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L’Europa di Le Pen e quella di Macron

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E’ difficile immaginare qualcosa di più distante tra l’idea che Marine Le Pen ha del ruolo della Francia in Europa, e la visione che Emmanuel Macron ha dell’Europa nella quale la Francia è parte essenziale. Due mondi, due sistemi diversi, perfino due epoche di riferimento storico opposte.

E’ sempre stato così in democrazia: dare spazio anche alle opinioni più intolleranti. Ma nel 1974, quando si presentò per la prima volta alle elezioni, il Front National di Jean-Marie Le Pen prese lo 0,75% dei voti. Questa volta sua figlia Marine è una legittima candidata alla vittoria. Lo stesso sta accadendo in altri luoghi del continente: per esempio in Italia, dove il Movimento cinque stelle è in testa nei sondaggi. M5S non è un’organizzazione neo-fascista come Le Front: il suo populismo spazia da destra a sinistra, passando per il centro (posto che le vecchie definizioni di riferimento siano ancora così calzanti). Ma come Le Pen, il progetto di Grillo è ugualmente in radicale alternativa al sistema.

Detto così, “sistema” sembra avere un significato negativo: un po’ come regime. E’ esattamente così che Marine Le Pen, Matteo Salvini e i consoli di Grillo vedono l’attuale democrazia rappresentativa dalla quale prende origine il sistema nel quale viviamo in Occidente.

Di queste elezioni francesi mi colpisce un dato: secondo i sondaggi il 40% dei Millennials, i giovani dai 18 ai 24 anni, è pronto a votare Front National. “Per tutta la nostra vita ci è stato detto che era tutto a posto”, racconta al Washington Post Gaetan Dussausaye, 23 anni, il leader del movimento giovanile del Front National . “Libero scambio. Dimentica le frontiere. Una moneta per tutta l’Europa. Niente può cambiare. Ma ai giovani questo sistema non piace. Questo sistema è un fallimento”.

E’ comprensibile. Se fra chi non trova lavoro la percentuale dei giovani è di gran lunga la più alta; se la Ue non riesce a dare risposte pronte alle crisi economiche dei suoi membri; se la sua burocrazia viene prima dei valori che l’Unione rappresenta, c’è qualcosa che non funziona. Ma il sistema è dunque fallito o ha solo mancato alcuni dei suoi importanti obiettivi? Forse la questione è più complessa se in mezzo alla sua tempesta perfetta (crisi economica + robottizzazione/disoccupazione + crisi dei migranti) la Ue è ancora l’area del mondo col più alto tasso di benessere, di produttività, di scambi commerciali, di diritti sociali e civili; se l’Europa guidata dalle democrazie rappresentative è in pace da oltre 70 anni. Il giovane Dussausaye che crede nel sovranismo della Francia, probabilmente darà per scontato questo stato delle cose. Ma senza lo “spirito europeo” dei padri fondatori dei trattati di Roma, come sarebbero affrontati oggi i nazionalismi scozzesi, catalani, corsi o fiamminghi?

Sull’ultimo numero di The Atlantic, David Frum cerca di spiegare l’utilità dell’Unione europea agli americani e possibilmente a Donald Trump, prendendo ad esempio l’Alsazia-Lorena che dal 1870 al 1945 è stata la principale causa dei conflitti continentali. Oggi “se un tedesco vuole una casa in Alsazia se la può comprare. A chi importa quale governo distribuisce la posta?”. I giovani e i vecchi del Front National, i nazional-sovranisti italiani, olandesi, belgi, tedeschi (qui meno che altrove anche per motivi storici) dicono che l’Unione è un modello fallito. Ma ne coltivano uno ancora più vecchio, sicuramente e sanguinosamente bocciato dalla storia: quello del nazionalismo etnico, della convinzione che una nazione razzialmente e religiosamente omogenea da sola sappia difendere i suoi interessi meglio che all’interno di una collettività di “nazionalismi civici” come la Ue o un’alleanza militare come la Nato.

Se Macron vincerà le elezioni, dopo quelle tedesche del prossimo autunno – chiunque vincerà fra Merkel o Schulz – Francia e Germania daranno vita a un’Europa più piccola ma maggiore velocità unitaria. Probabilmente incominceranno da una difesa comune molto più vasta e attiva della brigata franco-tedesca che esiste da tempo. E’ una necessità per dimostrare che l’Europa reagisce alla sua crisi d’immobilismo e che capisce quanto i pericoli che vengono dal mondo circostante siano seri e non possano essere affrontati da un solo paese, come credono M.me e Pen e i suoi giovani. L’Isis è un pericolo senza frontiere; Putin è una minaccia ai valori e alla stabilità del continente; e ora lo è anche l’America di Donald Trump. Scriveva Der Spiegel dopo l’orribile accoglienza riservata ad Angela Merkel alla Casa Bianca: l’Europa deve “incominciare a pianificare le sue difese politiche ed economiche contro il pericoloso presidente americano”. Svegliati cara Europa, incominciando da Parigi. Dimostra che in questo mondo di lupi sei in fondo il luogo migliore che esista. O quantomeno il posto peggiore, eccetto tutti gli altri.

  • carl |

    Vedo con piacere, dott Tramballi, che ha ripreso a sfornare pezzi, dopo un periodo di quasi assenza. E si tratta di “pezzi senza frontiere”….:o) Dalla Corea alla Francia e chissà (?) il prossimo riguarderà nuovamente il M.O., in formato piccolo o grande…

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