30 novembre 2011 - 18:16
Cronache da Tahrir, parte terza. L'Islam
Ci vorranno settimane per conoscere il risultato chiaro e definitivo delle presidenziali. L’Egitto non è “semplice” come la Tunisia e il Marocco, dove in pochi giorni hanno scrutinato tutto e proclamato il vincitore. Qui gli elettori sono più di 50 milioni; e i militari hanno dettato regole elettorali complicate per controllare le cose: sospettare che alla fine della transizione ambiscano a restare i protagonisti, non è pensare male.
Per quanto lenti siano gli scrutatori e furbi i militari, nessuno potrà sfuggire alla verità che tutti conoscono: gli islamici vinceranno anche in Egitto. Si tratta solo di capire quanto e probabilmente sarà molto più che altrove.
Il primato dell’Islam politico sta diventando in modo sempre più concreto la vera sostanza delle Primavere arabe. Ovunque si voti, vincono; ovunque si spari ancora, preannunciano la loro ineluttabile presenza in quello che verrà. In Tunisia e Marocco sono passate le versioni moderate dei partiti d’ispirazione religiosa. Anche in Egitto i Fratelli musulmani e il loro partito, Giustizia e libertà, hanno speso più di metà della loro campagna elettorale a tranquillizzare gli avversari interni e le ambasciate occidentali che contano al Cairo: lo slogan iniziale “Dio è la soluzione” è stato cambiato in “benessere per tutti”. Generico e rassicurante.
Sentendo tuttavia sempre più forte il profumo della vittoria, dopo aver annunciato che non si sarebbero candidati per più del 50% dei seggi, prima sono passati al 60 e poi, senza fare comunicati stampa, si sono messi in gara in ogni collegio. Avevano anche promesso che non avrebbero candidato nessuno dei loro alle presidenziali di giugno: ma da qui a sei mesi molte cose potrebbero cambiare perché alla fine l’Egitto resterà quello che era: una repubblica presidenziale.
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