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Don Quijote de la Catalunya

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Dei russi, degli americani, dei francesi e dei tedeschi; degli egiziani o degli israeliani; dei giapponesi o dei cinesi: di tutti ci sarà capitato una volta di pensar male. Perfino degli svedesi. Ma non dei catalani! Gentili, colti, ospitali, palato fine nel cibo come nel gioco del calcio, privi della prosopopea da conquistadores dei madrileni.

Eppure loro, i catalani, si sono ammalati d’insano nazional-localismo. In realtà solo circa la metà: non il 90% come la dezinformatsiya di Barcellona cerca di venderci da qualche settimana. La stessa che descrive l’intervento poliziesco di domenica scorsa come l’occupazione sovietica di Praga; che invoca la mediazione internazionale come se i catalani fossero i rohingya d’Europa. I giovani che in piazza s’incerottano la bocca dovrebbero alzare lo sguardo oltre le loro piccole frontiere e vedere cosa sia davvero l’assenza di libertà di parola per milioni di loro coetanei nel mondo.

Essendo furbi – o credendo di esserlo – i catalani non usano mai la parola “nazionalismo”. Preferiscono “indipendenza”, come se non ci fossero enormi similitudini. E’ meno fascista, più di sinistra, attrae i giovani che i pifferai estremisti al potere stanno guidando verso un sogno sbagliato, falso e fuori tempo: se è vero che la penisola iberica è collocata geo-politicamente in Europa Occidentale e temporalmente nella prima metà del XXI secolo.

L’altra parola della quale a Barcellona si sta abusando, è “democrazia”: come se la Spagna fosse ancora quella del Caudillo Franco. I propagandisti catalani hanno ragione, se è un brand quello che vogliono preservare: come si fa a mettere nello stesso slogan “nazionalismo” e “democrazia”? Se fai uso del primo sembri l’ungherese Victor Orban per il quale democrazia è definizione irrilevante. La rivolta catalana invece ha la pretesa di assomigliare alla foto del Che, al Guerrillero Heroico delle cause giuste, che rimase nell’obiettivo di Alberto Korda.

E’ quella stessa arroganza vagamente ideologica che dopo l’attentato dei terroristi islamisti sulla Rambla, aveva spinto la sindaca Ada Colau a dire che non avrebbe installato le barriere anti-attentato perché Barcellona è una città aperta e non ha muri. La stessa città che per Colau dovrebbe diventare la capitare di un staterello impoverito. Esiste un muro peggiore del nazionalismo?

Ma il senso di astrazione dalla realtà e d’infantilismo di queste ore è perfettamente rappresentato da due protagonisti locali. Dal presidente Carles Puigdemont e da Gerard Piqué, il centrale difensivo del Barça. (Il secondo almeno sa fare il suo mestiere molto meglio di quanto il primo non conosca il suo di statista). “Non c’è un bottone da schiacciare per avere l’indipendenza. E’ ovvio che occorre una mediazione”, aveva detto Puigdemont l’altro giorno, dopo aver messo a soqquadro la Catalogna, la Spagna e l’Europa. Per annunciare di nuovo che martedì comunque si voterà per l’indipendenza, col tono di chi incomincia a sospettare di non aver tenuto conto delle conseguenze e di non sapere come uscirne. Quasi si merita due interlocutori mediocri come il premier Rajoy e re Filippo.

Il c.v. di Puigdemont è molto simile a quello della media dei giornalisti e dei politici italiani: si capisce lontano un miglio che non aveva voglia di studiare né di lavorare. Infatti dopo aver fatto il giornalista nello sconosciuto “El Punt”, come è noto ora Puigdemont esercita l’arte della politica.

Il velleitarismo di Piqué è apparentemente meno dannoso, ma su centinaia di migliaia di giovani tifosi e cittadini ha un effetto importante. Profondo nazionalista catalano, una volta il giocatore aveva sollevato il dito medio dietro la schiena mentre ascoltava l’inno spagnolo prima della partita, insieme ai compagni de La Roja, la nazionale spagnola dalla casacca rossa. Ora, di nuovo convocato nella selezione del paese che considera oppressore, Piqué sostiene non ci sia contraddizione nel lottare per l’indipendenza catalana e giocare portando sul petto lo scudo con il simbolo reale di Castiglia, Leòn, Aragona, Navarra, Granada e Borbone-Angiò. Più della patria, qui il miracolo lo fanno il prossimo Mundial e i soldi che garantisce se lo giochi.

 

http://www.ispionline.it/it/slownews-ispi/

 

  • carl |

    Ho appena letto anche il pezzo di Da Rold che si chiede quale potrebbe essere il lato monetario dell’iniziativa in questione, e cioè se ci sarebbe un “bank run”, un razionamenti agli ATM/bancomat..:o) o altro ancora.. D’altronde, come anche Lei ritiene, il passo che certuni vorrebbero far fare al “Lombardo-Veneto” della Spagna è sbagliato, falso e fuori tempo…Infatti questo (sia economicamente che geopoliticamente) è tempo di blocchi di nazioni non di nazionanismi, frazionamenti, dispute campanilistiche, ecc. Salvo quelle usuali eccezioni che confermano indirettamente la regola… Ad es. la Svizzera campa di un’immagine che sprizza “serietà”, rinomanza, qualità, ecc. un “appeal” che consente di poter imporre (di fatto) l’equivalente di pesanti interessi negativi sotto forma di spese, commissioni, ecc. a chi vi parcheggi/depositi fondi..E così pure lo “jus pecuniae”….o) altro che lo “jus soli o culturae”..Facendo cioè pagare a caro prezzo l’ottenimento della sua cittadinanza.. Della Svezia, paragonabile per demografia,si può dire qualcosa di simile con in più un fisco ed un welfare che molti sognano e/o invidiano…
    Ma chiudo aggiungendo en passant un’ipotesi suggestiva e salottiera… Chissà ? Forse il Puigdemont potrebbe essere incappato in una “gitana” che leggendogli la mano avrebbe vaticinato in latino “nomen omen”..:o)
    Infatti Puigdemont è un nome composto da “puig” che in catalano significa “cima, picco” e “de mont ” per l’appunto “di montagna”.. Non solo, ma anche attraverso cognomerie del genere certuni possono montarsi la testa…:o)
    Ma come ho detto la mia è soltanto una battuta salottiera…

  • Fabio |

    Non conterebbero se il referendum avesse avuto legittimità costituzionale, ma così non è. Quindi chi non ha votato è semplicemente uno che non voleva commettere un reato a norma della costituzione del paese in cui vive (sottoscritta nel 1978, se non ricordo male, dall’80% dei catalani). In sintesi non conta invece chi ha votato: 1) perché non ha avuto dimostrabilmente la maggioranza e 2) perché un referendum di questa fatta che non prevede un quorum da raggiungere è roba da asilo infantile (quando si vota per chi deve andare a prendere le merendine, non la decostruzione di un paese sovrano).

  • Marcello |

    Articolo mediocre, fazioso e contraddittorio. In pratica, per l’autore nessun popolo ha diritto all’autodeterminazione. Aggiungo che chi non vota non conta; se i contrari all’indipendenza non hanno votato, peggio per loro: non contano.

  • Fabio |

    Tra nazional-ismo e sovran-ismo ci si trova alla fine in pieno narcis-ismo. Che, come giustamente è stato notato, non ha abbindolato una maggioranza schiacciante di catalani; non ce n’è uno straccio di prova. Quindi, non essendo sufficienti le argomentazioni a convincerli che, davvero davvero, avevano bisogno dell’indipendenza, si è attivata la classica botta e risposta con un governo centrale in cui l’ottusità si accompagna da sempre alla facile capacità di discutere bastonando. Certi che alla violenza la gente avrebbe reagito come reagiscono le vittime di un’ingiustizia. Così, raggranellando qualche altro catalano ferito nell’orgoglio e un po’ anche nelle ossa, l’indipendentismo ha raggiunto forse (forse!) un micragnoso 50% (non dimostrato) e si avvia a vedere i blindati dell’esercito per strada (con buona pace dell’altro 50% timoroso di essere accusato di essere trooooppo spagnolo). E finalmente potremo pensare davvero male anche dei catalani! Eccellente.

  • Simone |

    In questo articolo manca totalmente lo studio sulla questione catalana. Mah… giornalisti…

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