31 marzo 2012 - 17:26
Economia palestinese e facce di bronzo
“La crisi fiscale è acuta perché gran parte dell’economia della Cisgiordania ancora dipende dal settore pubblico e dai progetti infrastrutturali, entrambi pesantemente finanziati dall’aiuto internazionale. E’ un segno allarmante riguardo alla stabilità dell’economia palestinese”. Il tono, da ufficio studi della Banca Mondiale, mostra una misurata inquietudine.
Questa lodevole preoccupazione per i destini della Palestina è in realtà la preoccupazione del coccodrillo per la sua vittima. E’ il documento che il ministero degli Esteri israeliano ha inviato a Bruxelles, all’ultimo incontro delle organizzazioni internazionali e dei Paesi donatori dell’Autorità palestinese. Avigdor Lieberman, il punto più basso nel governo israeliano mai raggiunto nella storia, si lagna per una situazione insostenibile. Caspita – dice in sostanza il ministro degli Esteri – In Palestina non si è sviluppata un’impresa privata florida e sana. Nell’epoca della globalizzazione c’è solo economia pubblica, parassitaria perché dipendente dall’aiuto internazionale, e piuttosto corrotta.
Come se di questa vicenda Israele fosse il Lussemburgo: un osservatore lontano. Come fa un’entità a malapena geografica, a sviluppare un’economia privata quando non ha frontiere né controlla i suoi dazi ma vive nell’incertezza esistenziale? Come fa un imprenditore palestinese a sapere se e quando esportare la sua produzione, se gli israeliani chiudono e aprono arbitrariamente i loro posti di blocco; controllano, manomettono e spesso congelano per giorni e giorni qualsiasi cosa sia palestinese?
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