancamente al potere da 46 anni, è minacciata da un’ondata di proteste popolari spontanee: commercianti, lavoratori, imprenditori, giovani schiacciati dal crollo del rial (42mila rial per un dollaro) e dalla crisi economica provocata dalle sanzioni internazionali. L’economia, non la religione, l’ideologia o la geopolitica, potrebbe ora accelerare la contro o post-rivoluzione.
E’ difficile dire cosa sia iniziato perché non è semplice definire l’Iran di oggi. In un libro da poco pubblicato (“Iran’s Grand Strategy: A Political History”, Princeton University Press) Vali Nasr dell’Università John Hopkins di Washington, ricorda che il paese ha sempre avuto respiro e ambizioni imperiali: fosse governato da Mohammad Mossadeq, il premier che nel 1951 nazionalizzò il petrolio iraniano, dallo Scià o da Khomeini. L’avversario del primo era la Gran Bretagna, del secondo l’Unione Sovietica e del terzo gli Stati Uniti.
E’ quell’idea imperiale che aveva spinto l’Iran a creare un fronte sciita dallo Yemen a Gaza – ora anche quello in crisi – capace di destabilizzare il Medio Oriente. Il paese, tuttavia, sta cambiando. La maggioranza degli iraniani è nata dopo la rivoluzione islamica e la lunga guerra con l’Iraq, dal 1980 all’88. Come spiegava Vali Nasr, incontrato il mese scorso alla John Hopkins, nell’edificio vicino al Campidoglio che in passato era stato il “Newseum”, il museo del giornalismo mondiale, “La popolazione iraniana è sostanzialmente già post-rivoluzionaria. Vuole vivere in un paese normale e prospero, libero e aperto al mondo”.
L’alternativa fra il potere dell’apparato della sicurezza – Pasdaran e forze armate – e democratici, è tuttavia una fotografia incompleta nell’Iran di oggi per descrivere le cause del disordine e delle opportunità. Il sistema politico è molto fratturato: c’è una destra, una sinistra e anche un centro. Il presidente Masoud Pezeshkian, un moderato, si può permettere di affermare che la causa dei problemi non è l’America ma il sistema iraniano. Hassan Rohani, ex presidente riformista fino al 2021, sostiene la necessità di dialogare con gli Stati Uniti; altri, come Mahmoud Ahmadinejad, vorrebbero radicalizzare la rivoluzione khomeinista e distruggere Israele. Esiste un establishment economico molto vario nei suoi potentati e nemmeno le guardie rivoluzionarie hanno una sola leadership.
Nell’incertezza dell’Iran di oggi c’è tuttavia il pericolo di un altro intervento esterno. Fra le poche cose che si conoscono dell’incontro di fine anno a Washington, fra Donald Trump e l’israeliano Benjamin Netanyahu, c’è il consenso verbale del primo a un nuovo attacco del secondo all’Iran. Sono settimane che Bibi preme per bombardare di nuovo il nemico: un po’ causa della sua necessità di passare da un conflitto a un altro, perché non si parli delle sue fragilità interne; un po’ della sindrome di Saddam Hussein, della quale è probabilmente anche lui vittima. Nel 1980 il dittatore iracheno attaccò l’Iran, convinto che una decisa spallata avrebbe fatto cadere il regime khomeinista, anche allora in crisi.
Le cose non andarono così. L’attacco americano al Venezuela moltiplica il pericolo di un intervento esterno in altre parti del mondo, incoraggiando imitatori. Ma il risultato di un altro attacco israeliano o americano all’Iran potrebbe avere effetti simili alla guerra che impose Saddam 45 anni fa: dare fiato e motivazioni a ciò che resta della rivoluzione islamica. Quello compiuto a giugno, insieme agli americani, ha contribuito a intensificare il dibattito interno sul futuro dell’Iran. Ma ha anche rafforzato le antiche forme di nazionalismo persiano. Se dunque le manifestazioni di questi giorni avranno la forza di cambiare il paese, è meglio che lo facciano gli iraniani.