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Gli africani e noi

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E’ innegabile che una delle ragioni del successo elettorale della Lega sia stata la questione dei migranti africani, i cosi detti migranti economici. Per troppi anni l’impatto di questo fenomeno era stato sottovalutato. Si guardava al numero assoluto degli sbarchi – molto basso rispetto alle migrazioni in Francia, Germania e Gran Bretagna – ma non alla loro concentrazione nelle città e nelle province dove c’era più lavoro.

Il lavoro non era abbastanza per tutti; l’organizzazione dell’accoglienza e della distribuzione territoriale è stata inesistente; non si è tenuto conto dell’impatto su una grande parte della popolazione culturalmente impreparata che per la prima volta entrava in contatto quotidiano con la diversità: il razzismo esiste anche in Italia. Alla fine il fenomeno ha cambiato drammaticamente il profilo politico del nostro paese.

Il papa deve dire che occorre un’accoglienza universale: è il suo mestiere. Alcuni importanti politici della sinistra no: privilegiando solo l’aspetto umanitario e non le complessità sociali della questione migratoria, hanno fatto vincere la destra.

Tuttavia vorrei sollecitare una breve riflessione, prima che Matteo Salvini diventi Presidente del Consiglio, cerchi i clandestini “casa per casa, strada per strada, piazza per piazza, se necessario con la forza” e in quattro e quattr’otto imbarchi 600mila persone e li rimandi in Africa. Parlo di Storia e statistiche polverose, non di politica contingente. E’ una riflessione che non può modificare la realtà appena descritta: al massimo può procurare un graffietto alla nostra coscienza.

Nel 1870, l’80% dell’Africa sub-sahariana era governata dagli indigeni: re, capi e molte altre forme di potere nazionale, locale o tribale. Circa 35 anni più tardi – una generazione – quasi non c’era angolo d’Africa che non fosse posseduto dagli europei: belgi, inglesi, francesi, italiani, spagnoli, portoghesi.

Niente sintetizza il “fardello del bianco” più dell’esclamazione di Leopoldo II del Belgio, il più avido e sanguinario fra gli avidi e sanguinari della sua epoca: “Questa magnifica torta africana!”. All’esposizione universale di Bruxelles del 1897, un milione di visitatori europei pagò il biglietto per vedere 267 uomini, donne e bambini congolesi esibirsi in una rappresentazione africana “pittoresca”.

Rinunciato a schiavizzare gli africani, che reami e repubbliche del vecchio continente avevano a un certo punto messo al bando, l’Europa ha schiavizzato l’Africa. Il rapace core business era sempre lo stesso.

Intanto gli americani, cioè gli americani di origine europea, anti-colonialisti per scelta, continuavano nella versione più tradizionale del business. L’ “eccezionalismo” americano e l’etica della “City upon the hill” di John Winthrop, il simbolo della purezza e dello spirito di libertà (per i bianchi) del nuovo mondo, non hanno mai trovato immorale togliere di mezzo gli indiani e importare schiavi africani: 12 milioni e 570mila dal 1501 al 1867.

Sono state compiute molte ricerche e statistiche per dare un valore economico al business degli schiavi negli Stati Uniti. Qualche anno fa il New York Times ha stabilito che solo il costo della manodopera risparmiata valeva fra i due e i tremila miliardi di dollari: al valore di mercati del 1860. Prima della Guerra Civile investire in ferrovie rendeva il 6-8%, farlo nel mercato degli schiavi il 13.

“La somma fra il valore della schiavitù, della successiva segregazione razziale e dell’attuale discriminazione” verso gli afro-americani, è fra i 5 i 12mila miliardi di dollari, calcolava qualche anno fa uno studio dl Harvard. Forse dipende anche da tutto questo se nel 1992 il Pil dell’Africa sub-sahariana era l’1,2% di quello globale e 25 anni dopo solo l’1,99. Intanto i paesi emergenti crescevano dal 10 al 29%.

Gli elettori italiani che hanno votato pensando “all’insicurezza portata dai clandestini nelle nostre città”, non hanno alcuna responsabilità nel saccheggio dell’Africa negli ultimi 500 anni. Non cerco effetti retorici né soluzioni empiriche o umanitarie su come fermare le migrazioni. Mi piacerebbe solo che ci fosse una modica quantità di giustizia….. Certo che se monetizzassimo il valore della manodopera e delle materie prime scippate e restituissimo ai paesi africani una parte del maltolto – sia pure richiedendo un controllo internazionale sull’accountability dei governi interessati – te lo do io il Piano Marshall per l’Africa.

 

 

//www.ispionline.it/it/slownews-ispi/

 

  • carl |

    Perfettamente d’accordo su quanto ha scritto, compreso (purtroppo) il fatto che quanto da Lei ricordato tutt’al più procurerà un graffietto alla nostra coscienza…
    Tuttavia aggiungerei che, sebbene nè gli elettori che hanno “pensato alla xeno-insicurezza”, nè gli attuali europei, abbiano partecipato al saccheggio coloniale, sono pressocchè certo che Hannah Arendt riterrebbe che qualora qualcuno decretasse una ricerca “casa per casa, ecc. ecc.” essi non agirebbero meno banalmente di come fece il grosso della truppa negli anni in cui fu decretata un’altra “ricerca” e relativa messa al bando del genere…
    Quanto al povero papa che, per mestiere, deve prendere posizione e parlare di tutto e di più…:o) pur non avendo, in tutto e e per tutto come i suoi predecessori, “soluzioni tecniche” da proporre… Ricordo che qualche tempo fa in merito alle migrazioni di massa (o “Weapons of mass migration” come le ha definite Kelly m.Greenhill in un libro del 2010) non ha potuto fare a meno di accennare ad una necessaria prudenza da parte dei preposti… Come se essi, anche riguardo a detto problema, l’avessero e/o avessero dimostrato di averla…

  • Clara Silvestri |

    Come sempre, resoconto e analisi lucidissimi

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